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La paura nostrana di dire “guerra”

E se ti colpissero in casa? Se venissero a colpire tuoi parenti? Ok, alla prima domanda, gli jihadisti tunisini hanno quasi risposto. Hanno colpito ancora a casa loro, al museo Bardo di Tunisi, ma a due passi dal nostro confine. Alla seconda domanda hanno invece risposto eccome: 4 italiani sono tra le vittime del terrorismo. E quindi? Siamo in guerra? Niente affatto, a giudicare dalle dichiarazioni di intenti dei nostri più alti rappresentanti. Condanne sì, solidarietà anche, sostegno alla Tunisia pure. Ma finisce lì. Quali saranno le conseguenze? Qualche programma in più di cooperazione nel contrasto del terrorismo nel Mediterraneo. Gli “stivali sul terreno” di cui parlava ieri il nostro direttore? Scordiamoceli. In teoria li dovremmo mandare in Libia, lì dove si radunano e si formano i nostri nemici diretti. Ma non li vedremo mai, nemmeno se l’Isis dovesse metter bombe nel Colosseo.

Perché siamo remissivi, passivi, non abbiamo più valori, siamo corrotti dal benessere del materialismo e del neoliberismo e bla bla bla avanti di lamentele da conservatore? No. Per un motivo molto più pratico. L’Italia è l’unico Paese che antepone la sicurezza collettiva a quella nazionale. Dunque si combatte solo quando qualcun altro ce lo chiede. Se la Nato interviene in Libia, anche a malincuore dobbiamo mandare gli aerei. E non lo diciamo ufficialmente. Ma se cittadini italiani vengono uccisi a due passi da casa, o in Libia si viene a creare un piccolo califfato alle porte, allora non ci si muove. A meno che l’Onu, l’Ue o la Nato non ce lo chiedano (ma perché mai dovrebbero?). È un grave problema cognitivo e un comodo toccasana per i politici. Un problema cognitivo, sì. Proprio così. Perché non riusciamo a capire che la “comunità internazionale” è composta da una somma di Stati e che fra questi Stati c’è anche il nostro, con tutto il suo pacchetto di interessi nazionali. Quando uno di questi viene calpestato (leggasi: ci minacciano e ci ammazzano dei cittadini), dovremmo avere il diritto di proteggerci, da soli se necessario, in gruppo se possibile. La Francia interviene da sola (come in Costa d’Avorio o Mali) o in gruppo (Libia) per sostenere i suoi interessi, giusto per fare un esempio vicino.


AFGHANISTAN: UCCISO MILITARE ITALIANO, ALTRO FERITO Perché la nostra politica estera concepisce l’azione militare solo se è chiesta da interessi altrui e nell’ambito di un’azione collettiva? Perché è, appunto, un comodo toccasana per i politici, un espediente per liberarsi delle proprie responsabilità. Entrare in un conflitto e accettarne i rischi è quanto di più duro un politico possa chiedere ai suoi elettori. Con la nostra politica estera, un politico italiano non si troverà mai nella difficile situazione di dover porre questa domanda al suo elettorato. Se proprio dobbiamo scomodare le nostre forze armate, è perché qualcun altro ce lo chiede e la sua richiesta non può essere rifiutata. Se anche le scomodiamo, facciamo sempre a tempo a negare: gli aerei in Libia “pattugliavano”, i soldati in Afghanistan “garantivano la pace”. E a giudicare dalle foto diffuse dagli uffici stampa delle nostre forze armate, invece di un esercito abbiamo un’immensa Ong che sfama i bambini, cura i vecchietti, istruisce le donne, usa le portaerei come ospedali galleggianti, ma mai e poi mai si sognerebbe di usare le armi. Se qualche giornalista fa trapelare notizie di combattimenti veri, in cui sono impegnati nostri militari, allora iniziano le smentite, poi lo scandalo, la sequenza di interrogazioni parlamentari, le proteste di piazza e prolifera la letteratura complottista. È solo questa la condizione in cui la nostra classe politica si sente al sicuro: quella in cui non deve chiedere mai al suo elettorato di sparare. E la sua inerzia è protetta da un pesantissimo tappo costituzionale: quell’Articolo 11 di cui si legge solo la prima frase (“L’Italia ripudia la guerra”) inculcato nella mente del popolo, da 70 anni a questa parte, per farci uscire dall’ubriacatura del fascismo e farci accettare dalla comunità delle nazioni civili.

Il problema è che un comportamento politico seguito così assiduamente per quasi un secolo, poi finisce per creare una mentalità. E così se oggi vai a chiedere agli italiani in erba, quelli di una classe della terza media, quelli che stanno aprendo solo adesso gli occhi sul mondo, cosa farebbero se l’Isis venisse a casa loro, il 90% risponde di esser pronto a convertirsi all’Islam. Alla fine siamo diventati pecore, nel senso stretto del termine.

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di on 20 marzo 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a La paura nostrana di dire “guerra”

  1. Franco Rispondi

    20 marzo 2015 at 11:15

    Il 90 % dei ragazzi è disposto a farsi islamico pur di salvare la pelle ?
    Nel DNA del virile popolo italico (popolo di santi, navigatori eccetera) prevale il gene ” o franza o spagna, purchè si magna”. Rafforzato dal gene chiamato “salto della quaglia” che impone alla suddetta stirpe di salire sul carro del vincitore. L’ islam si diffonde sempre di più ed è forse probabile che prevarrà anche da noi, da qui scaturisce la coraggiosa e nobile scelta.
    Me lo immagino frattanto, nostro Signore Gesù che nel cielo scuote la testa mormorando “opus et impensa perdidi”. Si, perchè Lui parla ancora in latino, per secoli la lingua ufficiale della chiesa, e che ora i preti non conoscono più.
    Approposito, quanti saranno i preti e i porporati pronti al salto della quaglia ? Secondo me, molti si stanno già allenando in palestra.

    • Corrado Rispondi

      25 marzo 2015 at 14:27

      Mi risulta che lo stato ha il compito di assolvere solo 3 (T R E!) funzioni fondamentali per garantire la libertà e la vita dei cittadini che lo sostengono 1) difesa/FFAA 2) diritto/Magistratura 3)sicurezza/Polizia, noi siamo in un delirio STATOLATRICO marxista/welfarista con inevitabile evoluzione partitocratico-clientelare come nella migliore tradizione del socialismo (nero-muscolare o rosso-intellettuale od anche un mix di entrambi) come direbbe l’ ineffabile sfascio-comunista grilloparlante una merdina fredda, una calda ed anche una tiepida (come è quella in cui affoghiamo).

      Sono d’ accordo caro Franco, quello che dice potrebbe essere più vero di quel che si pensi, legga qui:

      Grati della Vostra testimonianza, ci sentiamo in comunione di preghiera e di fede. Con stima, Giovanni Giudici, Vescovo di Pavia».
      Indovini a chi si rivolge il’ odierno successore dei SS. Apostoli di N.S.G.C.?

      E se è forte di stomaco c’è tutto un buffet a disposizione:

      http://www.corrispondenzaromana.it/il-vescovo-di-pavia-e-in-comunione-di-fede-con-i-musulmani/

      Orate fratres!

      c

  2. ultima spiaggia Rispondi

    20 marzo 2015 at 12:17

    Uno STATO è costituito da un territorio, da un ordinamento politico, da un popolo, da una bandiera. Sostenuti da una COLONNA VERTEBRALE.
    A noi manca la spina dorsale. Siamo invertebrati.

  3. peter46 Rispondi

    21 marzo 2015 at 22:36

    Egr.Magni…anche il ‘sito’ con l’articolo de ‘il giornale’ con

    “il 90% risponde di essere pronto a convertirsi all’islam”

    si è ‘vergognato’ da ‘solo’,senza neanche l’intervento di Sallusti2 o di Porro e neanche di Feltri,e si è auto…”Tilt…ato”.
    E poi se non ci saranno i ‘ragazzi’…non è stato detto che ci ‘salveranno le mafie’?Se poi non lo si accetta a ‘norddiMezzogiorno’ che siano loro a salvarVi…cavoli vostri.

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