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Il prete non dà la comunione al bambino autistico. Sbaglia

In un comune della zona di Mirano, nella diocesi di Venezia-Mestre, accade che un parroco rifiuti si dare la Comunione a un bambino autistico, gesù comunionegiudicandolo immaturo e non in grado di comprendere il senso del gesto. Giusto? No.

La cosa ha un precedente, occorso esattamente tre anni fa, nell’aprile 2012, che è utile rievocare. Allora successe che un parroco di Ferrara avesse umiliato un bimbo disabile davanti a tutta la chiesa e ai suoi amici, rifiutando di accettarlo alla prima comunione perché «stupido e incapace di capire». O così affermavano i giornali con gran concorso di laici, laiconi e laicisti, subito lanciatisi in una improbabile “crociata” a favore dell’Eucarestia (sic) e del denegato diritto a Essa che tutti hanno…Ma era una bufala. Tutto era infatti stato serenamente e preventivamente concordato con la famiglia e violazioni di “diritti” non ve n’era stata alcuna.

Ma il fatto si rese allora propizio per considerazioni importanti che vale la pena di riprendere oggi a commento dei fatti del miranese. Tre anni fa accadde che i genitori del ragazzo disabile scelsero di portarlo negli ambienti parrocchiali onde farlo sentire parte della comunità. Il vescovo, mons. Paolo Rabitti, spiegava però che i genitori in parrocchia il ragazzo ce lo avevano portato solo un paio di volte. All’inizio di aprile si svolse poi l’incontro in Curia in previsione della cerimonia della Prima Comunione del disabile; il sacerdote offrì al ragazzo un’ostia non consacrata (per sondare la situazione) e quegli la respinse bruscamente, sputandola. Con i genitori si decise allora che alla Messa della Prima Comunione il ragazzo avrebbe trovato posto in parrocchia nelle panche con i coetanei senza però ricevere la particola consacrata, ma una carezza del parroco e la benedizione, e solo per attendere, propiziandoli con dovuta attenzione e profonda carità, tempi più maturi.

Ebbene, il principio che vale anche oggi nel nuovo caso che riguarda il bimbo autistico veneto è che la sublimità della Comunione è, per un cristiano, così eccelsa che nessun potere umano, nemmeno vestito in abiti sacerdotali, può negarla, se vi sono le condizioni spirituali giuste affinché un cristiano la riceva. In tesi, è difficilissimo, anzi impossibile stabilire, per esempio, come invece facciamo purtroppo tutti a cuor leggero, se un tizio fa la Comunione solo per “farsi vedere” o davvero per autentica devozione. Del resto, non spetta a noi stabilire la sincerità del cuore del prossimo. Compete a Dio, e sarà Dio a giudicare. Un sacerdote ha il diritto e pure il dovere di accertarsi che vi siano le condizioni spirituali affinché un fedele riceva la Comunione: ovvero la confessione, la contrizione e la remissione dei peccati. Nel caso di un peccato pubblico, non confessato, non ricusato e anzi propagandato, il sacerdote può rifiutare sì la Comunione, ma non perché sia in suo potere arbitrario decidere l’esclusione di qualcuno dal Sacramento, quanto perché la condizione oggettiva di peccato (visibile, pubblica, conclamata, persino rivendicata) esclude automaticamente tal fedele dalla Comunione. Fu questo il caso della nota con cui Papa Benedetto XVI ricordò a suo tempo ‒ in pendenza di elezioni per la Casa Bianca e mentre imperversavano i cattolici ultra-liberal John F. Kerry e Nancy Pelosi ‒ ai vescovi statunitensi che non è possibile dare la Comunione agli uomini politici che pubblicamente sostengono cose come per esempio l’aborto. Ed è questo il caso odierno dell’impossibilità di dare la Comunione ai divorziati “risposati”.

Tornando in diocesi di Venezia-Mestre, un sacerdote non può rifiutare la Comunione se la condizione spirituale del fedele non lo “costringe” a ratificare l’autoesclusione dall’Eucarestia in cui una situazione pubblica di peccato inchioda detto fedele, e a maggior ragione non può farlo accampando ragioni di menomata intelligibilità del gesto da parte di quel fedele.

A suo tempo, inquadrò alla perfezione la questione padre Giorgio Carbone, dei domenicani di Bologna, ottimo teologo e direttore di quel gioiello che sono le Edizioni Studio Domenicano. Scusandomi con i lettori per la lunghezza della citazione, e chiedendo al Direttore de L’Intraprendente venia per abuso di così tanto spazio, riporto sue parole decisive di allora che sembrano scritte per il caso di oggi.

«Certamente […] se la disabilità psichica fosse così grave da rendere la persona incapace di intendere e di volere e se questa persona ha ricevuto ilautismo battesimo, non c’è alcun serio motivo per negarle la comunione eucaristica. È stata battezzata nella fede della Chiesa e dei genitori, è stata battezzata nella sua condizione di disabilità che fa supporre l’inesistenza di ostacoli o rifiuti da parte sua, perciò in queste stesse condizioni (disabilità psichica che fa supporre a noi la non-esistenza di ostacoli o rifiuti volontari) può ricevere l’Eucaristia. Può riceverla, ma non è necessario per la sua salvezza […]. Se poi la persona disabile avesse problemi di deglutizione, va ricordato che di fatto è possibile dare la comunione, non solo con il Corpo di Cristo, ma anche solo con il Sangue di Cristo. Sono sufficienti poche gocce, o anche una sola, del Sangue di Cristo per comunicare la realtà della sua presenza e della sua grazia. […] Tutto ciò rende possibile realizzare quanto Benedetto XVI insegna con l’Esortazione Postsinodale Sacramentum Caritatis del 2007, n. 58: trattando dell’attiva partecipazione degli infermi all’Eucarestia e dei disabili in generale, scrive “venga assicurata anche la comunione eucaristica, per quanto possibile, ai disabili mentali, battezzati e cresimati: essi ricevono l’Eucaristia nella fede anche della famiglia o della comunità che li accompagna”».

Ecco, il valore divino dell’Eucarestia non dipende dalla capacità umana di comprendere con la ragione quel gesto soprannaturale. Se Dio dovesse far dipendere la Sua grazia dalla nostra capacità umana di comprenderne la divina sublimità nell’Eucarestia, saremmo tutti fritti, santi compresi. Fortunatamente, però, se Dio non è un illusionista, non è nemmeno un ragioniere. Il massimo della consapevolezza anche razionale del divino mistero dell’Eucarestia che ci chiede nel riceverLa è lo stato di grazia ottenuto con la contrizione e la remissione dei peccati. E che in assoluto quello stato di grazia non lo possa vivere anche un disabile, commisuratamente alla condizione in cui il mistero del male fisico lo costringe (ma pur sempre secondo quando Dio altrettanto misteriosamente permette al male di farlo), è una responsabilità che personalmente non mi assumerei. Dopo di che, il sacerdote ha una coscienza; di essa risponde a Dio e giustamente non a noi. Sempre che la notizia sul rifiuto della Comunione nel miranese non sia un’ennesima bufala buona per gli asini come quella di Ferrara tre anni fa.

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di on 12 marzo 2015. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Il prete non dà la comunione al bambino autistico. Sbaglia

  1. Marco Respinti Rispondi

    12 marzo 2015 at 19:18

    …anche se io (mi riferisco all’immagine in homepage) sono, assieme al Papa, per la Comunione NON in mano, ma solo in bocca, coem ben si evince da questo bel video
    https://www.youtube.com/watch?v=-EKpKpgwn-0

  2. Alberto Rispondi

    12 marzo 2015 at 20:18

    Domandina facile facile ai frequentatori per abitudine di apparati cattolici: quanti capiscono la ritualità in modo partecipato e perché lo fanno in coscienza cristiana?E se non fosse siamo nella superstizione o nella scaramanzia?Sciocchino il pretino.

  3. Bortolo Rispondi

    13 marzo 2015 at 03:26

    Scusate, ma se non conoscete le cose, al giorno d’oggi è molto rapido andare a fare una verifica.
    La diocesi di Venezia-Mestre non esiste, si chiama Patriarcato di Venezia.
    La parrocchia di Mirano, situata in provincia di Venezia, si trova nella diocesi di Treviso.
    È facile, basta guardare nella rete. Con un dispendio di circa un minuto di tempo prezioso, si evita di scrivere castronerie.

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