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Il grande bluff dei tagli spiegato da Cottarelli

Carlo Cottarelli è l’uomo della spending review, lo studio commissionato dal governo Letta per capire dove e come tagliare la Spending Review:Cottarelli,possibile senza sfasciare welfarespesa pubblica. Ospite a Milano dell’Istituto Bruno Leoni, ha illustrato con dovizia di dettagli il suo lavoro e le difficoltà che ha dovuto superare, in una lunga relazione, durata quasi un’ora, che ha ipnotizzato pubblico e giornalisti. Ma, alla fine, resta un senso di vuoto. Perché è arrivato? Perché torna a Washington, al Fondo Monetario Internazionale, se gli accordi con Letta prevedevano 3 anni di incarico? E quanto influirà sua politica di tagli alla spesa pubblica?

L’economista Lucrezia Reichlin gli chiede proprio questo: perché abbiamo avuto la necessità di nominare un commissario straordinario, un tecnico che arriva da Washington, quando la Pubblica Amministrazione ha già i suoi dirigenti? L’ipotesi, sollevata dalla Reichlin, è quella di una sostanziale ammissione di impotenza in un momento di crisi. Ma non è neppure questa la vera anomalia del sistema Italia. Spiega la Reichlin che le anomalie vanno rintracciate in altri due fenomeni ben più macroscopici. Il rientro del debito, con i suoi interessi vertiginosi, è il vero “cadavere nell’armadio”. E c’è, poi, la spesa per la previdenza. Che, nonostante le riforme di Dini e poi della Fornero, non si sa proprio come tagliare. Nessuno ha la forza politica di ridurre delle pensioni che, per altro, sono già basse.

Ma perché compiere il difficile lavoro della spending review? Cosa ne resterà? Nicola Rossi, già presidente dell’Ibl paragona l’anno di Cottarelli con i 7 anni precedenti. La spending review, in effetti, non inizia con il governo Letta, ma già nel 2006, quando ci si rese conto che il sistema stesse diventando insostenibile. «I sette anni precedenti – spiega Rossi – sono quelli del “conoscere per non deliberare”, tutti esercizi teorici accompagnati da una sola pratica: quella dei tagli lineari». Non che questi ultimi siano stati vani, ma i governi precedenti hanno evitato la spinosa questione politica del “cosa tagliare”. Per questo, spiega Rossi: «L’esperienza del 2013-2014 è un cambio di passo. La spending review ha messo radici nell’ordinamento italiano. Ma ha prodotto ugualmente poco e sempre dietro la foglia di fico del “tecnico”. L’opinione pubblica è ora molto più pronta. Anche a seguito degli scandali e delle tasse altissime, molti capiscono che è giusto tagliare la spesa. Il confronto fra il settennio precedente e l’ultimo anno chiarisce perché ci fosse così tanta aspettativa. E spiega, però, anche la delusione che ha provocato il suo esito. Avendo, a fronte, 11 miliardi di maggiore spesa prevista dalla Legge di Stabilità, i tagli della spending review, appaiono ininfluenti. Messa alla prova, la politica è risultata inadeguata all’entità del problema».

TagliPer renderci conto delle dimensioni del problema e dell’ininfluenza della soluzione, bastano un paio di cifre: la spesa pubblica ammonta a 810 miliardi di euro. Il debito pubblico, secondo l’“orologio” dell’Ibl è pari a 2.184 miliardi di euro (e quando leggerete questo articolo, sarà già aumentato), pari al 127,9% del Pil. La spending review consiste in un taglio di 8 miliardi, che diverrebbero 14 solo se gli enti locali (a partire dalle Regioni) facessero la loro parte. L’Intraprendente ha chiesto a Carlo Cottarelli a cosa miri una riduzione così piccola di spesa pubblica. «Quando sono arrivato in Italia non si pensava nemmeno di fare una revisione della spesa per ridurre il deficit. Il deficit strutturale, al netto degli effetti ciclici, era già abbastanza basso. Una volta ripresa l’attività economica, per motivi ciclici, il bilancio si dovrebbe riavvicinare al pareggio e speriamo che ci arrivi. In termini nominali, il debito dovrebbe rimanere costante e poi eroso nel corso del tempo. (E il deficit strutturale è calcolato secondo le metodologie attuali usate in Europa, che penalizzano l’Italia, perché tarate su una crescita negativa). La motivazione principale della spending review, semmai, è la riduzione della tassazione. Attraverso una maggiore crescita si dovrebbe arrivare a un rapporto di minor debito sul Pil. Dunque, si deve tagliare la spesa improduttiva, per ridurre le tasse sul settore produttivo. Quattordici miliardi, è tanto o poco? Poco rispetto alla spesa complessiva. Si può fare di più e si dovrebbe farlo. Detto questo, l’obiettivo della spending review, all’inizio del mio mandato, era di 32 miliardi di euro, pari al 2% del Pil. Con la corrispondente riduzione della tassazione sul lavoro, ci saremmo riallineati al livello di competitività medio del mercato del lavoro europeo (che è, appunto, del 2% in più rispetto al nostro). L’obiettivo attuale, se si dovesse raggiungere, sarebbe la metà di quel traguardo originario. E non mi sembra poco».

Abbiamo capito. L’obiettivo non è la riduzione del debito tramite tagli alla spesa pubblica, ma un tentativo di recupero di competitività nel solo settore del mercato del lavoro. Se vi aspettavate una Thatcher italiana, scordatevela. E per di più l’obiettivo iniziale non è stato raggiunto. Lo sarà, forse, quello intermedio. E solo se gli enti locali si comporteranno bene. E per di più Cottarelli torna a Washington. Personalmente si mostra ottimista e tutt’altro che sconfitto, dice di aver portato a termine un gran lavoro e ora è pronto a passare il testimone al suo successore. O qualcuno, come insinuano i media, ha preferito allontanarlo dal governo perché lo riteneva già troppoliberista”?

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di on 28 ottobre 2014. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Il grande bluff dei tagli spiegato da Cottarelli

  1. Gian Piero de Bellis Rispondi

    28 ottobre 2014 at 18:37

    Riguardo alla cifra del debito pubblico avete dimenticato qualche zero.

  2. Albert Nextein Rispondi

    28 ottobre 2014 at 22:17

    Come dice un saggio libertario che si aggira nei dintorni, Hasta la miseria, siempre!
    Non riusciranno a sistemare un posto come l’italia.
    In declino da decenni, ormai sul lastrico e sostanzialmente irriformabile in ogni ambito.
    Per puro buonsenso c’è da sperare che arrivi al più presto un default profondo, risolutore e risanatore.
    La gente col culo davvero per terra si recherà dai politici per farsi giustizia.
    La gente cesserà davvero ed in massa di pagar tasse.
    Lo stato, le banche, l’europa saltano in aria.
    Le aziende falliscono.
    Torme infuriate a caccia di politici ed amministratori.

    Solo così se ne viene fuori.
    Non si può più lavorare di cesello.
    Ci vuole il piccone.
    I catto-socialisti oltre che ideologicamente obsoleti e corrotti, sono vili e temporeggiano usando rimedi men che pietosi.
    Prosciugano i risparmi della gente e deprimono l’economia e gli animi.

    Non c’è santo, e i numeri lo dimostrano senza dubbi.
    Le cose peggiorano giorno dopo giorno.

  3. Alessandro Rispondi

    29 ottobre 2014 at 14:00

    Ho presenziato all’ottima iniziativa del ‘Istituto Bruno Leoni ma non mi pare vi siano state risposte ed alla domanda ripetuta di fare qualche nome di chi o dove si bloccano le iniziative di taglio non ho ascoltato risposta.Accademia e rappresentanza di se che non ci dice nulla se non sapere di viaggi di ritorno da qualche parte.I burocrati ed i politici a loro asserviti non si muoveranno da dove sono ed i loro veti trasversali faranno il resto fino al default o all’arrivo della troika che saebbe nella disgrazia l’unica salvezza dal fallimento che è li sul tavolo della vita del paese da un gran tempo.

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