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Sveglia centrodestra/1- La lezione di Cameron

A dispetto dei sondaggi, il premier inglese trionfa ed ottiene la maggioranza assoluta. Il segreto del suo successo è tutto thatcheriano: taglio duro della spesa pubblica e conseguente taglio delle tasse. Quel che dovrebbe fare uno schieramento liberale. Avercelo...

usaI guru dei sondaggi sono i veri guru del nulla odierno, riveritissimi, iper-mediatizzati, antropologicamente progressisti dietro quel tanto di facciata neutrale che basta a giustificarne la (presunta) professionalità. E, soprattutto, sbagliano sempre. Non solo in Italia, per una volta non siamo periferia d’Occidente. I maghi delle tabelle e dei dati incrociati (appunto, del niente, mai che consumino le suole fino a un’azienda, un mercato, un appartamento famigliare) ci avevano assicurato: David Cameron rischia grosso, potrebbe essere addirittura vittoria labour, sicuramente sarà ingovernabilità.

Ecco qua: in una splendida mattinata londinese Cameron non solo vince, trionfa. 329 seggi, maggioranza assoluta, possibilità di governare in proprio il Paese per i prossimi cinque anni. Altro che ingovernabilità. Il popolo inglese ha scelto, è la democrazia bellezza, la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre sperimentate, direbbe Sir Winston Churchill. E ha scelto nettamente Tories, ha scelto l’agenda dei Conservatori e li ha spronati ad approfondirla, contro l’umore di sondaggisti ed editorialisti di grido, e qualche motivo ci sarà.

Il motivo, poi, di fondo è solo uno, e si chiama concreta politica liberale, il che vuol dire comprendente dosi massicce di liberismo, di thatcherismo riadattato, che garantisce concreto benessere diffuso. Per mettere un po’ d’ordine: una crescita economica nell’ultimo anno corrispondente al 2,8%. Exploit assoluto tra i Paesi occidentali, più di un punto sopra la “grande” Germania, un abisso sopra tutti gli altri Stati europei. Negli ultimi cinque anni, mandato Cameron, la Gran Bretagna ha generato più posti di lavoro che tutta l’Europa continentale messa insieme, facendo crollare la disoccupazione al 5,6% (in Italia è al 12,7%). Il liberismo pragmatico di Cameron rende più dell’austerità monodirezionale della Merkel (rigore senza crescita) e ovviamente sbaraglia il pauperismo statalista del Sud Europa (né rigore né crescita). La leva della rinascita è stata tutta thatcheriana: taglio duro della spesa pubblica e conseguente taglio delle tasse. Una politica ferreamente perseguita col suo Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, tra gli strali di welfaristi incalliti e keynesiani di ritorno. Risultato: il deficit dello Stato è stato più che dimezzato, portandolo attorno al 5%, l’imposta sulle imprese è scesa fino al 20% (in Italia secondo i dati ufficiali è più del doppio, ma sappiamo che nella realtà esattoriale spesso arriva al 60%). È scesa l’aliquota sulle persone fisiche (di ben 5 punti), son scese le accise sulla benzina e quelle sull’energia. E, guarda un po’, le imprese hanno ricominciato ad assumere, ne sono sorte di nuove, i consumi sono lievitati, la grande macchina economica britannica si è rimessa in moto.

Eccola, la lezione di Cameron allo sgangherato e balbuziente centrodestra nostrano, ai liberali e ai conservatori di quaggiù in cerca d’autore, o perlomeno di un senso ritrovato al loro agire politico. Il senso è sempre quello, signori, quello che voi avete mai trapiantato da queste parti, è il senso di Reagan e della Thatcher, è affamare la Bestia. Come disse Cameron presentando il suo progetto di Big Society, una vera e propria rigenerazione dell’economia reale a scapito dell’invadenza burocratica: «Per anni, c’è stata la convinzione e la certezza nel cuore del Governo che l’unico modo per migliorare le cose nella società fosse quello di gestire dal centro, da Westminster. Ma questo non ha funzionato. Dobbiamo cambiare il Governo e il modo di governare». Il Governo non è la soluzione, spesso la soluzione è il suo passo indietro. E non c’è atto più di governo, non c’è decisione più eminentemente e coraggiosamente politica, che limitare il raggio d’azione della politica. Se un socialdemocratico pop, illusionista e un po’ spaccone come Matteo Renzi fosse sfidato su questo livello, non solo non arriverebbe al 40%, ma probabilmente non sarebbe nemmeno il partito dominante del Paese. Cercasi sfidante, allora, cercasi sfidante liberale, cameroniano, repubblicano nel senso prettamente americano, non smaccatamente markettaro, saldamente collocato nelle ragioni dell’Occidente e soprattutto in quella principale, l’intrapresa individuale. Qualcuno così, potrebbe davvero vincere, ovviamente a dispetto dei sondaggi. Candidati?

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di on 8 maggio 2015. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

13 commenti a Sveglia centrodestra/1- La lezione di Cameron

  1. adriano Rispondi

    8 maggio 2015 at 14:23

    Lasciamo perdere i dati (non mi risulta che il debito pubblico inglese sia diminuito,nè che il deficit sia il 4% del PIL ma fa niente) nella sua descrizione manca qualcosa,la posizione della GranBretagna in Europa.Lei magnifica le iniziative di Cameron attribuendole ad una corretta interpretazione del pensiero liberale.Sarà anche vero ma se lui può muoversi come crede dipende dalla banale sterlina.Noi abbiamo l’euro e non è solo Renzi che lo vuole mantenere ma tutti,escluso il lepenista.Inoltre,per completare il quadro,Cameron propone un referendum per uscire dall’Europa.Se qualcuno lo proponesse in Italia sarebbe accusato di vilipendio della costituzione.Sono queste le differenze che contano perchè senza di esse non esiste una politica nazionale ma una che non si sa dove sia.Quindi prima di invocare diminuzioni di tasse,limitazioni dell’intervento statale,riequilibrio dei conti,eliminazione degli sprechi e quanto di altro si possa auspicare di “liberale”, bisogna decidere cosa si fa di quella sciagura che si chiama euro.Se tutti,tranne il lepenista e compreso L’Intraprendente,vogliono mantenerlo,possiamo risparmiarci la fatica di discutere.Qualsiasi cosa accada il nostro destino è segnato e si chiama declino irreversibile sia economico che sociale.

    • Macx Rispondi

      8 maggio 2015 at 15:21

      Amen!

    • Arcroyal Rispondi

      8 maggio 2015 at 19:25

      Non sono certo un talebano dell’euro. E se dipendesse da me domani mattina uscirei dalla UE e chiederei l’ingresso nel Regno Unito, ma smettiamola di contarci delle balle. La nostra economia era avviata sulla strada del declino già prima dell’arrivo della moneta unica. L’immenso debito pubblico, il gigantesco apparato statale di ispirazione sovietica, l’abbandono del nucleare in nome di Fratello Sole e Sorella Luna sono tutti fardelli che ci siamo creati noi quando ancora Bruxelles era solo la capitale del Regno del Belgio, e non la sede dell’ennesima burocrazia di stampo orwelliano.

      Se la Gran Bretagna oggi è un paese con tassi di crescita che noi ci sogniamo non lo si deve alla sterlina, ma alla Thatcher. Negli anni settanta l’Inghilterra con la sterlina era ridotta in condizioni persino peggiori delle nostre. Poi è arrivata la Iron Lady che a mazzate ha smantellato il sistema socialista britannico, ed è stata un’altra storia

      • maboba Rispondi

        9 maggio 2015 at 08:28

        Una delle cose più deprimenti di questi tempi grigi è la pervicacia con cui si vuol far credere che la nostra crisi è causata dall’euro, con il corollario obbligato che se ne uscissimo i nostri guai finirebbero. Basti pensare a ciò che sono le nostre istituzioni e la classe pubblica-politico-burocratica che le gestisce, nonostante e a dispetto dei vincoli europei che pur con tutti i difetti impongono un freno alle voglie dello spendere a debito che l’ha sempre caratterizzata. Soprattutto a cosa sarebbe capace di fare senza.

  2. Cio Rispondi

    8 maggio 2015 at 15:05

    Bravo Adriano!!!! Ottimo commento: inutile aggiungere altro!
    Se vedum!

  3. Francesco_P Rispondi

    8 maggio 2015 at 20:12

    Stime OCSE ( vedere https://data.oecd.org ):
    – PIL nominale 2014 +4,9%
    – Deficit 2014 -5,7%
    – Debito Pubblico 2013 93% (il dato 2014 non è ancora disponibile)
    Quello che emerge da tutti gli indicatori è che l’economia del Regno Unito cresce. La riduzione della pressione fiscale sta espandendo il debito pubblico nel breve periodo, ma c’è spazio per recuperare nei prossimi anni grazie alla dinamica della spesa pubblica, meno accentuata che nel resto della EU e della crescita più rapida se confrontata con i grandi Paesi Europei.
    Il Regno Unito è in grado di attirare capitali esteri e di favorire l’investimento dei capitali domestici sul proprio territorio proprio grazie alle politiche liberiste di Cameron. Infatti il Primo Ministro è stato premiato in questa tornata elettorale nonostante che una consistete parte dell’elettorato conservatore si sia spostato verso l’UIKP. Quest’ultimo ha realizzato un crescita in termini di voti del 9.6% rispetto alle elezioni del 2010.
    Nello schieramento socialdemocratico, invece, c’è stato un vero e proprio travaso in Scozia dal Labour al National Scottish Party che è stato capace di catalizzare anche parte dei voti del centristi del Liberal Democrat Party, alleato di Cameron nell’ultima legislatura. Ora Cameron potrà governare da solo con i suoi 330 Parlamentari.
    Un grande plauso al metodo elettorale anglosassone: nel giro di 18 ore dalla chiusura dei seggi si sa già chi governerà e tutti i Parliament Members si sono dovuti sudare l’elezione nel proprio collegio.
    Da noi invece si si discute all’infinito se fare il Porcellum, l’Italicum oltre schifezze. Qualcuno sarà capace di proporre “Civaticum”, la legge con il premio di minoranza.
    Il Regno Unito non è perfetto, ma è trasparente e per questo è migliore per le persone e per l’economia.

  4. Albert Nextein Rispondi

    8 maggio 2015 at 22:00

    L’italiano medio non conosce la differenza tra libertà e democrazia.
    E’ , quindi, una vittima designata di tutte le caste di potere.
    Una specie di bancomat vivente.

  5. Lorenzo Rispondi

    9 maggio 2015 at 14:44

    Qui non si tratta di destra oltranzista o meno,Cameron viene riconfermato per la capacità di contenere la spesa pubblica,di generare un condizione di orgoglio nell’essere area multirazziale e non solo per l’attenzione agli arrivi possibili.Il pil cresce e con questo il lavoro e la ricchezza.Il vero problema è la promessa del referendum sull’Europa,cosa che entro due anni dovrà comunque fare.Se le risultanze fossero negative si troverebbe davvero nei guai,l’industria non lo accetterebbe perché la domanda crollerebbe e soprattutto gli scozzesi avrebbero buon gioco nella separazione o nell’autonomismo.Insomma la Gran Bretagna diventerebbe un’isola isolata,ma davvero una piccola isola.

    • sergio Rispondi

      9 maggio 2015 at 16:40

      bene, bravo, 7+ ! → https://youtu.be/1buiAPNXQJE

    • Francesco_P Rispondi

      10 maggio 2015 at 10:58

      Dati alla mano, i volumi dell’import e dell’export con i Paesi EU e quelli extracomunitari danno ragione a chi vorrebbe uscire dall’Europa. Gli eventuali dazi che l’EU volesse applicare “per vendetta” sarebbero un boomerang perché i volume dell’import del Regno Unito dagli altri Paesi UE è maggiore di quello dell’export verso i Paesi UE al contrario di quanto non avviene nei volumi di scambi con i Paesi extracomunitari dove esiste un sostanziale equilibrio (vedere https://www.uktradeinfo.com/Statistics/EUOverseasTrade/Pages/EuOTS.aspx per EU e https://www.uktradeinfo.com/Statistics/NonEUOverseasTrade/Pages/NonEuOTS.aspx per non EU ).
      Dal punto di vista finanziario lo UK potrebbe avvalersi di una maggiore flessibilità per le sue banche.
      Il nodo centrale dello sviluppo a medio / lungo termine é rappresentato dal TTIP (Trans Atlantic Trade ad Investment Partnership). La UE teme di dover affrontare la concorrenza USA perché dovrebbe modificare i suoi atteggiamenti nel senso di una maggiore flessibilità e quindi di un minor peso della burocrazia e della politica nelle scelte finanziarie e industriali.
      La piccola isola, ex penultimo grande impero (l’ultimo è il rinato impero della Cina), è meno isolata dal resto del mondo che non la grande Europa i cui burocrati credono di essere l’ombelico del mondo.
      Comunque quei mercanti degli inglesi sanno fare bene i loro conti…

  6. Gianni Rispondi

    12 maggio 2015 at 08:13

    In Italia non avverra mai perche tagliare la spesa sognifica tagliare i fondi a piccoli e grandi “clientele”, non dare soldi a tutti quelli che sono dietro ogni politico. Per questo noi vogliamo una prepubblica presidenziale

    • Matteo Rispondi

      15 maggio 2015 at 13:01

      Ho dato una rapida scorza alle tesi del “movimento presidenzialista” e alla riforma elettorale/istituzionale propostane.

      Somiglia molto al sistema già vigente nelle nostre amministrazioni locali e che Renzi, col “Sindaco d’Italia”, vuole estendere a livello nazionale.

      Di sicuro non c’entra niente col vero Presidenzialismo e men che meno con quello statunitense, dove non solo esecutivo e legislativo sono nettamente distinti e contrapposti (non c’è un opposizione che controlla la maggioranza, c’è il Congresso che controlla il Presidente – bilancio, nomine, trattati e impeachment – e viceversa – veto presidenziale), ma è il Presidente a non avere poteri “propositivi” sulle leggi (può solo richiedere, col veto, la maggioranza qualificata per quelle che non approva) e vige il bicameralismo paritario.

      Voi invece proponete che il Senato voti solo le cosiddette “regole del gioco” (mentre in America vota pure il bilancio e ha maggiori poteri di controllo), le primarie solo per il Leader di partito e che il sistema elettorale gli assicuri la maggioranza dei seggi nella Camera egemone, la dove negli Usa nulla vieta che il Presidente sia sotto in uno o entrambe i rami del Congresso, i cui membri sono tutti eletti distintamente in collegi uninominale, previe primarie.

      Non è tanto la compartecipazione di maggioranze e opposizioni a favorire il clientelismo (le coalizioni di governo saranno tanto esose quanto rissose, ma non sono l’unità nazionale), quanto la cogestione del potere esecutivo e legislativo.

      Il Parlamento non dovrebbe fare e disfare governi che, finche durano, fanno e disfano leggi a proprio uso e consumo, senza
      che il primo riesca a discuterle e i secondi a farle funzionare.

      Dovrebbe garantire che si governi sempre e solo nei limiti di una legge uguale per tutti (non monopolio delle alterne maggioranze, ma soggetta al veto incrociato di assemblee distinte e autonome tra di loro e dal Governo).

      Per le leggi fondamentali, o qualora il Presidente esprima un veto, è richiesta la maggioranza qualificata.

  7. Marco Rispondi

    13 maggio 2015 at 19:14

    Ma per favore basta co’ sta storia che il problema dell’Italia è l’euro, che non se ne può più! Ma che le 11.000 (stima molto conservativa) società partecipate con i loro 26 mld di euro di perdite li ha fatti l’euro? Immaginatevi quanti sono 11.000 tappi i bottiglia, non vi entrerebbero in casa… e queste sono società, porca miseria: uffici, amministratori, direttori, e chi più ne ha più ne metta! Ma veramente crediamo che senza l’euro avremmo vita facile? Chiedetelo al Giappone e guardate l’Abenomics che risultati ha portato, ma dai, siamo seri! Ma per fortuna che c’è qualcuno che ci tiene i rubinetti chiusi, che con i vari sociali (di destra e di sinistra) che girano in Italia avremmo il dollaro a 5.000 lire e il deficit al 10% del pil, che manco la vecchietta se comprerebbe più i bot!

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