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Se il Requiem lo intona Antonio Martino

Se il Requiem lo intona Antonio Martino, per noi, è un dato politico e umano della massima rilevanza. Non solo per il peso intellettuale, quello è l’ovvio, ma per l’assenza totale di ogni risentimento dal suo discorso (nonostante anche recentemente il suo nome sia stato indegnamente gettato e poi tolto dal tavolo-Quirinale) e la lucidità crepuscolare, molto siciliana, un misto pacificato e insondabile di pietas e realismo. «In tutti questi anni ho imparato a non sottovalutare mai Berlusconi. Quando lo danno per morto, lui risorge sempre. Certo, stavolta se lei mi chiedesse se lo considero probabile… Ecco, me lo chieda». E Mattia Feltri, autore della densa intervista pubblicata su La Stampa di oggi: «È probabile?». «No».

Potremmo chiudere qui, qualunque traballante analisi pennivendola o, peggio, sociologica, sulla crisi irreversibile del berlusconismo, qualunque spreco di tastiera in proposito, non aggiungerebbe nulla alla perentorietà atavica di quel “No”. Berlusconi non risorgerà, non lo dice un reduce girotondino, non lo dice un nemico giurato né un amico interessato, lo dice un vecchio socio d’arme che non ha mai avuto nulla da chiedere, al Cavaliere e al suo progetto politico, ma anzi ha dato tanto, forse tutto. Ha dato il nome, la storia, la faccia. Per chi ci ha scommesso, e non se n’è mai fatto una ragione, la rivoluzione liberale aveva le fattezze stesse di Antonio Martino, era un tutt’uno con il suo tono pacato e i suoi contenuti così incendiari rispetto al mainstream statalista e consociativo italico. La scuola di Chicago come stella polare filosofica, Milton Friedman come maestro in carne e ossa, Lady Margaret Thatcher e Ronnie Reagan come prime linee di una politica nuova. Che metteva in discussione il principio stesso di ogni agire politico tradizionale: l’alimentazione scientifica e l’espansione continua degli apparati del potere. Affamiamo la Bestia, gridava invece questo coro eterogeneo e sublime, e gridava Antonio Martino in Italia. Questa volta la affamiamo davvero, si pensò nel Novantaquattro.

La Bestia non è stata affamata, Martino è il primo a saperlo, e oggi può permettersi di alludere criticamente al partito cementato esclusivamente «sul grande carisma di una leadership», lui che non ha mai partecipato alla caciara plebea contro quel carisma. È un caleidoscopio emotivo, più che un’intervista, una sfilata di sentimenti contrastanti, quasi di ossimori, che sono la materia stessa della vita: «Io provo molta amarezza, oltre che molta gratitudine. Sono grato a Berlusconi per questi ventuno anni. Sono stati a tratti esaltanti. Ho fatto il ministro. Però è anche vero da nove anni non ho ruoli, mi limito a pigiare bottoni». Sarà un caso, da quando Forza Italia ha cominciato a entrare in crisi d’idee e d’identità, ha perso i riferimenti minimi per affamare la Bestia e ha finito per appaltare la politica economica dei suoi governi a un funzionario di punta addetto al nutrimento della Bestia, Giulio Tremonti. Non è un caso, ovviamente. Forza Italia o viveva martiniana, o moriva. Non ha vissuto martiniana.

E allora può essere il momento di intonare un Requiem, quasi un omaggio tenero, ma nient’affatto indulgente. «Berlusconi rimane un uomo a cui voglio bene, ma…». In quel “ma” sospeso c’è tutta la storia non raccontata e l’occasione perduta di Forza Italia, c’è quel che poteva essere e non è stato. Anche noi, nel nostro piccolo, vogliamo bene a Berlusconi. Ma…

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di on 7 maggio 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Se il Requiem lo intona Antonio Martino

  1. adriano Rispondi

    30 aprile 2015 at 14:17

    Ma mi sono accorto alla fine che faceva solo i suoi interessi ,fingendo di fare i miei.Mirabile “no” che alimenta l’autostima in chi da anni ribadisce il concetto.Martino non si discute come tecnico ma come politico sì.Troppo evanescente e impalpabile.Per costruire un paese nuovo ci vuole altro.Qualcuno ha sperato che ci fosse, invece non c’era e non c’è.I giovani,che hanno tempo,possono sperare nel domani.Gli altri no.

  2. Albert Nextein Rispondi

    30 aprile 2015 at 17:29

    Allorché venne formato il primo governo Berlusconi e Martino non fu nominato ministro delle finanze-tesoro-economia , io cominciai ad avere dubbi sull’operato del berlusca.
    Non si può annunciare, promettere una rivoluzione liberale e mettere un campione liberale agli esteri o alla difesa, ora non ricordo.

    • FEMINE Rispondi

      7 maggio 2015 at 10:22

      Ricordo Martino, nei primi anni ’90 ad un indimenticabile congresso del partito radicale a Roma nel mitico Hotel Ergife, fece un intervento, schiettamente liberale appunto, che entusiasmò e scaldò gli animi dei partecipanti che, illusi di essere vicini all’approdo salvifico, furono generosi di applausi scroscianti di condivisione totale.
      Era una stagione speranzosa e di “buona volontà”…e B. non era ancora apparso all’orizzonte politico…
      Poi, oltre all’operato di B. deludente fin dall’esordio per molti aspetti in particolare le scelte delle persone di governo, non si può non rilevare che pure Martino ben si accomodò in un ruolo che altrettanto per visibilità gli confaceva quale gli Esteri…(sua moglie è americana…).
      Cordiali saluti e buona giornata a tutti ( se si può)

  3. alessandro Rispondi

    30 aprile 2015 at 17:52

    1,10,100,1000 Antonio Martino. Una delle rare teste pensanti d’Italia.Liberale vero,signore ancora piu’vero, cultore della pigrizia, intesa come arte del saper centellinare il poco tempo che ci e’ donato.I suoi libri dovrebbero essere adottati come testi in tutte le scuole ma ahime’ siamo in Italia, paese social-comunista, per questo si ritrova a pigiare inutili bottoni.

  4. Riccardo Pozzi Rispondi

    7 maggio 2015 at 12:55

    Silvio ci ha sapientemente fatto perdere vent’anni, con mezzo paese impegnato a spiare sotto le sue lenzuola, e l’altro mezzo a difenderlo. Intanto la bestia cresceva sia con la Franza sia con la Spagna, e con metà nazione a fare spallucce e dire basta che se magna.
    Una prece.

  5. Corrado Rispondi

    7 maggio 2015 at 12:57

    Cari amici, epperò/ecchecacchio! Io da quell’ ingenuotto che sono, mi vado ramingo chiedendo a capo chino, del perché i giornalisti liberal-I veri, non si prodighino in una campagna di vera promozione del Prof. A. Martino, che ne so interviste, ospitate in tv, recensione di lavori e/o libri, ecc. Per esempio, il Dr Nicola Porro, stimato e specchiato giornalista liberale di stretta osservanza, con una bella trasmissione all’ attivo, perché ogni 2 x 3 non invita (anche in collegamento) il Prof. Martino invece di quei soliti smandrappati comunisti che ci tritano ogni volta i cabbasisi con le loro fregnacce da sez. Gramsci?! E magari lo fa perfino interloquire con il Dr. Pagliarini e gli si fanno perfino dire, a Questi due, cose inaudite, in materia economica, costituzionale, sociale ecc. ecc., in modo da smuovere le l’ acquitrino dove marciscono i cervelli dei nostri connazionali, di sicuro si avrebbero delle reazioni anche a Palazzo, altro che nominare il Nome di A. Martino invano (fatte le debite sproporzioni, data Nobile Parafrasi Biblica).

    A presto amici, NO MARTINO NO PARTY!

    PS Un’ altra idea credo sia che alcuni giornalisti e pensatori come Sallusti, Bassani ecc. lasciassero qualche commento sul blog di a. martino.

    c

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