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Tutti gli incompiuti d’Italia. Paghiamo noi

Ben oltre Mose ed Expo ci sono: il terminal di Cagliari (5,5 milioni), lo schema idrico Basento Bertano in Basilicata (ad oggi intorno ai 100 milioni), l'Idrovia veneta (ferma a 460 milioni). E tante altre. Tutte opere mai finite, altrettanti voragini di soldi pubblici...

IncompiutoÈ tradizione che con il cambio dell’anno il vecchio faccia spazio al nuovo. Un detto che forse trova ancora applicazione dentro le ante degli armadi (ma anche no, visto che la ripresa – da sempre dietro l’angolo – ancora non è arrivata) ma certo non nella vita politica di tutti i giorni, dove corruzione e incapacità amministrativa concorrono per collezionare il maggior numero di insuccessi in termini di infrastrutture e grandi opere pubbliche. Dispendiose quanto inefficienti, l’Italia – anche dopo importanti scandali come Mose e Mafia Capitale – sembra perseverare dritta sulla strada dello spreco. Troppo facile citare Expo, che a cinque mesi dall’inaugurazione è ancora un cantiere a cielo aperto (peraltro sotto la guida di Romano Bigotti, “il veterano di Expo”, che ha guidato grandi opere in tutto il mondo dopo aver iniziato con la diga del Vajont), ma altri piccoli esempi possono essere rinvenuti lungo tutto lo stivale. Partendo da Cagliari, dove la Procura ha da poco aperto un’indagine relativa alla costruzione del terminal crociere costato 5,5 milioni di euro. Terminato nel 2008, è un’imponete struttura di vetro e acciaio alta più di dieci metri, destinata ad accogliere le migliaia di persone pronte ad imbarcarsi sulle flotte delle diverse compagnie. Peccato che il terminal non abbia visto né migliaia ma neppure centinaia di possibili turisti. Il motivo è da ricondursi al piccolo errore di calcolo, scoperto solo al termine dei lavori: il fondale – che per ospitare le grandi navi da crociere dovrebbe essere fondo almeno 10 metri, non arriva in realtà a superare i sette, rendendo inagibile tutta la struttura.

Cinque milioni e mezzo di euro che sono, si, tanti soldi; ma anche noccioline se paragonati agli oltre 460 milioni necessari per il completamento dell’Idrovia veneta, il canale navigabile che dovrebbe collegare la città di Padova con quella di Venezia. L’obbiettivo, ancora nel 1963 quando all’opera vennero destinati i primi fondi (6,6 miliardi di lire) era di sfruttare il canale per il trasporto delle merci. Oggi, a distanza di 50 anni e con investimenti già effettuati per oltre 47 miliardi di lire, la realizzazione del progetto rappresenta una meravigliosa fonte di guadagno per le società pronte ad aggiudicarsi i diversi bandi di progettazione. Come quello appena vinto dalla società veronese Technital, che ha partecipato in associazione temporanea d’impresa con la padovana Beta Studio di Ponte San Nicolò. Come riporta Il Mattino di Padova, la progettazione preliminare aveva un costo di un milione di euro, e tra tutte le aziende partecipanti a vincere è stata proprio quella veronese, consorziata al Consorzio Venezia Nuova, al centro dell’inchiesta sul Mose: “La società Technital appartiene a due fiduciarie che, secondo molti, fanno riferimento ad Alessandro Mazzi, l’imprenditore arrestato per corruzione, finanziamento illecito e false fatturazioni nell’inchiesta Mose il 4 giugno scorso e protagonista di uno dei patteggiamenti più alti dell’inchiesta: due anni e quattro milioni di euro di risarcimento. Anche secondo Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e Grande Corruttore del sistema Mose, ha messo a verbale più volte che la società Technital fa riferimento al gruppo Mazzi. In particolare la società veronese sarebbe stata il tramite tra il Consorzio Venezia Nuova e Gianni Letta, l’ex sottosegretario del governo Berlusconi”.

vORAGINE SOLDIUn esempio di spreco paragonabile a molte altre opere Made in Italy, come quelle finanziate attraverso la famigerata cassa del Mezzogiorno. Non la Salerno Reggio Calabria, né il ponte di Messina (al bando la banalità!), bensì il grande, quanto sconosciuto,  schema idrico Basento Bertano in Basilicata che, dalla posa della prima pietra avvenuta nel 1976, ancora risulta in fase di realizzazione.  Il progetto prevedeva la creazione di due dighe collegate fra loro da alcune grandi condotte, oltre a una rete di distribuzione dell’acqua. Era considerato come un progetto di ristrutturazione straordinario, ma che invece di far defluire in più località della regione l’acqua fluviale, faceva affluire a se somme sempre più elevate di denaro. Come per la Salerno Reggio Calabria i cantieri si privano e chiudevano senza controllo, e solo dopo 30 anni si è riusciti a tirare le prime conclusioni sullo stato di avanzamento dell’opera: le dighe ci sono, ma mancano i tubi. Così come i soldi per costruirli: in cassa sono rimasti meno di 17 milioni di euro, che sono circa un ventesimo di quelli che servirebbero per terminare i lavori. Ecco quindi che il Cipe, nel 2006, stanzia ben  85 milioni di euro, che non sono necessari né a far ripartire i lavori, né al completamento dell’opera. Questo almeno fino all’annuncio, lo scorso anno, dall’ex sottosegretario alle Infrastrutture, Rocco Girlanda, che ha parlato di una prossima conclusione per tutta l’opera: entro il 2017, a 41 anni di distanza dalla posa delle prima pietra, dopo 400 milioni di euro di investimento. Ma, soprattutto, proprio ora che tutti i campi sono stati convertiti a coltivazioni di granoturco: tra le poche semenze a crescere senza irrigazione.

Questo per non parlare dell’intero comune di Giarre, in provincia di Catania, che pure organizza un Festival dell’incompiuto, volto a celebrare tutte le opere finanziate ma mai terminate presenti nella regione Sicilia: un terzo sull’intero totale italiano, con Giarre che si piazza la primo posto in termini di concentrazione percentuale. Qui infatti, tra le tante strade e palazzine, si è pure sentita la necessità di costruire uno stadio che ospiti 22mila spettatori in un paese che conta meno di 28mila anime residenti. Certo, con il calcio sport-nazionale-italiano, però, di stadi non ce ne sono mai a sufficienza, direte voi. Peccato però che lo stadio di Giarre non è uno stadio calcistico, bensì di polo. Già, il polo: lo sport che fa a cavallo il principe Harry d’Inghilterra. E come si può dire di no alla promozione di uno sport tanto nobile. Ecco quindi finanziati ben 4 miliardi di euro. Lo stadio è pure stato finito, peccato sia inagibile: gli spalti sono talmente ripidi che per sedersi bisognerebbe essere imbragati e assicurati tramite corda e moschettone. Forse più che per il polo, il palazzetto, potrebbe essere sfruttato per esercitazioni di arrampicata: e chi lo sa, magari con altri 4 miliardi di finanziamento. Tanto ormai, miliardo più miliardo meno.

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di on 29 dicembre 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Tutti gli incompiuti d’Italia. Paghiamo noi

  1. Albert Nextein Rispondi

    29 dicembre 2014 at 14:00

    Paga chi versa tasse allo stato.
    Si, perché se lo stato non avesse soldi , non scialacquerebbe.
    E la gente , cooperando liberamente, si arrangerebbe a costi molto inferiori e con maggiore soddisfazione.

  2. paolo Rispondi

    29 dicembre 2014 at 17:10

    bisogna risalire comunque alle cause, se sono tecniche o burocratiche

    • Franco Rispondi

      29 dicembre 2014 at 19:25

      Potremmo cercare di risalire alle cause, siano tecniche o burocratiche, ma sarebbe come discutre del sesso degli angeli, cioè inutile e inconcludente.
      La regina delle cause è una sola e si chiama “magna-magna”.
      Non nel senso di latina grandezza, perchè ai nostri politici, amministratori, eccetera, della garandezza non può fregargliene di meno, ma solo nel senso di appetito (di pecunia) virtù nell’ eccellenza della quale sono tra tra i primi al mondo.

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