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La supercazzola di Berlusconi (via Ferrara)

L'intervista del Cavaliere al Foglio è un capolavoro di regale retorica. Ma il succo politico é: lavoro perché il governo non cada, ma dall'opposizione, Matteo è bravo perché mi copia, ma male, e come se fosse antani...

berlusca amici miei«La domanda vera non è se regga o no il patto detto del Nazareno. La domanda è se regge la governabilità, se va avanti la legislatura, se si fanno le cose possibili e dunque se può andare avanti la dialettica tra governo e opposizione così come è stata impostata, o se si torna traumaticamente e irresponsabilmente a votare, come se fosse antani anche per lei soltanto in due, oppure in quattro anche scribai con cofandina…». Scusate la libera e blasfema parafrasi, ma per quanto la legga e la rilegga, quella di Giuliano Ferrara a Berlusconi mi pare sempre meno un’intervista, e sempre più un’astuta, cesellata, titanica Supercazzola, chiaramente di pregio, imbastita dal miglior venditore di se stesso e dal miglior fabbricatore di dibattito che ci siano in Italia, ancora una volta insieme come ai tempi belli e novantaquattreschi.

Il Novantaquattro non c’è più, non ci sono più nemmeno alcuni suoi killer, Giulio Tremonti su tutti (altri invece, e di minor talento, danno ancora le carte ai piani alti di quel Titanic che è oggi Forza Italia, in attesa dell’iceberg), siamo nel 2014, anno primo dell’era Renzi, o meglio Renzusconi, e questa Supercazzola sottoforma di intervista pubblicata su Il Foglio ne è un documento straordinario, qualcosa su cui si eserciteranno gli storici negli anni a venire. Perché questo Berlusconi che argomenta in “ferrarese” stretto, discerne, svolazza dall’iperliberismo di Reagan alla regolamentazione illiberale delle unioni civili, parla bene e ragiona ancora meglio, stringi stringi, screma il succo politico dalla regale impalcatura retorica, non fa che una gigantesca Supercazzola ai suoi elettori. È un Berlusconi-Tognazzi, quello dell’ultima fase del berlusconismo, e si muove benissimo, perché è il suo campo, è un gioco in cui vale l’istinto intrattenitore e non il protocollo da Politburo, ma della sua politica, francamente, non ne è più nulla. «Con il presidente del Consiglio ho stretto un patto politico di natura istituzionale. Punto». E non ci crede neanche lui, il Cav ferrarizzato, o il Ferrara berlusconizzato, in pagina sono indistringuibili, quel che rimane certa è la proprietà del Foglio, dove tra gli altri leggi Verdini Denis. E quindi «il trasversalismo di Matteo Renzi, tutto sommato nonostante forti limiti, è da considerarsi un progresso», e ancora come se fosse antani, tutto e il suo contrario. Come tutte le Supercazzole riuscite, è un atto di dadaismo, che fa saltare in aria anzitutto il principio di non contraddizione. Il mio assillo è che la legislatura prosegua, insiste il Berlusconi infogliato, e così facendo nega disinvoltamente la radice della politica, soprattutto quando inquadrata dall’opposizione, fa dello spegnimento del conflitto una necessità programmatica, teorizza l’amministrazione renzusconiana dell’esistente come l’ultimo esito della rivoluzione liberale, può suonare bene e senz’altro è scritto benissimo, ma provate a spiegarlo qui, alla periferia produttiva e intraprendente dell’impero, a chi vi votava esattamente in nome del conflitto, contro il sistema italico statalista e depredatore. Auspica che vada avanti «la dialettica tra governo e opposizione così come è stata impostata», ma questa strana dialettica privata del suo sacro fuoco e della sua anima, del “travaglio del negativo” e della contraddizione, che poi è la qualità tutta politica di dire di no, non è che la parodia di se stessa, è la ratificazione periodica di un patto che conviene ai due veri e unici partiti in gioco, il Partito Leopolda e il Partito Mediaset. Perché la cosa dovrebbe confortare chi si dibatte nella trincea dell’impresa e del lavoro moderno, braccato dalla triade del Fisco, della Burocrazia e del Parastato, onestamente sfugge. «Facciamo opposizione quando è necessario e insieme rispettiamo il patto riformatore». E il lettore, allora, deduce che non era “necessario” fare opposizione di fronte all’innalzamento della tassa sulle rendite, cioè all’esproprio del frutto già tassato di una vita; di fronte al massacro continuo sulla casa, bene degli italiani che il Cav agitava a feticcio, in un’altra stagione anagrafica e politica; di fronte all’obbrobrio del prelievo retroattivo sui fondi pensione, con il quasi raddoppio dell’imposta e in flagrante violazione dello Statuto del Contribuente e, cosa ben più grave,  della base della convivenza stessa tra Stato e cittadino: pacta sunt servanda.

Verrà mai, un momento in cui sarà “necessario” praticare l’opposizione, e rianimare la dialettica? Pare il miraggio continuamente rimandato del Sol dell’Avvenire, questo Berlusconi di nuovo oppositore. Del resto, la resa (volontaria e ottimizzata) al renzismo sta in piccoli segni disseminati nell’intervista, la trovate anzitutto nel linguaggio adoperato: «Dovremo far vedere a tutto il Paese che non siamo solo grandi pugili elettorali, ma anche e soprattutto l’altro partito della nazione». L’altro partito della nazione, però migliore, e come se fosse antani.

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di on 29 ottobre 2014. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a La supercazzola di Berlusconi (via Ferrara)

  1. ultima spiaggia Rispondi

    28 ottobre 2014 at 19:09

    Nel film “Pane e Cioccolata”, del 1973, Nino Garofoli (interpretato da Nino Manfredi), emigrato in Svizzera in cerca di lavoro, dopo varie peripezie viene cacciato e trova rifugio presso un pollaio gestito da connazionali senza arte né parte.
    A un certo punto Nino domanda ai connazionali se è come loro.
    Ovviamente la risposta è affermativa.
    Ebbene, è ciò che mi domando anch’io quando ascolto queste supercazzole: Sono anch’io così? Noi italiani siamo tutti così?

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