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Ora Papa Francesco non piace più alle lobby gay

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Toh, d’improvviso Papa Francesco non piace più alle lobby gay e all’universo mondo Lgbt. Era diventato il loro idolo, lo avevano promosso a santino, a testimonial della causa omosessuale, volevano perfino sostituirgli la tonaca bianca con un bello striscione avvolgente coloro arcobaleno. Poi però Francesco li ha delusi.

Perché lui era piaciuto parecchio, quando aveva pronunciato la famosa frase «Chi sono io per giudicare un gay?», che la stampa di regime e i siti proni alla retorica gay friendly (vedi Repubblica) avevano subito provveduto a espungere dal contesto, tagliando il seguito del discorso, in cui il Papa diceva testualmente «un gay che cerca il Signore?» E vabbè, che vuoi fare, semplificazioni giornalistiche

Poi però il Pontefice deve essersi reso conto che ogni volta che apriva bocca, le sue parole venivano strumentalizzate. Se diceva “la Chiesa non discrimina i gay”, subito i giornaloni di regime titolavano “Il Papa apre alle unioni gay”; se accennava un blando “gli omosessuali vanno rispettati”, subito gli facevano dire “La Chiesa dice sì alle famiglie gay”.

Allora, magari consigliato adeguatamente dalle alte gerarchie vaticane, Papa Francesco deve aver capito che, anche nel linguaggio, era necessario fare un passo indietro. E riaffermare forte quali sono i principi inderogabili della Chiesa, ad esempio in materia di duplicità dei sessi e di complementarietà tra uomo e donna. Così, papale papale, di ritorno da un viaggio dalle Filippine, ha detto che «la teoria gender (secondo cui il sesso non coincide col genere e ognuno, nella vita, si può scegliere il genere sessuale che vuole, ndr) è una colonizzazione ideologica, simile a quella che si praticava sulla gioventù hitleriana». E poi, più di recente, dopo parole ancor più esplicite del cardinal Bagnasco, ha tenuto a precisare che «la teoria del gender è espressione di frustrazione e rassegnazione». Una bella mazzata per quelli che “pure il Papa è dalla nostra parte” e che “la Chiesa presto aprirà anche alle adozioni gay”. No, ha detto il Papa, si nasce tutti uomini e donne; poi, per carità, si rispettano le scelte individuali di tutti, omosessuali compresi, ma niente confusione sul dato di natura e niente equiparazioni tra famiglie e coppie gay (le famiglie omosessuali sarebbero infatti, dice il Pontefice, «tentativi di ridefinire la stessa istituzione del matrimonio»).

È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come se non bastasse, sabato scorso Francesco ha ricevuto privatamente Laurent Stéfanini, il diplomatico che la Francia vorrebbe a tutti i costi imporre come nuovo ambasciatore in Vaticano. C’è un dettaglio: Stéfanini è omosessuale. Francesco allora lo ha ricevuto e gli ha detto francamente e francescanamente che lui si rifiutava di accreditarlo in Vaticano. E non perché fosse gay, sia chiaro. Ma perché era vicino a quel governo che aveva approvato Le mariage pour tous (ossia legiferato sul matrimonio omosessuale) e aveva adottato un metodo sgradevole per imporre lo stesso Stéfanini alla Santa Sede.

Poi, capite com’è, Francesco è il rappresentante di un’istituzione millenaria che ha le sue regole e che prevede, per dirne una, che un ambasciatore in Vaticano non possa avere comportamenti che contrastano con gli atteggiamenti della Chiesa, ad esempio non possa praticare «atti di omosessualità, intrinsecamente disordinati», secondo il dettato del Catechismo. Magari non era il caso di Stéfanini e magari queste regole possono considerate attempate e desuete. Ma tant’è. Dura lex sed lex. Anche per quel che riguarda il sex. E così il Papa si ritrova, di nuovo da solo, a combattere la sua battaglia, contro Hollande, che ha confermato la candidatura di Stéfanini («è il miglior diplomatico per ricoprire questo incarico») e contro quelle frange del mondo Lgbt che credevano di aver trovato un appoggio sull’altra sponda del Tevere e ora si ritrovano disilluse. Andrea Maccarone, ad esempio, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, ha tuonato: «Francesco pronuncia parole durissime sulla fantomatica teoria del gender, facendosi megafono di una fantasia costruita ad arte per propagandare omofobia, transfobia e odio». E già, l’idillio è proprio finito.

Ma se ne facciano una ragione, gli attivisti omosessuali: Bergoglio è un fedele servitore della Chiesa e, come tale, ne segue e ne applica il millenario magistero, senza deviazioni sulla dottrina. E si convincano di una cosa: Bergoglio non farà mai rima con Orgoglio (Gay).

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di on 23 aprile 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Ora Papa Francesco non piace più alle lobby gay

  1. sergio Rispondi

    23 aprile 2015 at 12:14

    dopo Trans (Miss) Italia avere un papa ghei
    no me par vero, ma dài
    un papa ghei
    che canta ‘le me canson in venessian
    ( Pitura Freska, canzone papaghei )

  2. Talita Rispondi

    23 aprile 2015 at 12:46

    Caro Gianluca,
    io aspetterei un po’ prima di stabilire… le rime.

    Magari arriverà un “Kontrordine, fratres!” da parte delle Eminenze che contano.
    Chissà!

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