Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

E chi le ammazza, le partecipate?

societa-partecipateIl taglio delle partecipate è diventato proverbiale. Sarà perché in questo dannato Paese più si ripete di voler fare qualcosa, meno la si fa, sta di fatto che sul tema hanno fallito ben tre Governi. Il Professore pensava più a far intascare lo Stato che a far guadagnare gli italiani. Letta ha avuto solo il merito di nominare Cottarelli. Renzi, da ultimo, ha avuto il demerito di convincerlo a tornare a Washington. Come si vede, non è un problema della politica. Che non se ne interessa, se ne interessa male, oppure lo annuncia e poi non fa alcunché. È un tema culturale che riguarda da vicino un intero Paese, che dovrebbe interessare giovani, meno giovani, famiglie e pensionati. Ma soprattutto, gli intellettuali; i firmatari degli appelli conservatori alla Umberto Eco, il reparto cultura del Soviet-Manifesto. Questi ultimi, purtroppo, sono impegnati in altri affari, affari di famiglia verrebbe da dire, come l’acquisto di Rcs ad opera di Mediaset oppure l’acquisto di Rai Way, qui prendendo un enorme abbaglio, ché il Biscione comprerebbe un contenitore che trasmette, non i contenuti della Rai, facendo un favore al mercato e al Paese, e smascherando l’ignoranza dei saputelli firmatari. Potremmo dilungarci ancora a lungo, ma non conviene, ché poi non vorremmo vederci recapitato l’ennesimo manifesto firmato da costoro. Il punto è proprio qui: la nostra classe di intellettuali si occupa di cose che non interessano al Paese, ma soltanto di quelle che solleticano la loro autoreferenzialità e il loro egocentrismo ipocrita.

Ne ho avuto una manifestazione plastica e dirompente in una lezione universitaria. Il protagonista è Mario Risso, professore di economia e gestione delle imprese. Alla Lateranense, a Roma, tiene una lezione sull’etica nell’impresa. Uno si aspetterebbe di sentire qualche considerazione intelligente sulla conciliabilità, non sempre facile, fra questi due aspetti. Sulle criticità dell’approccio mainstream, che vuole il “pubblico” su un piedistallo e il “privato” là sotto a prendersi gli improperi di uno Stato inefficiente ed elefantiaco. E invece il cattedratico parla di necessità di collaborazione fra enti profit, no profit e istituzioni pubbliche: «Solo così, accanto alla massimizzazione del profitto, si può avere la massimizzazione dei bisogni della Comunità. Solo se si dà una formazione etica all’imprenditore e al fare impresa». E giù a citare atti non vincolanti come le comunicazioni della Commissione europea, il commercio equo e solidale, le “scuole di solidarietà” di Francia e Spagna… In un’ora e mezzo nessun cenno alla sussidiarietà. Nessun riferimento alla libertà d’impresa. Nessuna proposta per cambiare la Costituzione e renderla più chiara sul punto. In altri termini: nessun riferimento all’economia di mercato e al fatto che il mercato, pur con le sue storture, è la forma più sana e trasparente per rispondere ai bisogni della Comunità. La moda del momento è riferirsi agli altri Paesi come modello e non alla concretezza e alla vitalità del sistema italiano fondato su un tessuto di piccole e medie imprese. Ma vogliamo dire chiaro e forte che fare filosofia su questi massimi sistemi a niente serve se non ad aggravare i problemi “veri” che ci portiamo dietro da decenni, e cioè una pressione fiscale alle stelle, una burocrazia ingombrante, uno Stato inefficiente?

Dobbiamo trasformarne la cultura. Davvero liberare le risorse incredibili che ha in sé questo Paese. L’assenza di coraggio sulle partecipate è frutto di questa visione anti-liberale, anti-liberista, centralista e dirigista che si è diffusa nella nostra classe dirigente. La quale crede, per usare le parole del prof. Risso, che, «in fin dei conti, se questo Paese ha problemi così profondi nella politica industriale, nella pressione fiscale e nella burocrazia, la colpa è anche e soprattutto di quelle imprese che dovevano sostenere il sistema produttivo. Le quali, anziché massimizzare i profitti, avrebbero dovuto, potendo, distribuirne parte alla Comunità». Verrebbe da chiedersi: non sarà invece lo Stato a doversi occupare di tagliare la spesa pubblica, e con i soldi ricavati, investire in politica industriale? La risposta ai posteri ( perfavore senza firmare appelli).

Condividi questo articolo!

di on 18 marzo 2015. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a E chi le ammazza, le partecipate?

  1. Albert Nextein Rispondi

    18 marzo 2015 at 10:03

    Ma neanche perdere tempo a commentare cazzate del genere.
    Io chiederei al prof. come e dove investe i suoi soldi, se ha immobili in italia e all’estero, come e dove fa vacanze, se ha oro e dove lo tiene, se ha titoli di debito pubblico italiani o esteri.
    Questi fan tutti i signori coi soldi degli altri.
    Io sono interessato a conoscere come si comportano a casa propria , coi loro soldi.

  2. Filippo Turturici Rispondi

    19 marzo 2015 at 11:45

    Senza offesa, ma che ne vuole sapere un professore di Roma del tessuto imprenditoriale PRIVATO, e soprattutto delle PMI? Sarebbe come chiedere ad un talebano cosa ne pensa di Miss Italia…

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *