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Corano o no, il burqa è oppressione. Punto

NiqabQualsiasi attrattiva legata al folklore delle tradizioni possa avere un velo che ricopre il viso e/o il corpo di una donna cade nel momento in cui la scelta si tramuta in obbligo. Quando poi l’obbligo deriva da un credo imposto (ossimoro: o ci credi o ubbidisci) viene a noi spontaneo mettere in discussione i dettami di certe religioni.  Siamo sicuri che l’Islam imponga il velo alle donne? Secondo Othman Battikh, ministro tunisino degli Affari religiosi, non è così: l’Islam esigerebbe di vestirsi correttamente senza imporre un abito specifico. D’accordo che la Tunisia delle passate riforme di Bourguiba fa poco testo in materia di oppressioni, fa però molta specie l’esistenza ancora oggi di un dicastero degli Affari religiosi, a riprova che il rapporto tra religione, stato e costume è ancora sentito e dibattuto anche in un Paese moderato. Ma la specie più deprecabile è quella degli occidentali che si ostinano a cavalcare la correttezza impugnando lo sdegno per tradizioni medievali a favore della difesa a spada tratta di qualsiasi cultura diversa ancorché primitiva, da rispettare a tutti i costi e a prescindere. Ogni testo soggetto a interpretazione risulta sospetto, come sospetti sono coloro che ci vogliono imporre la loro interpretazione, anziché sfornare un pensiero autonomo e rivoluzionario. Inoltre nel Corano lo spazio per l’interpretazione è ridotto all’osso, i dettami sono pietre tombali di comprensione elementare, arcaici e accessibili a tutti, sostenuti dalle scuole coraniche che ne amplificano i dogmi riducendo gli individui a timorati di Dio. Donne in primis.Detto questo è detto ancora poco perché esiste un’altra forma di coercizione, più subdola e radicata: l’educazione famigliare e il contesto politico e sociale, motori ancora più potenti nel percorso della formazione individuale.

Con che criterio possiamo affermare che colpe e meriti siano da ricondurre in toto alle religioni? Possiamo forse dirci tutti buoni cristiani noi occidentali, noi che a differenza delle scuole coraniche abbiamo sì e no un paio di ore di religione a settimana e non ricordiamo nemmeno i dieci comandamenti nell’ordine? E se anche li conoscessimo a memoria, chi di noi li applica alla lettera? Ecco che l’educazione e la cultura fanno il resto. Se l’ottusità dei fanatici religiosi è giustificabile, meno comprensibile risulta quella dei liberali occidentali: nella nostra superiorità e con fantasia e malizia poco orientali non riusciamo a immaginare uomini e donne che ragionino per interposti dettami, che si immolino per cause assurde, che limitino la libertà dei propri simili, che seguano medievalmente alla lettera imposizioni famigliari e sociali. E ove qualche neurone più brillante si ribellasse, ecco che a rinfilarlo nei binari della “ragionevolezza” ci pensa il terrore per le conseguenze spesso mortali che ne derivano.

Il problema siamo noi, non ci sforziamo di comprendere e combattere i dettami illiberali, da flaccidamente disarmati tutto ciò che riusciamo a fare è cercare di capire (?), giustificare, difendere le diversità, nell’illusione che la civiltà avanzata ingloberà nel tempo in modo naturale e spontaneo tutte le altre. Il risultato è un religioso e altrettanto pericoloso “porgi l’altra guancia”, una mancanza di razionalità e un ripiego retorico sentimental-buonista insensato. Ayaan Hirsi Ali, africana cresciuta nella fede islamica e fuggita in Olanda a rifarsi una vita degna di quel nome, sostiene alcuni principi basilari di comprensione del fenomeno: a sposare le cause fondamentaliste non sono solo i disperati, ma ragazzi (e ragazze!) agiati cresciuti anche in Occidente che si lasciano tutto alle spalle per arruolarsi nell’Isis. Ali dice che anche lei da ragazza avrebbe potuto fare la stessa scelta, data l’educazione ricevuta dai genitori. Un tale imprinting da giovani porta all’inadeguatezza risultante dal conflitto tra il desiderio di condurre una vita musulmana autentica e la società occidentale permissiva e pluralistica, dove magari sono cresciuti. Ma le critiche più feroci a una donna ribellatasi alla violenza arrivano soprattutto dai liberali e dagli atei piuttosto che dai musulmani stessi, a conferma che il nemico alberga non solo in casa nostra ma addirittura nei nostri cervelli. A questo punto, dice lei, la speranza sta negli eretici e nei blasfemi. Che una donna sburqata e pensante ragioni meglio di mille sboldrinelle saccenti?

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di on 4 aprile 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

8 commenti a Corano o no, il burqa è oppressione. Punto

  1. scettico Rispondi

    4 aprile 2015 at 14:32

    Meglio le donne col burqa e le tasse al 0% (paesi del Golfo) che le donne in minigonna e le tasse al 75% (Francia). Punto.

    • Gianluca Rispondi

      4 aprile 2015 at 19:13

      Se fossero cattolici o protestanti vivrei lì.

      • scettico Rispondi

        4 aprile 2015 at 22:19

        Chi è che parlava di stranieri che non si integrano nella nostra società? Spiegatelo a questo signore che vuole evangelizzare i musulmani del golfo.Non ti bastano zero tasse e stipendi da capogiro, forestiero? Vorresti anche i proventi del petrolio versati direttamente sul tuo c/c? Aspetta e spera…

  2. Talita Rispondi

    4 aprile 2015 at 17:26

    “Ma la specie più deprecabile è quella degli occidentali che si ostinano a cavalcare la correttezza…”

    * * *

    Come si vede anche qui,
    la colpa è sempre della madre dei CRETINI.

    • scettico Rispondi

      4 aprile 2015 at 22:32

      La specie più deprecabile è quella che…ficca il naso negli affari degli altri.

      Occupiamoci di problemi di casa NOSTRA, non dell’abbigliamento dei forestieri.

      Altissime tasse, burocrazia soffocante e servizi pubblici scadenti ci faranno morire molto prima dei burqa/non burqa.

      Ma, si sa, alle donne interessa solo quello: il taglio e il modello degli stracci che indossano loro e le altre. Tanto alle tasse ci pensa il marito…

      • Talita Rispondi

        5 aprile 2015 at 14:21

        Alle tasse penserà TUO marito.

        Ecco, se lo sa, fatti spiegare da lui che da mooolto tempo esiste anche la separazione dei beni, per cui le femminucce pagano pure le tasse: ooooooh!

        E nel burqa mettici tua sorella!

  3. Luigi Rispondi

    4 aprile 2015 at 19:08

    Meglio uno scettico in medio oriente che un burqa in Europa

  4. Maurizio Rispondi

    5 aprile 2015 at 09:54

    Pessima involuzione per le donne di quei paesi e del mondo intero.Speravamo che le reti evolvessero quel sottosviluppo ancestrale ma li appena evolvi o protesti ti ammazzano,cosa che accade anche da noi.Padri o fratelli ignoranti che assassinano le figlie perché indossano un jeans o vogliono vivere come le loro compagne.Un mondo crudele ed inutile al quale non ci opponiamo e fingiamo di non vedere perché noi saremmo civili.Mah il dubbio che siamo solo cretini e vigliacchi mi viene forte.

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