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Mattarella, dopo cinquanta giornate (e sfumature) di grigio

mattarella presidenteDefinendolo “grigio”, lo avevamo sopravvalutato. A cinquanta giorni dalla sua elezione, il presidente Mattarella si è dimostrato più incolore di quanto pensassimo: etereo o, ancor meglio, evanescente. È troppo presto, naturalmente, per fare un bilancio di azioni e risultati. Ma ci possiamo già basare sulle sue (scarse) parole e sui suoi (ovvi) interventi, per capire quanta la sua figura sia poco incisiva, se non addirittura superflua.

Il capo dello Stato mette raramente bocca negli affari interni del Paese, anche sul tema delle riforme che pure, sulla base di quanto sbandierato nel discorso di insediamento, dovrebbe stargli particolarmente a cuore. Invece, non una parola sulle modifiche alla Costituzione, di cui lui dovrebbe essere supremo garante, non un’indicazione sulla legge elettorale, che pur dovrebbe assicurare l’equilibrio democratico del Paese. Mattarella lascia fare, e semmai riceve al Quirinale alcune delegazioni dei partiti, per discutere in privato della situazione, mediare e consigliare. Ma in pubblico non si espone, mai. Perché lui è un arbitro, e lascia giocare gli altri. Un po’ troppo, a dir la verità, al punto che il Presidente rischia di trasformarsi in semplice spettatore non pagante. Dopo tutto, guarda guarda, in campo c’è un super giocatore: Matteo Renzi, che ama tener per sé la palla e spesso fa pure da allenatore, sostituendo i compagni che stanno giocando male. Vedi il caso Lupi: di fatto, il premier ha preso la decisione di epurare il ministro dei Trasporti in piena solitudine, senza coinvolgere – neppure per un suggerimento – il presidente della Repubblica. Liturgia stanca, passaggio da Prima Repubblica, secondo lui. Meglio agire in prima persona e in aule diverse dal Quirinale. Così Mattarella si limiterà ad accogliere e a subire quella decisione, quando Lupi lunedì gli consegnerà ufficialmente le dimissioni. Più che un arbitro, è un notaio, che registra quanto accaduto.

Non che in politica estera, il suo ruolo sia più determinante. In un’intervista recente concessa alla Cnn, il capo dello Stato si è accorto finalmente che «l’Isis è un pericolo serio» e che addirittura, udite udite, «la Libia rischia di trasformarsi nella base per attacchi terroristici in Europa». Se non lo avesse detto lui, non ce ne saremmo accorti. Ma il presidente è fatto così: anche in caso di attentati, segue i tempi lunghi della politica, con reazioni a rilento, a scoppio ritardato, mentre le bombe (quelle vere) scoppiano in fretta e in rapida sequenza. Pure sul caso marò, le sue parole benauguranti del discorso di insediamento si sono limitate a enunciazioni di principio, mai tradotte in pratica. Perché un conto è dire «occorre dispiegare il massimo impegno affinché la vicenda dei nostri due fucilieri di Marina trovi al più presto una conclusione, con il loro ritorno definitivo in Patria», altro è adoperarsi concretamente affinché ciò sia possibile. E, ricordiamolo, il presidente avrebbe eccome voce in capitolo, visto che resta – almeno formalmente – capo delle nostre Forze armate.

A fronte di tanta indolenza, viene quasi da rimpiangere il super-interventismo di un presidente come Napolitano. Lui poneva i temi in agenda, dettava la linea alla politica e sceglieva perfino i suoi protagonisti. Mattarella subisce invece le volontà altrui, in quanto scelto dal premier, e non viceversa. Già ab origine, insomma, è in una condizione di subalternità rispetto a Renzi. A ciò si aggiunge una fibra caratteriale molto più docile rispetto ai suoi predecessori. Se Cossiga picconava, e Ciampi sentiva di incarnare lo spirito della Nazione (con campagne altamente simboliche, come il recupero dell’inno e della bandiera nazionale), e se Scalfaro e Napolitano hanno rappresentato, pur se in modi diversi, un atteggiamento invasivo della figura presidenziale rispetto all’ordinamento costituzionale, Mattarella simboleggia – in un passaggio politico che volge alla normalità – una figura di transizione e di ininfluenza, ai limiti dell’anonimato.

Potrebbe anche non far nulla, e non ce ne accorgeremmo. Potrebbe anche trascorrere sette anni in Tibet, anziché al Quirinale, e crederemmo che lui sia sempre lì, pronto a vigilare sulla nostra sana Costituzione. In silenzio, perché già parlare significherebbe sbilanciarsi troppo.

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di on 23 marzo 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Mattarella, dopo cinquanta giornate (e sfumature) di grigio

  1. Talita Rispondi

    23 marzo 2015 at 19:00

    Caro Gianluca,
    mica sempre sta in silenzio!

    Una toga è per sempre, e non risulta che sia mai stata colpita da mutismo: se non selettivo.
    (Vedi anche le ultime frigne della sciura Boccassini contro quei kattivoni dei suoi kolleghi).

    È vero che normalmente ci verrebbe da imitare la leggendaria martellata michelangiolesca al ginocchio del “Mosè”:
    “Perché non parli?!”
    Però è altrettanto vero che – se si tratta del favoloso mondo s/togato – MI (non azzardo il “ci”) verrebbe voglia di usare un tenace nastro adesivo e tappare l’augusta boccuccia presidenziale.
    Ricordi?

    ● FEBBRAIO 2015- Inaugurazione di nuovi corsi nella Scuola della magistratura di Scandicci:
    “I magistrati non siano né burocrati né protagonisti”.

    Cioè, che cosa devono essere?

    “Al magistrato si richiede una costante tensione culturale che trova sì fondamento in studi e aggiornamenti continui, sempre più necessari nel contesto normativo in rapido movimento, ma si nutre anche di una profonda consapevolezza morale della terzietà della funzione giurisdizionale, basata sui principi dell’autonomia e dell’imparzialità”.

    Cioè?! In parole povere e in pratica?
    MYSTERIUM mattarellum.

    ● MARZO c.m. – Incontro al Quirinale con 350 – TRECENTOCINQUANTA – giovani magistrati
    (ecco un settore che non conosce crisi né disoccupazione):
    “Della nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati andranno attentamente valutati gli effetti concreti della sua applicazione”.

    Ah, ok! Finalmente si capisce qualcosa!
    Dobbiamo valutare la responsabilità dei magistrati, e invece non è necessario valutare la responsabilità di ogni altro professionista in ItaGlia:
    per esempio, la responsabilità dei chirurghi, per cui oggi è praticamente vietato morire per cause naturali in sala operatoria.
    La colpa è sempre del chirugo cattivone e somaro, e tutto va bene, madama la marchesa!

    Quindi no, non sempre Mattarella è silente.
    Qualche volta passa dal grigio al bianco-crociato.

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