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Siamo in guerra, non chiudiamo gli occhi (e le orecchie)

No DiudonnéCaro Fabrizio, non posso che ringraziarti, non solo per l’onore che ci fai con questa tua sfuriata libertina (che sia “liberale” o meno è più o meno la trama che proverò a dipanare), ma perché mi conforti nella mia posizione. Se non mi convince a gridare Je suis Dieudonné un intervento come il tuo, infatti, un intervento così sapiente e avvertito e disperatamente coerente, dubito che vi riuscirà altra parola.

Da un certo punto di vista, non dovrei iniziare neanche a discutere. La libertà di parola non risente di umori climatici, o concettuali, non è grimaldello per fare il titolo del sabato e non può essere negata la domenica, la libertà di parola se è non può non essere, è qualcosa di parmenideo e granitico, altrimenti non stiamo battagliando per Charlie, ci stiamo mirando l’ombelico compiaciuti. Non sto impazzendo, non ho in mente di scrivere peggio lo stesso pezzo che hai scritto tu, riconosco solo espressamente: nel cielo della teoria, sto con te.

Eppure devo prendere atto che non volo, mi stanco in fretta di scorribande nel cielo della teoria, sono maledettamente impantanato nella terra argillosa e sdrucciolevole della realtà, e non conosco altro individuo che quello impantanato, sotto scacco, insidiato dallo stato d’eccezione in cui tutti siamo e dall’emergenza suprema. Churchill non poteva parlare come Chamberlain, anche se sarebbe stato più elegante e umanitario e astrattamente corretto in base all’abc liberale. Quel tizio buffo coi baffetti, quell’ex imbianchino austriaco, ritiene che sia suo diritto uno “spazio vitale” più largo, è un’opinione, io non sono nessuno per strozzarla. No, Churchill non poteva parlare così, e questa impossibilità è presto detta, si chiama guerra. L’imbianchino spera che io rimanga impiccato in astratto ai miei principi, e che non mi muova. E io invece mi muoverò, per la precisione “combatterò fino in fondo”, perché ne va della libertà concreta, senza cui non esiste nessun liberalismo astratto.

Perché il punto, caro Fabrizio, mi pare esclusivamente questo. Aut-aut. Siamo in guerra o no? Se la risposta è sì, e per me, prima ancora che moralmente, è l’unica risposta possibile dal punto di vista dell’onestà della cronaca, di una minima aderenza al reale, siamo esattamente all’interno dell’unica eccezione ammessa nell’universalismo liberale e democratico. Se nell’Inghilterra, o negli Stati Uniti, del 1944 qualcuno faceva propaganda nazista, Churchill e Roosevelt lo facevano arrestare, ed erano grandi leader, titani della Storia, anche per questo, e certamente oggi non li espelliamo dal pantheon della libertà, anzi li issiamo in cima. C’entrava nulla la libertà d’opinione, che era quello per cui i loro ragazzi venivano impallinati al fronte. C’entrava tutto, invece, l’intelligenza con lo sparatore, col nemico, il collaborazionismo che avrebbe ucciso per sempre l’Occidente, e quindi qualunque libertà di contraddire e anche di insultare.

Lo stato di guerra è assodato, lo trovi negli archivi dei giornali, esiste dal 2001, da quando il nuovo totalitarismo dal volto islamico ha fatto cinquemila morti a New York, nella casa stessa della libertà, e per un po’ la belva è stata tenuta a bada, non a caso dal mai abbastanza rimpianto George Bush, da un capo dell’Occidente che ha avuto il coraggio di rispondere con la guerra a chi l’aveva dichiarata, e il coraggio di sporcare la pulizia dottrinaria liberale (vedi Patriots Act) per salvare il liberalismo concreto e la libertà degli individui reali. Pensavamo la guerra fosse finita, o forse lo speravamo, e allora abbiamo iniziato a negarla. E loro hanno dato vita a un’escalation impensabile della violenza, hanno creato uno Stato che sulla guerra, nella fattispecie santa, a quello che noi stessi siamo basa la sua legittimazione, un Califfato là dove con Bush c’erano truppe americane anche in nostro nome (vedi American Sniper, lo specchio della nostra libertà a cui ha voluto metterci di fronte Clint Eastwood), e ce l’hanno portata dentro i nostri stessi simboli, il Parlamento sovrano del Canada e un libero giornale francese, sproloquiano di prendere Roma e di imporvi la sharia, e se non riconosciamo la guerra in questo delirio, non lo faremo più.

Bimbo giustizia due russi. Il video dell'IsisL’esimio Dieudonné quest’estate commentava così la bestiale esecuzione di James Foley, il primo decapitato della jihad elevata a reality: “La decapitazione simboleggia il progresso, l’ingresso nella civiltà. Per evolvere, non possiamo risparmiarci certi sacrifici”. Himmler avrebbe potuto ben argomentare così in favore dell’Olocausto. L’Occidente al suo meglio come si regolò, difese la sua libertà o lo combattè? Dieudonné non impugna il coltello assassino, Dieudonné esercita solo la libertà di propaganda? In guerra è un motivo più che valido per sorvegliare e punire. Ancora il comico (?), rivolgendosi ai genitori di Foley, il cadavere ancora caldo: “Svegliatevi! Voi cominciate ora a entrare nella civiltà. È per il vostro bene, è perché possiate apprendere gradualmente delle cose che non comprendere ancora”. Dice che è per il mio bene se decapitano mio figlio, che l’ingresso nella civiltà coincide con la barbarie dell’Isis? Non è un eroe e nemmeno un praticante della libertà di pensiero, è qualcuno che oggettivamente sta lavorando per moltiplicare il nemico e farlo trionfare a casa mia, monitorarlo e schedarlo e provvedere a fermarlo per accertamenti se inneggia ambiguamente a certi macellai che sono appena passati all’azione, è il minimo di decenza che una società libera deve consentire a se stessa per autoconservarsi (a maggior ragione nel caso del ragazzo che blatera “i fratelli Kouachi sono solo l’inizio”, quella è minaccia esplicita, dichiarazione d’intenti terroristica).

È un paradosso? Certo, è contro-intuitivo, barcolla come teorema ed espone il fianco al risentimento diffuso, quello che cova in tutti i rottami della Storia, che non vedono l’ora di appiattire la società aperta occidentale sui propri fantasmi totalitari, e dedurne una bella equivalenza autoassolutoria. I liberali, alla fine, sono fascisti mascherati, o comunisti abbelliti. Eh no, è la vita che è paradossale e contro-intuitiva, uno può costringerla a forza in una ricetta totalitaria, il Soviet o il Reich, oppure dimorare con costanza e coraggio nel paradosso, che poi è il paradosso di un padre liberale come Karl Popper. “La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi”. Se lasciamo i Dieudonné incitare alle decapitazioni e alla jihad e all’antisemitismo come regola di vita (da cui l’immancabile corollario di morte, uccidere un ebreo è un atto santo, è il nazismo teologizzato), è inutile che scriviamo Je suis Charlie. Al massimo, siamo come Chamberlain a Monaco: abbiamo una ragione inoppugnabile, in tempo di pace. Ma è una ragione di cui non ci facciamo nulla, in tempo di guerra, e che rischia di soccombere insieme alla nostra libertà.

Leggi la risposta di Fabrizio Rondolino

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di on 14 gennaio 2015. Filed under Senza categoria. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a Siamo in guerra, non chiudiamo gli occhi (e le orecchie)

  1. Giuseppe Rispondi

    15 gennaio 2015 at 08:55

    Si concordo ma la tolleranza senza pietas,indispensabile sentimento,ha poco senso.Tollerare,capire e ,se si può,aiutare a demotivare pensieri disperanti è dovere e salvezza per chi capisce e sa.Certo in paesi dove la barbarie è praticata com supporto di religiosità e teocrazia su semplicismo ed ignoranza il problema cambia e la soluzione è lontana.Insomma ottimi Rondolino e Sallusti vi siete imbarcati in un dire deontologico stimolante ma di dubbia efficacia.

  2. Talita Rispondi

    15 gennaio 2015 at 10:41

    Caro Giovanni,
    secondo me, anche se fossimo in pace dovremmo contrastare – con le buone o con le cattive – chi dice che una decapitazione è progresso civile.

    Vogliamo arrenderci o no alla realtà che il mondo è vario e che ci vivono anche imbecilli, ignoranti, schizofrenici, psicopatici… eccetera?
    Gente pelosa, pericolosa e prepotente, che va messa nella condizione di non nuocere.
    Altro che liberalismo!

    Le tesi di Rondolino sono giusto quelle che fecero dire a un imam – che allora parlò miracolosamente in italiano – “Saranno proprio le vostre leggi ad assicurarci la vittoria”.
    Chissà come fu felice Rondolino, che l’imam avesse potuto pronunciare liberamente la sua cazzata del giorno, aggredendo verbalmente in attesa di passare ai fatti!
    Eh sì, perché l’Occidente è libertà di parola!
    A cui seguono la libertà degli 11 settembre, la libertà dei Charlie Hebdo, la libertà dell’Isis e così via.

    Tra l’altro, non so se la Redazione qui si è accorta di aver scritto “Per leggere gli articoli cliccare sulle INDAGINI”:
    magnifico lapsus freudiano, che sospetto causato appunto dalle “immagini”:
    vorrei solo che fosse ancora tra noi Cesare Lombroso.
    Ci saprebbe dire la rava e la fava sul tizio in foto.

    Con assoluta libertà di linguaggio.

  3. Talita Rispondi

    15 gennaio 2015 at 10:57

    Un P.S. anche qui

    Mi viene in mente che le posizioni estremistiche – oppure manichee, come dicono quelli che parlano bene – mi sembrano comunque e sempre ridicole.

    A cominciare dai bei tempi in cui gli intellettuaaali bbbuonisti si spellavano le mani per applaudire Ebony-del-Kongo e Ivory-dei-Rifugggiati, che – come canta Paul – tuttora “live together in perfect harmony”.
    E in fitto papiloquio (copyright Marcello Veneziani) con il meraviglioso-papa2-Francesco.
    Beh, mi sembra che ci siano molte altre categorie di bipedi infinitamente più interessanti: per esempio, le papere.

    Lo stesso vale per le argomentazioni.
    Al bar possiamo parlare di calcio (dando del cornuto all’arbitro) oppure possiamo parlare del calcio come metallo alcalino e sostanza essenziale per la vita sulla Terra.
    Dipende da come ci sentiamo e pure dal nostro interlocutore.
    Generalmente preferisco il secondo argomento.
    Chi vuol dare del cornuto all’arbitro, lo faccia pure: io sono sempre pronta a commentare con una serie di pernacchie roboanti.
    È l’unico modo di interloquire in certi casi.
    Secondo me.

  4. Milton Rispondi

    15 gennaio 2015 at 17:08

    Bravo Rondolino nel suo argomentare dai cieli più alti ed incontaminati. Bravissimo Sallusti, ed anche Talita, a riportare i ragionamenti sulla nuda e dura terra.
    Non sono altrettanto bravo ad argomentare, ma credo che le tesi di Rondolino, che seguo sempre con interesse perché comunque interessanti, si scontrano, anche, con un fatto inconfutabile che viene sistematicamente dimenticato (ricordo le sue tesi sulla liberalizzazione delle droghe):

    – molti individui non sono pienamente responsabili. Non lo sono per età (vedi bambini ed adolescenti), non lo sono per grave ignoranza, non lo sono per malattie gravi (deficienza conclamata, disturbi mentali, schizofrenia, ecc.ecc.).

    Questi individui, che non sono una infima minoranza, vanno tutelati come almeno parzialmente vengono tutelati i bambini. Sia per loro stessi che per la società che li circonda.

    Quindi al chiuso di casa sua chiunque può pensare e dire qualsiasi cavolata. Ma in pubblico NO. Va fermato e condannato secondo leggi che è urgente vengano promulgate ed applicate.

    • Talita Rispondi

      15 gennaio 2015 at 23:08

      Perché dici che non sei bravo ad argomentare?
      Dimostri il contrario.

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