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Facciamo il Partito Repubblicano

Dimmi che partito fai e ti dirò che sei. La politica a volte è così, semplice, a volte è anche questione di forme e di modelli di riferimento. Dopo c’è tutto il resto, dal setaccio del territorio al martellamento su Twitter, ma insomma conterà pura ancora qualcosa chi siamo e dove vogliamo andare.

Dove vuole andare Matteo Salvini è abbondantemente chiaro. Dritto verso il Front National all’italiana. È chiaro non solo dai compagni (pardon, camerati) di strada, da Casa Pound a parecchie schegge disperse nel cosmo della destra estrema. Ma anche, e soprattutto, dall’agenda politica, dalla ratio stessa del salvinismo: lotta dura a Bruxelles in nome della sovranità nazionale, anzi nazionalista (senza alcuno di quegli antidoti critici alle derive dell’Italietta che erano comunque circolanti nella Lega bossian-maroniana), molta retorica, anche sacrosanta, sull‘immigrazione, e poca proposta risolutiva, soprattutto più Stato nell’economia, più Stato a “protezione” delle imprese in crisi e degli indigenti (una protezione che ricorda assai quella mafiosa, e del resto passa anch’essa per un pizzo, leggasi tassazione effettiva sopra il 60%), più Stato nelle nostre vite.

Ha un appeal elettorale, questo schema? Sì, e in questo momento parecchio, per quanto lontano dall’originale francofono. Ha una vaga speranza di aprire un futuro di governo alternativo al renzismo, un futuro di governo per il centrodestra? Nessuna. Salvini fa bene il suo lavoro, incamera consenso epidermico per espandere la sua nicchia e quindi la sua credibilità di leader, non lancia nessuna ipoteca strategica sul Paese, non è nelle sue corde e forse, come ha evocato Vittorio Feltri, nemmeno nella sua iconografia.

Qual è, invece, il modello di un centrodestra che rilanci, a costo di sacrificare un grammo di tattica momentanea per uno scorcio di strategia futura? Semplifico, è l’essenza del mio mestiere, guardo alla più grande democrazia del mondo (dell’alternanza, bipolare, funzionante, checché ne dicano i troppo neomoscoviti che circondano il segretario della Lega), e dico: il Partito Repubblicano americano. Il grande contenitore del Gop, che va dal conservatorismo moderato di John McCain al liberismo compassionevole incarnato dalla dinastia Bush all’ancoraggio estremo alle radici dei Padri Fondatori del Tea Party. Il punto da quelle parti è: massima inclusione possibile, pluralismo coltivato come valore, ma non relativizzato, anzi sottoposto al duro confronto interno delle primarie, varietà d’approcci e unità d’azione. Hanno vinto così, alle ultime elezioni di mid-term, i repubblicani: alimentando l’eterogeneità interna, spingendo sull’agilità ideologica, non appaltando l’intera immagine del Partito né agli eterni centristi né ai soliti arrabbiati. Hanno fatto il partito moderno, flessibile, post-ideologico, ma ferreo nell’obiettivo e nella lotta politica. Eccolo, un centrodestra di nuovo (potenzialmente) vincente, o almeno in grado di rendere la presa del governo di nuovo contendibile (oggi non lo è, bisogna essere chiari su questo, né tantomeno lo sarà in presenza di un Front National). È a qualcosa del genere che sta pensando, tra gli altri, Flavio Tosi, non è un mistero e l’abbiamo scritto, ci siamo anche sbilanciati a favore del progetto, com’è non solo legittimo, ma doveroso in un giornale d’opinione. Chi volesse, ne avrà la rappresentazione plastica domattina a Verona, nell’incontro “Centro e destra a confronto. Prove di futuro”. Cerimoniere, appunto, il sindaco di Verona, con la moderazione di Paolo Del Debbio. Presenti, tra gli altri, Raffaele Fitto, Renato Brunetta, Giorgia Meloni, Augusto Minzolini, Marco Marin, Giovanni Basini del gruppo felicemente corsaro della Leopolda Blu, Gianpiero Samorì, Massimo Corsaro. Un’adunata, un aggiornamento reciproco sul futuro, con profili diversi e anche diversamente posizionati (a questo giornale, tanto per non essere reticenti, piacciono quelli ritti sul fronte della rivoluzione liberale sempre da fare), ma una buona notizia di metodo. Ci si parla, si include, non si concedono a Renzi le premesse del suo discorso, quelle per cui rappresenterebbe i liberali e i moderati delusi, si punta alla sensibilità diffusa nel Paese e al parto di un’alternativa credibile. No veti, ridotte, leaderisimi di giornata. Sì contaminazione, competizione interna, coinvolgimento largo di istanze e interessi larghi nella società. Che volete farci, a me il Partito Repubblicano continua a piacere più del Front National.

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di on 14 novembre 2014. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

17 commenti a Facciamo il Partito Repubblicano

  1. Giuseppe Rispondi

    14 novembre 2014 at 09:29

    Direttore lei è convincente ma come ci si iscrive al Partito Repubblicano?Un modulo?….Un bollettino postale?…..Un giuramento?…Una lettera d’intenti ?…L’espressione di buona volontà,competenze,passione e dedizione alla migliore vita per tutti?….non so.

  2. Luca Beltrame Rispondi

    14 novembre 2014 at 12:05

    Il Partito Repubblicano ha anche generato George W. Bush, uno dei peggiori presidenti degli Stati Uniti assieme a Jimmy Carter ed Obama. E’ vero che Reagan e’ venuto da li’, ma ha visto figure di quello stampo di recente?

    E il Partito Repubblicano oggi e’ anche covo non solo di conservatori (scelta rispettabile) ma anche di ultra-moralisti di facciata (assolutamente intollerabile; d’altro canto anche i Democratici sono cosi’), stile Inghilterra vittoriana.

    Mi spiega da *cosa* dovremmo prendere esempio?

    Peraltro, partito o non partito, finche’ l’ordinamento dello Stato non cambia (battaglia liberale completamente ignorata da questo giornale), staremo all’immobilismo *anche* se in possesso di buone idee per il Paese.

  3. ultima spiaggia Rispondi

    14 novembre 2014 at 12:33

    La politica italiana è estremamente semplice: si ispira a “cosa nostra”, che poi sarebbe cosa loro, in senso lato (dei politici, dei magistrati, dei sindacati, dei porporati…).
    Matteo Renzi è lì per grazia ricevuta, ma nulla cambierebbe se fosse stato eletto dal popolo o al posto suo ci fosse la Thatcher, perché sono sbagliate le regole del gioco, scritte dalla classe dirigente ad esclusivo proprio tornaconto.
    Ammiro le idee liberali di questo giornale, ma non vedo soluzione pacifica che possa risolvere il problema.

  4. Lorenzo Rispondi

    14 novembre 2014 at 12:54

    Io preferisco il tea party al 100 per cento.

  5. adriano Rispondi

    14 novembre 2014 at 14:10

    A me continuano a piacere di più le cose che si dice di fare.Il suo nuovo partito repubblicano cosa ne pensa dell’euro?Restarci con la trasformazione della BCE in FED per poter stampare moneta e garantire il debito di tutti?E i soci del nord cosa dicono?Va bene,non aspettavamo altro?Mi spiace ma preferisco la semplicità del “basta euro”,anche se mancano i contenuti.La questione comunque non è Salvini o Tosi ma cosa e chi rappresentano.La Lega sarà anche un movimento sgangherato ma è un partito reale.Tosi parla di qualcosa che non c’è e che per realizzarlo occorrono anni.Se è tanto bravo perchè non ha cercato di guidare la Lega?Non era più semplice che dover partire da zero?

  6. peter46 Rispondi

    14 novembre 2014 at 14:20

    Da John McCain a…………………..Gianpiero Samorì,chi?
    E poi ci si lamenta dei sondaggi pro Salvini,vero?

  7. step Rispondi

    14 novembre 2014 at 15:10

    A grandi linee condivido l’articolo ma sono più pessimista, in particolare sul possibile futuro del centro-destra. Un problema è che in Italia i veri liberali sono pochi. Altra cosa è che le culture politiche che dovrebbero costituire il centro-destra italiano sono troppo distanti tra loro, a differenza di quelle che compongono il Partito Repubblicano: nel GOP ci può essere qualche disaccordo in materia di bioetica o di politica estera, ma sono tutti anti-statalisti; in Italia, anche nel cosiddetto centro-destra, ci sono più statalisti che liberali! Di questo dobbiamo prenderne atto. Va bene fare cartello per contrastare la sinistra ma se non partiamo dai programmi diventa tutto inutile, poiché finiremmo per fare politiche di sinistra, soprattutto in materia economica, come del resto è successo con il tandem Berlusca-Tremonti.

    Realisticamente dovremmo considerare solo i politici sinceramente liberali, a costo di erigere un soggetto politico marginale, almeno inizialmente (mi va comunque bene chiamarlo Partito Repubblicano, proprio per richiamarsi al GOP). Occorre insomma avere un minimo comun denominatore in materia economica, che è il settore decisivo e politicamente distintivo. Non voglio cancellare politicamente chi si proclama di destra pur essendo statalista, è giusto che anche questi abbiano una rappresentanza politica, ma come loro hanno il diritto di esistere anch’io ho tutto il diritto di non associarmi a questi, proprio perché non li ritengo neanche di destra ma li considero di “sinistra oggettiva”.

    • Carlo Ebner Rispondi

      3 febbraio 2015 at 00:24

      Sono d’accordo, da condividere, noi liberali siamo una minoranza, per me è difficile identificarmi con questo specie di centrodestra attuale, troppo statalista e socialista.

  8. Carlo Gallia Rispondi

    14 novembre 2014 at 19:47

    Chi, Brunetta a Verona a parlare di destra? Ma non è lo stesso che ha detto di preferire il veterosindacalismo cigiellino al modestissimo riformismo di Renzi? Devo essermi perso qualche puntata.

  9. maboba Rispondi

    14 novembre 2014 at 20:24

    Credo che si debba partire dalle cose che si vuol fare. Secondo me per capire il tasso di statalismo dei partecipanti è discutere non su generici appelli “meno tasse-meno spesa”, bensì su poche ma precise proposte concrete quali: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00678413.pdf http://www.rischiocalcolato.it/2012/12/programma-politico-diamo-un-futuro-ai-nostri-figli.html e/o similari
    ed esprimersi con chiarezza se si è d’accordo o no, se si si vuole realizzare perlomeno qualcosa di simile e quindi farne battaglia politica.
    Altrimenti si ricasca nei propositi ed appelli inconcludenti del vecchio cdx di B.-Tremonti che predicava bene, ma non razzolava alcunché (come dice bene step).

  10. Francesco_P Rispondi

    15 novembre 2014 at 02:48

    Finché non ci sarà un progetto condiviso e un’iniziativa politica liberale, non ci sarà nessuna svolta reale e dovremo subire lo strapotere dei funzionari pubblici che supera quella dello stesso primo Ministro e del Parlamento. Infatti, l’interpretazione truffaldina delle leggi, la possibilità di ostacolare qualsiasi progetto (basti pensare ai fondi messi a disposizione e non spesi per il territorio ed ai fondi europei che perdiamo per incapacità burocratica, ecc.) rendono la casta più potente dei politici sgangherati per cui abbiamo finora votato e dei governi da loro espressi.
    Avremmo proprio bisogno di evolvere da tanti pensatori e tanti circoli che non riescono ad incidere sulla politica verso un movimento che porti avanti nel Paese una iniziativa politica ispirata ai principi della salvaguardia delle libertà individuali e d’impresa ed all’efficienza nella gestione della cosa pubblica.
    Gli attuali soggetti politici appartenenti all’area di centrodestra peccano tutti di mancanza visione strategica, sono in competizione elettorale fra di loro e nessuno di essi è in grado di fungere da elemento aggregante.
    Serve un soggetto politico nuovo, non condizionato da leaderismi e personalismi, con una visione di lungo termine ed e aperto a tutti che porti avanti un programma liberale.
    – – – – –
    Lo ho già fatto, ma invito ancora a leggere https://cdn.gop.com/docs/2012GOPPlatform.pdf
    Il modello americano può fornire utili suggerimenti: alcuni punti possono essere implementati da noi con minori adattamenti, altri richiedono una profonda rielaborazione per le diverse condizioni, il diverso ruolo e la diversa storia delle nazioni. Nonostante il lavoro di rielaborazione da compiere, si tratta di una fonte di ispirazione importante per un approccio pragmatico alla definizione di un Programma liberale per i popoli d’Italia.

  11. Talita Rispondi

    15 novembre 2014 at 13:01

    Caro Giovanni,
    tutto giusto quello che dici, senonché – quando si parla d’immigrazione e chiunque ne parli dicendo pane al pane e vino al vino – non c’è retorica che tenga, e il discorso non coinvolge solo l’epidermide ma tutti gli organi interni.

    Poi ok, facciamo il Partito repubblicano, ma la domanda è: e la Giustizia cosiddetta?
    Noi possiamo costruire tutti i castelli in aria che vogliamo, ma poi chi è che decide veramente? O sembra solo a me che inchieste e indagini togate compaiono miracolosamente appena un “nemico” dell’andazzo corrente si profili all’orizzonte?

    La notizia è che – dopoché giorni fa la Commissione giustizia al Senato ha finto di approvare la “responsabilità civile dei magistrati” – lo spaccasigilli Andrea Orlando si è precipitato a genuflettersi di fronte al Csm, barbellando:
    «Il Governo contrasterà qualsiasi ipotesi che possa comprimere l’autonomia del magistrato e la LIBERA ESPRESSIONE DELLA RAZIONALE ATTIVITÀ INTERPRETATIVA».

    Ossia Hammurabi non è mai esistito, e noi non abbiamo più leggi scritte ma solo scarabocchiate dal potere legislativo: poi ci pensano i giudici a “interpretarle” e a decidere chi è colpevole e chi no tra individui che hanno commesso lo stesso reato.
    Quindi potremmo fare qualsiasi altro partito, ma per il momento chi spadroneggia è il partito dei magistrati.

    Tosi che dice in proposito?

  12. Liutprando Rispondi

    15 novembre 2014 at 16:03

    Ma quale Partito Repubblicano!?
    L’idea potrebbe essere degna se l’Italia fosse una nazione anziché un Stato.
    Condizione che rende il territorio peninsulare simile a dei fratelli siamesi attaccati per il culo.
    Senza una divisione, l’handicap non permetterà nessuna soluzione futuribile.
    Solo chiacchiere. Come Renzi.

    • Talita Rispondi

      15 novembre 2014 at 17:14

      Sei un bel po’ drastico, Liutprando.
      Prescindendo dalla divisione, non ti basterebbe che si tranciasse di netto l’odioso assistenzialismo, di ogni forma e di ogni colore?

      Che la si piantasse di far scorrere fiumi di denaro da Nord a Sud, con il solo risultato di alimentare false pensioni d’invalidità e simili.

      Che la si piantasse di risuscitare perennemente la famigerata Cassa del Mezzogiorno – io l’avrei chiamata “feretro” – ribattezzandola con speranze creative di risurrezione in terre in cui la staticità è d’obbligo,
      in cui si assume (posto fisso, eh?!) gente che non serve a centinaia, autisti di ambulanza senza ambulanze, portatori di documenti (cartacei) da un ufficio comunale all’altro e, se gli uffici sono a piani diversi, magari pure con indennità di trasporto…
      eccetera.

      Prima di pensare a dividerci, io direi di diventare gente seria.

      • Ernesto Rispondi

        15 novembre 2014 at 19:10

        Non ho capito, Talita. Prima, lucidamente, lei descrive una situazione della giustizia al di là del bene e del male. Poi, però, afferma che per risolvere tutto basta “diventare gente seria” Mi dispiace, gentilissima Talita, ma historia magistra vitae. Situazioni come quella italiana hanno precedenti chiarissimi nella storia del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Stati come quello italiano sono polveriere; possono trasformarsi in dittature, oppure possono dar luogo a fenomeni di violenza etnica di un gruppo sull’altro (è quello che sta accadendo, l’apparato statale meridionale si accanisce contro il settentrione per via giudiziaria e fiscale, con veri e propri fenomeni di bassa violenza quotidiana). Ciò che non accade mai, la storia insegna, è che la situazione di stati come l’Italia si rassereni. L’Italia è un’invenzione, come il Risorgimento una fola inventata mettendo assieme episodi diversi, di diversa matrice e diverso significato politico. Garibaldi e Cavour, Carlo Cattaneo e i fratelli Bandiera: le pare serio? A me no. Non esiste nulla che sia “italiano”. E pertanto ha ragione Liutprando: per il nord (che del sud e del centro a me non importa nulla) è intervenire con le cesoie sul saprofita che pende come penisola sotto quelle regioni che, pur essendo continentali, fanno parte della “penisola italiana”, in barba alla geografia innanzi tutto.

        • Talita Rispondi

          15 novembre 2014 at 20:36

          Neanche io ho capito, gentilissimo Ernesto.
          Che c’entra la situazione della Giustizia con il dividere l’Italia?

          Diventare gente seria implica il voler cambiare tutto ciò che non va nel nostro povero Paese.
          Quanto al Meridione, si accanisce contro il Settentrione ciucciandogli danè, come el disen a Milàn.
          Dunque, grazie della lezione di Storia, ma la conosco bene, si fidi!

  13. Francesco_P Rispondi

    16 novembre 2014 at 12:51

    Il sondaggio di Demos per La Repubblica ( http://www.demos.it/a01061.php ), pur con tutte le cautele con cui occorre leggere i sondaggi, da un’indicazione molto chiara: Renzi, l’uomo degli annunci, sta perdendo terreno mentre risale la credibilità dei partiti di centro destra. Risale anche l’opposizione di sinistra e l’inutile nichilismo del M5S.
    Purtroppo il centro destra non ha alcuna speranza sia con il proporzionale puro (effetto diretto della sentenza della Consulta) che con il premio di maggioranza al partito, come previsto dalle modifiche all’italicum proposte dal quel gattopardo sovrappeso di Renzi.
    Le coalizioni sono le prime a non funzionare, come dimostra l’esperienza di vent’anni di Berlusconi. Esse finiscono per suicidarsi per l’opportunismo fra i partiti della coalizione e per esaurirsi contro i muri di gomma dei veri padroni dello Stato: le caste dei funzionari pubblici e le corporazioni.
    Unire si può, ma solo su un serio progetto e su una robusta proposta politica. Da qui la necessità nel panorama italiano di una novità politica coerentemente liberale, liberista e federalista.
    L’obbiettivo è proporre, non farsi invischiare.

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