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L’Italia stermina le sue operose api. Fra realtà e metafora

Oggi vi voglio raccontare una fiaba, la fiaba delle api. Non è nuova, ma quale fiaba lo è? La nostra l’hanno già raccontata varie testate giornalistiche,alveare tra cui nientepopodimeno che la Repubblica e il Tg2 della Rai.

C’era una volta, perché adesso non c’è più, una ricchezza immensa: quel delizioso oro prodotto dalle api che chiamiamo miele. In una terra aspra nota come Calabria, il miele di quelle api era un tesoro immenso. Creava lavoro, occupazione, industria, risorse, export, benessere, dividendi, e per di più esorcizzava la legione dei demoni fannullonismo, pelandronite e lazzaronismo.

Un giorno come gli altri del primo settembre scorso, cioè un giorno né più bello né più brutto dei precedenti e dei successivi, capitò una cosa che agli apicoltori accade, che chi lavora mette in conto, che quando succede ci si dà da fare per vincere. Arrivò una malattia delle api sotto forma di coleottero parassita, un bacherozzo originario dell’Africa Meridionale: l’Aethina tumida. Mordace e tenace, il bacherozzo semina morte e distruzione tra le api, e si sposta rapido. Ma combatterlo è possibile. Negli Stati Uniti e in Australia lo si fa con successo da tempo, e per di più con tecniche assolutamente bio di modo che alla fine tutti vivranno felici e contenti. Si tendono cioè delle trappole, come Mamma Rai ha ben mostrato, efficaci anche per la cattura in massa dell’antipatico bacherozzo.

Ma, un mattino da lupi, al ministero della Salute della Repubblica italiana si svegliò un tale che aveva digerito male. Non aveva mai visto un’arnia, e nemmeno un disegnino con api e fiori. Sì, avete capito benissimo: era proprio un orco, di quelli ignoranti e vanitosi. Dopo un rapido briefing coi suoi tuttologi tuttofare, l’orco decise di calare la mannaia. Per debellare il bacherozzo assassino (che nelle democrazie occidentali si elimina tendendogli delle imboscate senza neanche scomodare Guantanamo), l’orco decreta che tutte le arnie dove ne sia stato riscontrato anche un solo esemplare vengano date alle fiamme. Al Ministero, infatti, quell’orco è un tecnico, pirotecnico. E così, in brevissimo tempo, migliaia e miglia di alveari calabresi produttori di ricchezza e lavoro vengono distrutti da un bruciore di stomaco del Ministero.

Italia capovoltaMa sapete cosa succede dopo? Succede che il bacherozzo infingardo resta. Il bacherozzo, infatti, vigliacco e solitario, appena sente odore di bruciato scappa e sopravvive lontano dalle api, pronto a bissare appena possibile la sua sciagurata impresa. E invece le api, che sono eroiche e patriottiche, e tengono famiglia, restano attaccate sino all’ultimo all’alveare, lo difendono, si consumano, e così ci lasciano le penne. Ovvero, il fuoco brucia vive milioni e milioni di coleotteri buoni causando danni incalcolabili alla produzione di miele (più altri, altrettanto incalcolabili, che si avranno in primavera, stagione in cui le api sono indispensabili per l’impollinazione e quel che di ricchezza ne segue), ma risparmia i coleottero dannosi. Per l’orco stanno già pensando al Nobel.

Sbigottiti, affranti, impoveriti nel giro di un secondo e increduli, gli apicoltori calabresi, abituati a far da sé, a risolversi i problemi da soli, a spaccarsi la schiena per produrre ricchezza, hanno chiesto all’orco di smetterla. Ma niente, l’orco ha continuato a bruciare. Sono seguiti altri appelli, ricorsi, lettere, richieste accorate, articoli di giornali importanti, televisione, e finalmente l’orco ha risposto: se ne parlerà alla prossima udienza del Tar. Che si svolgerà il 19 febbraio, quando probabilmente nelle apicolture calabre saranno rimasti soltanto quei bacherozzi che si potrebbero eliminare oggi con delle semplici trappole.

Mezzogiorno di fuoco, insomma, terra dei fuochi ministeriali. La fiaba delle api e dell’orco è questa, quella dove i lavoratori del Sud vengono schiantati dallo Stato, altro che coleottero parassita. È la fiaba delle api e dell’orco; dell’orco scemo, più che cattivo.

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di on 13 gennaio 2015. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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