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Le tasse non saranno mai “belle”

La "Giornata della virtù civile" organizzata a Milano per celebrare il Fisco, oltre a un caso di indottrinamento di minori, è un vero e proprio strafalcione storico. Ribellarsi a un carico fiscale eccessivo è così poco immorale che la maggior democrazia del mondo nasce da un rifiuto del genere...

tasseNon saprei come definire la “Giornata della virtù civile” intitolata “La sfida dell’equità sociale” che si terrà dopodomani a Milano in diversi luoghi, fra cui il Comune. Non si capisce, dopo aver letto il programma, se si tratti più di una crassa manifestazione di ignoranza, storica e teorica, o di una provocazione. Oppure ancora, come è molto più probabile, di una ostentata e sfacciata dichiarazione di principio in favore di una concezione forte di Stato: quello “Stato etico” che, in nome di valori non negoziabili, è tutt’altra cosa, come diceva Croce, dall’eticità concreta e anche da quella dello Stato (sperabilmente e possibilmente “minimo”). Dispiace che tutto ciò avvenga strumentalizzando la memoria di Giorgio Ambrosoli, che era un cattolico conservatore, un uomo di ordine e di legge ma di destra (monarchica). Di un certo “sequestro” da parte della sinistra della sua memoria, sarebbe pure opportuno parlare. Ma qui ora si tratta di dire, brevemente, perché celebrare le “belle tasse”, e ridurre la virtù a virtù fiscale, sia in buona sostanza immorale.

Fino all’avvento dello Stato moderno, le tasse erano più o meno arbitrarie, legate alla volontà di un signore che poteva stabilire a capriccio, secondo le proprie esigenze economiche e politiche, a chi farle pagare e in che misura. Di tasse non si parlava, ma di balzelli. E i balzelli non si distinguevano, dopo tutto, se non per convenzione, dalle taglie dei briganti. L’opera di razionalizzazione del potere e della sovranità realizzata dallo Stato moderno ha dato al pagare le tasse un significato politico e pragmatico, ma giammai un valore morale come si vorrebbe ora da parte di certi ambienti e dei nostrani moralisti d’accatto. Lo scambio che era alla base del rapporto Stato-cittadini, che era pertanto un vero e proprio patto, era questo: io Stato ti do alcuni servizi e ti garantisco alcune funzioni (la giudiziaria e quella relativa alla tua sicurezza personale in primo luogo); tu cittadino mi paghi il servizio con le tue tasse. Lo Stato liberal-democratico permette poi, sempre nell’orizzonte di senso aperto dal Leviatano di Hobbes (che invece era un assolutista), di giudicare, attraverso le elezioni, la qualità dei servizi erogati in cambio delle tasse pagate (no taxation without representation). È chiaro che se i servizi non corrispondono o se le tasse sono troppo alte e assomigliano ad estorsioni, i cittadini hanno il diritto di cambiare rappresentanti o, se ciò non è possibile, di rompere il patto sociale. Che è quanto accadde alle colonie inglesi d’Oltreoceano che, propria per protestare contro un’odiosa e ingiustificata tassa sul tè, dettero vita a quel processo costituente che in breve volger di tempo portò agli Stati Uniti. Come dire che rifiutarsi di pagare le tasse è così poco immorale che la maggiore democrazia occidentale nasce proprio da un rifiuto di tal fatta. Le cose si sono poi complicate ulteriormente nel nostro secolo, con l’avvento degli Stati totalitari da una parte e di quel loro “democratico” surrogato che sono le socialdemocrazie dall’altra. Le tasse, in questo contesto, dovendo finanziare una spesa pubblica sempre più esorbitante e fuori controllo, finiscono non solo per distogliere risorse dagli investimenti privati, ma anche per servire quasi esclusivamente a finanziare quell’apparato burocratico sempre più elefantiaco e improduttivo il cui unico scopo è autoconservarsi. L’Italia non può permettersi questo: è immorale insistervi ancora, così come lo è indottrinare i giovani come si tenterà di fare a Milano con giochi a premio, lavori di gruppo, e altre cavolate del genere.

Perché allora tanto movimento pro-tasse, anche oltre Milano? La soluzione è semplice, se ci riflettete un attimo: invogliare a pagare più tasse serve a chi, da un patto che col tempo è diventato sempre più scellerato e perverso, ci guadagna. Serve, cioè, a tutte quelle entità che vivono succhiando in modo improduttivo risorse a tutti gli altri cittadini e contribuenti. Che perciò vorrebbe intortare con le false e ipocrite retoriche di una “virtù civile” che non è dato vedere.

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di on 3 dicembre 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Le tasse non saranno mai “belle”

  1. Ernesto Rispondi

    2 dicembre 2014 at 17:54

    Questo articolo merita almeno due riflessioni. La prima. La natura dell’ossessione fiscale italiana non può essere semplicemente spiegata con uno stato ipertrofico, incapace di badare ai suoi bisogni. C’è molto di più. L’accanimento (che diventerà presto pogrom verso gli autonomi del settentrione, http://www.lastampa.it/2014/12/02/economia/fisco-la-bacchettata-della-corte-dei-conti-divario-eccessivo-tra-dipendenti-ed-autonomi-norme-contraddittorie-sulla-lotta-allevasione-dxyQfoNyayNLPS5INGlBbO/pagina.html) è figlio di una precisa strategia fiscale e di comunicazione che nasce da uno scopo. Lo scopo è quello di garantire al meridione e a una vasta fetta del centro Italia di continuare a non pagare tasse e tributi. Lo stato italiano è disposto a TUTTO pur di garantire al sud la possibilità di vivere alle spalle del nord. Si falsificano statistiche, si usano giornali compiacenti, si organizzano convegni, si spendono opinion leader. Quando poi si trovano traditori della propria città come il sindaco (napoletano…) di Milano Pisapia, l’azione si fa spavalda e violenta. E’ la vendetta belluina del PD contro gli autonomi del nord, da ieri privi di rappresentanza politica, dopo che Salvini ha detto “di essersi sbagliato sui meridionali”. Strano, sbagliava eppure diceva la verità, quando affermava quello che tutti sanno, ovvero che il meridione vive di furto fiscale.
    La seconda riflessione. Il sequestro da parte della sinistra della memoria di uomini storicamente di destra (Ambrosoli, Calabresi, Dalla Chiesa) è possibile perché non sempre i figli di grandi uomini sono uomini grandi. In molto casi, sono uomini piccoli piccoli, egoisti e meschini, che preferiscono la pace dell’essere “à la page” alla guerra, esterna e interna, che avrebbe significato essere coerenti con le idee dei genitori. Non so cosa direbbe Ambrosoli sapendo che suo figlio è comunista, ma ho qualche sospetto. D’altra parte, cosa possiamo fare noi se ci sono figli che amano i salotti frequentati dai mandanti dell’omicidio del padre? Nulla. Possiamo solo osservare stupiti questi piccoli figli di uomini grandi partecipare a un massacro fiscale fascista (di sinistra), con ‘aggravante evidente della rappresaglia etnica. I loro figli ne porteranno la vergogna come loro l’orgoglio dei padri.

    • Sergio Andreani Rispondi

      3 dicembre 2014 at 08:18

      La ” conversione ” di Matteo Salvini è soltanto tattica.

      D’ altra parte la Lega si è anche un pochino stufata dopo 20 anni di sforzi , di cercare di far capire agli abitanti del Nord che cosa vuole.

      Ed anche alla parte sana del Sud che non vive di paga pubblica.

      Il leghisti hanno passsato anni a spiegare che non odiavano ” tutti ” i romani o tutti i meridionali , ma inutilmente.

      Avrà pensato che a certe persone è più facile metterglielo nel c… che nel cervello e si sta adeguando.

      E i consensi stanno a dimostrare che non sbaglia.
      ( La Lega Nord è data attorno al 12 % )

  2. Talita Rispondi

    2 dicembre 2014 at 18:35

    Semplificando molto, io direi di cambiare.
    Da “Stato etico” in “Stato etilico”:
    ormai a livello di intossicazione cronica, con conseguente pazzia allucinatoria.

    Ma poi davvero questi qui credono di poter invogliare un qualsiasi individuo normodotato a pagare più tasse?
    E cominciando dai bambini, poi!
    Praticamente è come “invogliarli” a mangiare un piatto di spinaci anziché una badilata di Nutella: ok, facciano pure la “Giornata di Nutella è pessima” e poi mettano i bambini di fronte agli spinaci e a un barattolo della deliziosa crema.
    Pazzia allucinatoria, appunto!

  3. Lorenzo Rispondi

    2 dicembre 2014 at 18:50

    Dovremmo abolire l’imposta sul redditto su persone e sulle società, e finanziarci solo con una tassa nazionale sulle vendite, tasse di proprietà e qualche piccola accisa come fanno negli Emirati Arabi Uniti, e come facevano negli Stati Uniti prima del 1913. Questo garantirà libertà a tutti noi.

  4. Marco Rispondi

    3 dicembre 2014 at 08:49

    L’ottimo prof.Ocone da un quadro in cui ogni piccolo imprenditore si inquadra di certo……sentirsi colono di un padrone predone che ti spreme fino ad ucciderti perché le sue feste siano sempre più sfarzose.Per riformare uno Stato tanto sprecone ed inutile dovremmo preparare una classe politica di combattenti veri contro burocrati e spreconi .Certo fare i tagli potrebbe dire non essere più eletti ma ne varrà la pena.

  5. Marco Rispondi

    4 dicembre 2014 at 11:44

    Ottimo articolo.

    Il problema è che l’idea per cui gli elettori possano giudicare l’operato dei governanti e quindi – ad esempio – punire chi ha “aumentato le tasse” eleggendone altri è del tutto errata laddove chi più chi meno chi si presenta alle elezioni è comunque in fondo ciò che un liberista serio definisce socialista!

    Manca una alternativa liberale reale in questo paese.

    E purtroppo non abbiamo nemmeno le palle di ribellarci con serietà a questo stato di cose. Il rimando alla rivolta delle colonie inglesi d’America è purtroppo qui da noi nel campo dell’assoluta irrealtà.

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