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Scola contro il dogma del posto fisso: è la Chiesa che ci piace

L'arcivescovo di Milano parla ai lavoratori Sea di Malpensa e li invita ad accettare anche un lavoro precario. La soluzione non sono mai "gli altri", ma la propria intraprendenza. Una ventata di lucidità contro l'ideologia sindacale e conformista

Posto fisso? Fossi fesso… Ovvero, continuare a picchiare la testa per convincersi che si riesce ad attraversare i muri produce soltanto dolore. IlMARTINI: FUNERALI; SCOLA ESCE SAGRATO DUOMO E BENEDICE FOLLA lavoro scarseggia, la disoccupazione è alle stelle, le retribuzioni sono quel che sono, le tasse (e le accise, e le imposte indirette) crescono quotidianamente, e qualcuno vorrebbe concedersi il lusso di fare l’altezzoso di fronte a un lavoro quale che esso sia? Se è un trinariciuto sindacalista sì, ma questo è un altro discorso.

Le persone normali, invece, lavorano. Sodo, se serve. Fatta salva la basilare dignità della persona, fan di tutto pur di assicurare alla famiglia la sussistenza e sacrificano il proprio benessere per concedere, sempre alla famiglia, un qualcosina una tantum in più. Non sono esattamente quel che si dice un ultrà di Costantino della Gherardesca; solo a sentire la parola Rai m’irrito; stramaledico le trasmissioni lacrimose, pietiste, buoniste, solidariste; ma non posso che ammutolire di fronte a Boss in incognito, di cui lunedì sera è partita la nuova stagione. Storie d’imprenditoria e di capitalismo responsabile (cioè il capitalismo tout court, il resto è consociativismo da crony capitalism), che indirettamente ricordano i bei tempi del feudalesimo, dove il padrone under cover si cala, come in una fiaba moraleggiante tradizionale, tra i dipendenti onde snidare il marcio e premiare l’eccellenza per scoprire che i suoi stipendiati sono fedeli alla causa cioè all’azienda come fratelli d’arme alla Crociata, tirano ogni mattina di lima con lena e fatica, insegnano il mestiere ai sottoposti con spietatezza (cioè con rigore e passione) e soprattutto compiono sacrifici enormi (e-n-o-r-m-i, vedere la prossima puntata per credere) per spedire a casa ‒ emigrati nel proprio Paese senza però fare i rompiglioni in piazza con le bandierine della Cgil o le molotov di moda nella banlieue ‒ un pezzo di pane. Alla famiglia.

Balle che la famiglia è in crisi, è morta, non esiste. Persino quelli che purtroppo hanno subito separazioni, divorzi o addirittura lutti si tirano un paiolo così per dare esistenza dignitosa ai figli. E quindi? E quindi fan gli sguatteri nell’unto di cucina, puliscono i cessi dei ricchi senza guanti, difendono una mise en place come fosse il Graal. E che succede alla fine? Succede che il padrone ne riconosce e apprezza il valore; ne corregge, anche con durezza, le mancanze (perché di perfetti c’erano solo i catari, ma noi quelli non li vogliamo); ne premia le capacità d’intrapresa, l’investimento su stessi e la fame di lavoro anche quando il lavoro fa schifo. Vale a dire riconosce in loro, nel loro piccolo, dei padroni in sedicesimo, dei ricchi in miniatura. Viva i ricchi, insomma, anche quando sono poveri; cioè viva tutti noi: voi e me per primo.

lavoroCostantino della Gheraredesca e il suo programma televisivo mi sono tornati in mente sentendo le parole pronunciate dall’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, agli auguri natalizi rivolti ai vertici e ai lavoratori della Sea che gestisce l’aeroporto di Malpensa, più i sindaci di area. Il cardinale – traduco – ha detto forte e chiaro: accettate anche il lavoro precario; la soluzione non sono mai “gli altri” (“le istituzioni”, “lo Stato”); un po’ di lavoro quando il lavoro non c’è è sempre meglio che niente lavoro, a meno di non essere di quelli che pur di fare dispetto alla moglie infedele si evirano, ovvero dei turbosindacalizzati che piuttosto fischian per le strade.

Sacrosanto. Quello del posto fisso è infatti un miraggio. Non esiste. È una palla al piede che ingessa il mercato del lavoro; se un’azienda non può licenziare, nemmeno assume. Certo, ci vogliono le garanzie dei diritti acquisiti: ma quale garanzie è superiore al merito dimostrato da chi si rende insostituibile alla propria azienda per capacità e spirito? Esattamente come nella tivù di Costantino della Gherardesca, dove anche il più squalo tra gl’imprenditori farebbe carte false per tenersi un dipendente che si dà tutto. Mica per il lavoro, ovvio, per la famiglia: ma agli occhi del padrone la differenza (che è un delta attinente alla nobiltà di spirito dell’operaio) non si vede. Il posto fisso è il ricatto che i fannulloni sono riusciti, in clima di marxismo imperante, a imporre a chi ci mette il denaro e la faccia. Il lavoratore onesto cerca piuttosto il lavoro stabile, che è tutt’altra cosa e che (chiedetelo a una partita Iva, a uno stagionale, a un artigiano, a un bottegaio) è fatto del mosaico di molti e differenti tasselli che ci s’ingegna a stanare ovunque, ognuno dei quali è a tempo determinato, a progetto, a scadenza, a consulenza. Pare che l’arcivescovo di Milano benedica.

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di on 28 dicembre 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

20 commenti a Scola contro il dogma del posto fisso: è la Chiesa che ci piace

  1. Giuseppe Rispondi

    24 dicembre 2014 at 09:02

    Oh finalmente ,bravo Respinti è bravo Scola.Il posto fisso è la vittoria dell’incapacità,della possibilità di essere ogni giorno più bravi ed utili,più creativi.In America e speriamo diventi buona abitudine anche in questo disordinato e parassitario paese,se in dieci anni non hai cambiato almeno tre lavori non ti prende nessuno.L’appiattirsi su un lavoro che diventa abitudine,vedi quei posti fissi statali o istituzionali,e’ morire subito.La vita lavorativa è preparazione e sfida continua per traguardi nuovi e possibili solo con studio ed applicazione continua.Chi è preparato ricerca nuove e più alte possibilità di espressione il resto rischia di diventare popolo bue alla mercé d’altri.Insegnamolo da subito ai nostri ragazzi,saremo un popolo migliore.

  2. ultima spiaggia Rispondi

    24 dicembre 2014 at 10:31

    Ha ragione l’arcivescovo, ma dare tutta la colpa ai giovani credo sia sbagliato. “Le ricotte vengono come sono le fuscelle” recita un vecchio adagio.
    Plasmare i giovani è compito dei genitori, della scuola, dello Stato, della religione.
    Oggi la religione è messa alla berlina dai “culattoni” (Treccani), lo Stato è un apparato politico che condivide il territorio con la mafia (Paolo Borsellino), i professori hanno le mani legate, i genitori sognano per i figli una poltrona dorata e lo stipendio fisso.
    Quella di Scola mi sembra una voce nel deserto.

  3. Stefano Rispondi

    24 dicembre 2014 at 12:16

    eh si, che palle questo fisso….vuoi mettere con un bel contratto di 6 mesi o 1 anno, col quale non ti potrai MAI comprare una casa e farti una famiglia, e dopo il quale per trovare un altro lavoro dovrai magari cercare per 1 anno o 2 (come me adesso)…andate affanculo!!

    • Sergio Andreani Rispondi

      24 dicembre 2014 at 13:29

      Parole sante !!!

    • Giovanni Sallusti Rispondi

      24 dicembre 2014 at 13:36

      Caro Stefano, non fraintendiamo. Nessuno, né noi né il cardinale Scola, fa l’apologia del non-lavoro, anzi. L’idea è: in un Paese dove non vige l’ideologia anacronistica e livellatrice del posto fisso circola molto più lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, quest’ideologia non sussiste, e non mi pare che gli americani non si comprino le case o non mettano in piedi le famiglie. Meno posto fisso e più lavoro, per noi è meglio. A presto

    • Talita Rispondi

      24 dicembre 2014 at 13:59

      Stefano,
      anche in clima natalizio dovresti mandare “affanculo” le banke (e chi ci sta dietro) che concedono crediti solo a chi i quattrini ce li ha già a mucchi.

      Il che non significa che le banke non si debbano fare gli affari propri, ma che dovrebbero FINALMENTE essere distinte in banche d’affari e banche commerciali.
      E le seconde dovrebbero riservare credito ai giovani: con oculatezza, ma anche con particolare cura (e aiuto) per il nostro futuro.
      E lo Stato dovrebbe farsi garante per quei crediti: invece si fa garante per le Coop.

    • ultima spiaggia Rispondi

      24 dicembre 2014 at 14:44

      Il posto “fisso” te lo crei, te lo inventi, apri un’attività, vai a zappare. Affanculo ci andrai tu.

      • Stefano Rispondi

        24 dicembre 2014 at 20:07

        si, come no…aprire un’attività in itaglia oggi è cosi facile…devi solo avere qualche centinaio di migliaia di euro da investire e poi pagare il 70% di tasse allo stati….facile no??!

      • Sergio Andreani Rispondi

        25 dicembre 2014 at 13:28

        Proprio i preti parlano di posto fisso !

        Perchè non fanno il Papa a tempo determinato ???

        Un po’ di coerenza, cavolo !

        • ultima spiaggia Rispondi

          25 dicembre 2014 at 17:58

          Ma ci fate o ci siete? Se non ve lo possono garantire i genitori il “posto fisso”, chi ve lo dovrebbe garantire, la società? E a che titolo e con i soldi di chi? Di chi paga già il 70% di imposte? Perché tutti vorrebbero un posto fisso, ben retribuito e senza rischiare nulla.
          I responsabili di questa situazione cercateli tra i politici e tra i fannulloni che godono già d’un “posto fisso”, ché insieme sottraggono il 70% alle imprese private.

  4. Talita Rispondi

    24 dicembre 2014 at 13:18

    Però mi sembra che qui ci siano una generalizzazione troppo insistita e pure qualche esagerazione.

    Io non so niente della trasmissione televisiva citata, perché non guardo la televisione e comunque eviterei sicuramente quel Costantino, dunque mi limito al solo discorso sul lavoro.
    Mi pare che si faccia confusione tra il posto fisso e il peloso divieto sindacale di licenziare un dipendente che l’imprenditore non giudichi più utile per le ragioni più varie.
    Mica sono la stessa roba.

    Il posto fisso – che c’è ancora, anche se è diventato più raro di una volta – può ben essere ambìto da un lavoratore, e non c’è niente di male. Ricominciare più e più volte non è sempre nelle corde dell’individuo, specie se è un tipo abitudinario. Altro è ovviamente rifiutare un lavoro a termine, se non c’è altra possibilità.
    Il licenziamento, invece, dovrebbe essere un diritto di qualsiasi imprenditore, fatti salvi il preavviso al lavoratore perché si cerchi altro o si riqualifichi, e la liquidazione

    Poi c’è il discorso dell’imprenditore che farebbe carte false per tenersi il dipendente bravo e onesto: dipende.
    Discorso giustissimo, se si tratta di un imprenditore-pmi, che ogni giorno frequenta la sua azienda e “vive” in mezzo ai suoi dipendenti; mera eventualità, se invece si tratta di una grossa impresa, con una sequela di manager, manageroni e managerini i quali spesso fanno a gara per allontanare l’elemento sveglio e capace, tale da minacciare le loro posizioni.
    La meritocrazia, infatti, è oggi rara tanto quanto il posto fisso.

    Infine Scola, che predica di accettare il lavoro precario: mah, che altro avrebbe potuto dire nel’attuale situazione economica?
    Questa è “la Chiesa che ci piace” recita il titolo, e io rispetto le opinioni altrui, ma poi dico la mia:
    cioè che, in generale, la Chiesa si caccia troppo in affari che non la riguardano e altrettanto spesso fa danni.

    Infatti il cardinale non ha parlato solo di lavoro precario, ma anche dei senzatetto che vivono attorno a Malpensa e ha invitato la Sea a fare come il Policlinico, «dove monteranno le tende per accogliere i clochard ».
    Ce la immaginiamo Malpensa-tendopoli?
    Preferirei che quei “clochard” venissero ricoverati tutti in Vaticano, a casa di Scola, a casa di Boldrini…. e di tutti i bbbuoni-akkoglienti come loro.
    Ma questo è un altro discorso.
    Invece, tornando al lavoro, perché diamine chiunque dovrebbe pulire i cessi senza guanti?

  5. Sergio Andreani Rispondi

    24 dicembre 2014 at 13:28

    Scola ???

    A sì … quello che prendeva 100.000 Euro all’anno dal Mose a Venezia….

  6. Mario Rispondi

    24 dicembre 2014 at 17:37

    Nel mondo vero,quello che con il lavoro e l’intelligenza produce l’ha ricchezza da ridistribuire nessuno manderebbe casa,se non costretto,una persona capace ed aziendale,tutti potremmo invece fare a meno di uno statale o uno che per anni ha fatto la stessa cosa(tranne nell’esercito o in neurochirurgia e similari).Senza merito e preparazione varremo sempre meno e saremo sempre meno indispensabili.

  7. Julien de Brissac 57 Rispondi

    24 dicembre 2014 at 18:03

    Ho lavorato per più di trent’anni come dipendente a tempo indeterminato, coprendo ruoli di responsabilità in Aziende multinazionali e nazionali a respiro internazionale. E non mi sono mai sentito ricattatore o fannullone per questo. E oggi per un lavoro precario sono disposto a qualunque cosa. Quello che m’irrita è vedere volenterosi abituati a lavorare senza produrre, e mi riferisco al Toscoparolaio e al Suo entourage, di una mediocrità sconfortante arrotondare trionfanti la bocca pudenda per quella pochezza di contenuti e soluzioni che, in un inglese descolarizzato, pronunziano “Jobs Act”. Semplicemente, questi personaggi da parterre berlusconiano in libera uscita dovrebbero farsi da parte per manifesta inferiorità nei confronti di un dramma vero, quello della mancanza di un lavoro dignitoso, che vessa ormai ben otto milioni di nostri connazionali cui manca un presente decente per sopravvivere.

  8. Sergio Soardi Rispondi

    25 dicembre 2014 at 20:54

    Ma guarda! Un barlume di lucidita’ da parte di un prelato che poi , alle prossime elezioni , indichera’ ai “fedeli” di votare per la sinistra-filo -posto-statale-fisso mandando a puttane ogni precedente “barlume di lucidita’ . Amen !

  9. Alvaro Rispondi

    29 dicembre 2014 at 16:25

    Cara Talita,
    proprio ieri sera, per cui oggi posso scrivere con cognizione di causa precisa, domandavo a mio figlio di cui sono ospite qui negli USA: ma quanti cavoli di lavoro hai cambiato in appena 15 anni?
    E avrei anche voluto aggiungere: ma sei matto, se non avessi conosciuto ben bene come si lavora qui negli USA.
    Ah papa’ mi ha risposto: ho cominciato con lavare i piatti presso un fast food, poi sono passato a lavorare in un ristorante italiano da factotum per pagarmi gli studi all’Universita’, quindi “pizzaiolo” in una pizzeria italiana, poi ho insegnato un anno italiano in una scuola elementare, quindi impiegato da Home Depot, poi rappresentante da un grande grossista di ceramica ed infine il lavoro attuale nella piu’ grande compagnia americana che fabbrica piastrelle ceramiche.
    E aggiungo io: utilizzando solo macchinari italiani in tutto l’ultramoderno stabilimento.
    E quindi ti domando: e che c’e’ di strano lavorare in questo modo?
    Si lavora da una parte in attesa di conquistarsi un posto migliore e poi: dimissioni e via per una due tre volte o quante ne occorrano.
    Ciaooooooooooo.
    Alvaro.

    • Talita Rispondi

      29 dicembre 2014 at 18:04

      Non ho mica detto che sia strano lavorare in quel modo:
      ho detto che non c’è niente di male a desiderare un posto fisso.

      E immagino che adesso tuo figlio abbia un posto fisso di suo gradimento e se lo tenga.
      O no?

      • alvaro Rispondi

        30 dicembre 2014 at 01:32

        Cara Talita,
        io scrivevo a nuora, in questo caso tu, perche’ suocera intenda, ovvero qualche altro commentatore, e per questo ti chiedo scusa se non sono stato chiaro.
        E comunque, per tornare a mio figlio e al modo di lavorare qui negli USA lui ha un contratto a tempo indeterminato ma puo’ essere licenziato da oggi a domani e, zitto e mosca.
        Ma qui non e’ tutto brutto come potrebbe sembrare, licenziamenti su due piedi, perche’ nessuno gli impedisce di cercare e di essere cercato da altre aziende magari anche concorrenti.
        L’attuale lavoro e’ nato proprio cosi, fu cercato, fu trovato l’accordo e ops, lettera di dimissioni e vai.
        Per quanto poi riguarda le banche hai perfettamente ragione, uno dei grossi problemi italici sono proprio loro, qui e’ diverso.
        Mio figlio quando nel 2002 ha comperato la casa era praticamente un precario, lavorava e studiava, la moglie invece pure ma nonostante cio’ la loro domanda di mutuo fu accettata e poterono comperarla.
        In Italia e’ il ‘SISTEMA” che non funziona, in un mercato del lavoro piu’ libero ma che FUNZIONI si perde un lavoro e se ne trova un’altro in tempi accettabili.
        Inchiodati al palo di partenza da leggi e sindacati del “giurassico”, da pretese ormai fuori dal tempo, posto fisso, e da politicanti da dilettanti allo sbaraglio non potremo mai venire a capo di nulla se non peggiorare.
        L’altro mio figlio e’ al quinto lavoro, e loro mi dicono che normalmente durante la vita lavorativa un americano di lavori ne cambia almeno 5 e non mi pare che qui le cose vadano proprio male.
        Un saluto, due saluti, tre saluti e un ciaoooooooo.
        Alvaro.
        P.S. Nuovo prezzo del gasoline: 2,032 dollari al gallone di cui ti mandero’ anche una foto via mail.

        • Talita Rispondi

          30 dicembre 2014 at 16:22

          Vabbè, Alvaro,
          noi non siamo per niente iuessèi!

          Però una speranza c’è.
          Qualcuno ha evocato “la via”: cioè che l’Italia diventi il 51° Stato-Usa.
          Scommetto che ti stai già leccando i baffi.

          Quanto alla gasoline, devo ripetermi:
          dammene un litro, in cambio ti do Cristinaaa!

  10. alvaro Rispondi

    30 dicembre 2014 at 18:26

    Cara Cristinaa, ops, Talita,
    e se la tua Cristinaa fosse una sola?
    Il gasoline, anche se costa poco, qua, mica e’ una sola?
    Alvaro.
    P.S. Ammazza quante “sole” girano e nessuno se ne accorge.

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