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Staniamo il liberale che non c’è

Autopromozione? Autopromozione. Del resto, se un libro porta per sottotitolo Manifesto per l’Italia che vorremmo, e quel “noi” sarebbero coloro che ostinatamente coltivano il balzano desiderio di vivere in un Paese liberale, non parolaio, liberale nelle pratiche di potere e nell’alfabeto condiviso, sarebbe un controsenso non mettere l’azione a ruota del pensiero, e pubblicizzarlo per quanto possibile.

Qui, l’autopromozione è tanto più cristallina quanto totale. All’interno de Il liberale che non c’è, raccolta di microsaggi curata per Castelvecchi da Corrado Ocone, tra le altre mille cose firma de L’Intraprendente, trovate pure in intervento del sottoscritto, in tema di “informazione” (come si è costretti a chiamare la battaglia editoriale di idee in un Paese non liberale quale il nostro). Altri due contributi, Marco Bassani alla voce “Federalismo e tasse” e Laura Zambelli Del Rocino a quella “Questione femminile”, portano firme abituali per il nostro lettore, e fatemi pur dire che la cosa m’inorgoglisce, perché in fondo la ragione sociale stessa di questo giornale è provare a dare un volto, un nome, un racconto a quel “liberale che non c’è”.

Che non ci sia, che il liberale sia il vero, perenne Esiliato da una nazione che sta morendo di Stato, è un assioma per qualunque discorso che voglia camminare su un minimo di senso. Per una diagnosi clinica di quest’assenza, e relative ipotesi di terapia (ché il liberale non può mai essere un pessimista cosmico o arrendevole, ammonirebbe Ocone), consiglio vivamente i vari capitoli del libro (gli altri interventi sono di Dino Cofrancesco, Giuseppe Bedeschi, Marco Gervasoni, Guido Vitiello, Giancristiano Desiderio, Luisella Battaglia, Paolo Savona). Qui, dalla parzialità del mio punto di vista, vorrei spiegare perché un “Manifesto”, e perché serve. Muovendo da quella forma compiuta dell’autocoscienza che è l’autocritica: se il liberale non c’è, è colpa anche sua. Certo, viviamo e operiamo nel Paese più statalista del mondo avanzato (?), siamo tuttora pressati dall’egemonia tardocomunista nel recinto della cultura e dal gattopardismo neodemocristiano nell’agone della politica, non solo non abbiamo avuto un Reagan o una Thatcher, ma non abbiamo nemmeno un Cameron che sappia rimettere al suo posto un Papa che sproloquia di mamme e pugni (sì, in Occidente c’è anche il “diritto ad offendere le religioni”), e in compenso abbiamo avuto un intrattenitore geniale che per vent’anni ha sequestrato la parola d’ordine della rivoluzione liberale, quel Berlusconi Silvio oggi ormai esplicito nel suo sostegno non liberale a un socialista pop come Matteo Renzi. Tutto agli atti, ma nessuno guarda la Storia da fuori, siamo tutti coinvolti e il liberale dovrà pur farla finita con il suo passatempo preferito, l’autoassoluzione. Corollari ormai indifendibili di esso: un settarismo pari solo a quello che infestava i gruppuscoli della sinistra extraparlamentare negli anni Settanta; un utilizzo smodato e compulsivo della scomunica e della gara a chi è più liberale, che è il miglior alleato dello status quo statalista; una scarsissima frequentazione di quell’alfabeto della politica che è il realismo machiavelliano, non machiavellico (coscienza della dimensione della forza che è intrinseca all’agire politico, non sua divinizzazione); un’ossessione intellettualistica ed onanistica per le questioni d’accademia, le dispute sulla purezza della dottrina (che univoca non esiste, e se esiste non è liberale) e relativa refrattarietà a ragionar di strategia, consenso, partito.

Per far uscire il liberale dalla sua caricatura, che è l’intellettuale di complemento, la quota di minoranza nei salotti corporativi e gattopardi, serve allora un atto della volontà. Forse addirittura un ottimismo, della volontà. Qualcosa come stilare un manifesto, plurale ma non relativistico, anzi saldato in una fucina di sguardo comune, e gridare che non è il pretesto per l’ennesima serata tra dotti, ma una ricognizione sull’ “Italia che vorremmo”, quindi un atto politico, un discorso sulla polis, prima che muoia divorata da se stessa. Dare corpo, finalmente, al fantasma, all’Esiliato, stanare il liberale che non c’è. Chi, come noi, si senta coinvolto in questa caccia, provi a dare un occhio a questo Manifesto.

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di on 19 gennaio 2015. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

10 commenti a Staniamo il liberale che non c’è

  1. Talita Rispondi

    19 gennaio 2015 at 19:42

    Io di occhi gliene darò due a questo Manifesto
    (non più di due, perché non ne ho di più),
    ma sono sostanzialmente pindarica.

    Tanto pindarica, caro Giovanni, che – leggendo le tue parole: magnificentissime – mi è venuta in mente la canzoncina della Fata di Cenerentola:
    ________
    Salagadula megicabula bibbidi-bobbidi-bu
    Fa la magia tutto quel che vuoi tu.

    Io al Manifesto avrei allegato un gadget:
    chessò…. un kriss malese, un revolver 357 Magnum…
    o almeno un taser.
    Magari a una prossima ristampa?

  2. Marco Rispondi

    19 gennaio 2015 at 21:14

    Egregio Sallusti, quando ripone la colt nella fondina ed abbandona l’andatura un po’ ciondoloni del John Wayne che entra nel saloon con ancora il cavallo tra le gambe, lei è davvero una speranza per il giornalismo liberale. Coraggio ed idee chiare (quelle giuste). Così diverso dai sedicenti giornalisti patri che si proclamano liberali, salvo poi scrivere per (o addirittura fondare, nei casi più tristi) giornali ampiamente foraggiati dallo stato. Ottima la notizia del nuovo manifesto. Lo attenderemo impazienti.

    • Giovanni Sallusti Rispondi

      19 gennaio 2015 at 22:14

      Caro Marcelli, la ringrazio davvero, spero che il nostro lavoro meriti i suoi apprezzamenti. Solo una postilla: il Paese più liberale del mondo è stato fondato sulla Colt. Io dico che non è un caso… A presto

      • Marco Rispondi

        20 gennaio 2015 at 21:21

        Egregio Direttore, più che la Colt, i moschetti ad avancarica dei coloni. Ai tempi del glorioso tamburo, la Costituzione ed il Bills of Right erano già in qualche misura sotto attacco. Per non dire di oggi: la facile disponibilità di fucili d’assalto non sta, infatti, frenando la dolorosa transizione degli Stati Uniti verso un destino socialista. Più che la Colt, dunque, possono le menti: si può essere schiavi anche se armati fino ai denti e con la panza piena.

        • Talita Rispondi

          20 gennaio 2015 at 23:13

          Posso?
          Si attribuisce a Oliver Cromwell il seguente aforisma:
          “Trust in God and keep your powder dry”.

          Le menti,
          quando va bene partoriscono idee, con cui ci possiamo sollazzare in tempo di pace.
          Quando va male, invece, e sparano, purtroppo sparano cavolate.

  3. Albert Nextein Rispondi

    20 gennaio 2015 at 09:16

    LO leggerò.
    Ma in italia la rivoluzione liberale non la faranno mai i politici.

    La rivoluzione liberale la potrebbero fare soltanto i cittadini.
    Anche qui c’è poco da sperare da una serie di popoli che “o franza o spagna, purché se magna”.

    Una rivoluzione liberale è attuabile con una rivolta fiscale, una rivolta armata, o con l’emigrazione.

    Lo leggerò.
    Sono curioso di vedere se ci siano indicazioni pratiche di opposizione liberale popolare.
    A forza di teorie, ideologie, e parole vuote siam tutti piantati in un guazzabuglio infame.

  4. marco Rispondi

    20 gennaio 2015 at 12:49

    Quanta chiarezza e determinazione. Se i veri liberali sostenessero e producessero qualcosa in questa chiarezza e forza le cose andrebbero meglio quantomeno nella considerazione di un’area cui tutti, ma proprio tutti,.si dicono partecipi. Bene aver prodotto della pratica documentalità che leggeremo con gioia.

  5. adriano Rispondi

    20 gennaio 2015 at 15:19

    Da tempo sono arrivato alla conclusione.Oggi ne ho una prova ulteriore.Il referendum della lega sulla legge Fornero è stato giudicato dalla consulta inamissibile.Seguiranno le motivazioni per il pubblico pagante.Cari signori liberali se non si cambia l’articolo 1 si può continuare a parlare di quello che si vuole.Si pesta acqua nel mortaio.”La sovranità appartiene al popolo.”E non alla consulta o agli altri “limiti”.Se non si fa prima di ogni altra cosa questa piccola modifica inutile parlare di libertà.Tutto diventa finzione.Tutto è truccato.Tutto alla fine è inutile.

    • Albert Nextein Rispondi

      20 gennaio 2015 at 17:26

      Se ti adatti a seguire i metodi “democratici”, fondati necessariamente sul dialogo, sulle parole sei fatto.
      La gente comune vive di fatti, la casta di potere si occupa solo di parole.
      Vende parole a branchi di coglioni che, troppo indaffarati per tirar la carretta, si fidano obtorto collo ma delegano.
      La democrazia parlamentare è un sistema per fottere con la vasellina la gente.
      Un castello di carte e parole per disorientare chi vorrebbe vivere tranquillo e lavorare senza impedimenti per realizzare la propria vita.
      La gente deve smettere di delegare, ed esprimersi direttamente tramite referendum su ogni materia, ad iniziale da quella proibita nella “democratica ” costituzione italiana, quella finanziaria e fiscale.

      Per farlo ci sono i soliti sistemi liberali :
      protesta fiscale, mazze randelli e spranghe per una rivolta armata, oppure la rinuncia con l’emigrazione.

      Va da sé , visto l’andazzo , che l’armageddon finanziario farà tabula rasa di ogni migliore intenzione e di ogni peggiore proposito.
      Farà tabula rasa.
      Poi c’è poso da falsificare, quando si è col culo per terra davvero.

  6. Carlo Gallia Rispondi

    20 gennaio 2015 at 17:52

    Veramente io credevo che un principio cardine del liberalismo fosse la distinzione tra critica, anche dura, e offesa.
    Ma evidentemente sono rimasto indietro.

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