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Controcanto sul mito del trasporto pubblico

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Matteo Renzi chiede «investimenti in infrastrutture fuori dal patto di stabilità», il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi afferma che sono «un dovere assoluto per il nostro Paese» e secondo l’ex ministro Maurizio Lupi «non sono un costo ma un investimento». Ma davvero i soldi spesi per le opere pubbliche, specie di trasporto, sono sempre e comunque spesi bene?

A smantellare la retorica statalista secondo cui di mezzi pubblici non ce n’è mai abbastanza c’è Francesco Ramella, ingegnere studioso di infrastrutture e fellow dell’Istituto Bruno Leoni (dove ha presentato le sue ricerche) che ha raccolto una serie di dati precisi che gettano una nuova luce (decisamente più fioca) su un grande cavallo di battaglia di una sfilza di politici e professori. Il luogo comune numero uno è che l’Italia spenda poco rispetto agli altri Paesi: fra il 1995 e il 2010 il nostro Paese ha infatti destinato alle infrastrutture, di media, lo 0,85% del Pil contro lo 0,77% della Francia, lo 0,74% della Gran Bretagna e lo 0,67% della Germania. Eppure, pur spendendo di più, abbiamo avuto in questo periodo il tasso di crescita medio del Pil più basso: 0,6% contro il 2,1% del Regno Unito, l’1,6% della Francia e l’1,4% della Germania.

Altra anomalia è che, pur spendendo più di tutti, abbiamo meno autostrade e linee dell’alta velocità di Francia e Germania. Forse che da noi un (bel po’) di soldi vengono sprecati (metro di Roma docet). Già, si dirà, ma questo non dimostra che le opere siano inutili: vanno tolti gli sprechi ma i benefici per l’economia e per l’ambiente restano grandi. Far affidamento sulle auto vuol dire inquinare sempre di più il mondo in cui viviamo. Anche qui c’è qualche obiezione da fare. I dati dell’Unione europea ci dicono invece che dal 1970 al 2010 la mobilità in automobile è più che triplicata (+230%). Eppure più o meno nello stesso periodo (1977-2005) a Milano le percentuali di polveri sottili si sono ridotte del 70% (più che nel periodo di Ecopass e Area C), mentre le emissioni delle auto a gasolio sono scese di una percentuale compresa fra il 70 e il 90%. Come è possibile? È la tecnologia, bellezza.

E i costi? Quasi sempre più alti dei possibili benefici. Uno studio di Flyvbjerg del 2003 condotto su 58 linee ferroviarie e metropolitane ha fatto notare come i costi siano sempre stati sottostimati del 45% mentre i traffici sovrastimati del 49%. Un altro studio condotto sulla metro di Torino ha evidenziato come, se anche si costruissero venti linee del metro, con un progetto faraonico di 20 miliardi di euro, le auto si ridurrebbero solo dello 0,1%. Questo perché chi ha bisogno dell’automobile la dovrebbe prendere lo stesso, mentre chi opta per i mezzi pubblici lo fa anche con meno linee a disposizione (al massimo si fa un pezzo in più a piedi). Il risultato sarebbero 19 linee in più con un ventesimo dei passeggeri.

Ciò non vuol dire che si debba buttare il bambino con l’acqua sporca. Non si deve però dare per scontato che i mezzi pubblici producano ricchezza; e neanche che mezzo di trasporto collettivo significhi per forza pubblico. Ci sono esempi di trasporti privati che funzionano benissimo (vedi Italo, con purtroppo relativi problemi causati dallo Stato) e lo stesso Ramella suggerisce esempi di compartecipazione pubblico-privato che riducono i rischi di sprechi di danaro pubblico e rendono le opere più efficienti.

Insomma le grandi opere non sono sempre, per forza, un bene. A molti amministratori, però, fa comodo far pensare che lo siano.

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di on 5 maggio 2015. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Controcanto sul mito del trasporto pubblico

  1. Macx Rispondi

    5 maggio 2015 at 11:23

    Se uno per sua fortuna si trova con un lay-out favorevole casa lavoro con mezzi pubblici ben vengano.
    Io personalmente con i mezzi pubblici spenderei piu del doppio e perderei un paio di ore al giorno.

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