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Apollonio, il «Gesù pagano». E liberale ante-litteram

apollonioIntellettuali pavidi, prezzolati, subalterni e al soldo del potere dovrebbero prendere esempio di lui. Apollonio di Tiana, filosofo e taumaturgo vissuto nel I secolo d.C., da molti considerato una sorta di Gesù pagano per i miracoli compiuti e lo stesso carisma di predicatore, fu un sapiente intraprendente ante litteram, capace di dialogare coi potenti, senza mai diventarne succube, anzi mantenendo verso di loro l’atteggiamento proprio dell’uomo libero, prima ancora che del libero pensatore.

Della sua figura si occupa ora il giornalista di Libero Miska Ruggeri nel bel saggio Apollonio di Tiana. Il Gesù pagano (Mursia, pp. 226, euro 13), che ha il merito di rapportare la biografia di quest’uomo allo spirito dell’epoca in cui visse, ma anche di mostrare la straordinaria attualità del suo messaggio.

Nato a Tiana in Cappadocia, Apollonio venne molto presto in contatto con le seduzioni del potere. Già a 16 anni, quando aveva appena maturato il suo look da scapigliato e il suo atteggiamento alieno ai compromessi, il sapiente tianeo dovette respingere le avances del governatore della Cilicia, che tentava di arruolarlo in una cospirazione politica. Giunto a Roma ormai maturo, Apollonio si imbatté poi nella tirannide anti-intellettuale di Nerone, deciso a espellere tutti i filosofi dalla Città eterna. Ciononostante, egli continuò a fare discorsi e proseliti, non facendosi mai condizionare, perché «nulla tra le cose umane può atterrire il sapiente». Una sua battuta pungente su Nerone (lo aveva, in sostanza, derubricato ad un buffone) gli valse in tribunale l’accusa di empietà. Ma al momento della lettura del capo di imputazione, il foglio si rivelò miracolosamente bianco. «Vattene dove vuoi, sei troppo forte per essere sotto il mio potere», gli disse allora l’accusatore. Assolvendolo con piena formula, vista la scomparsa del capo d’accusa.

Con i potenti Apollonio sapeva però intrattenere anche un rapporto cordiale, da saggio consigliere. L’imperatore Vespasiano si appoggiava a lui «poiché si dice che tu più di chiunque altro conosca il volere degli dèi». Dotato di una buona dose di Realpolitik, Apollonio non sognava rivoluzioni dell’ordine politico, anzi sperava che la monarchia durasse, «poiché non voglio che l’umano gregge perisca per mancanza di un pastore giusto e saggio». Il suo programma di governo, di stampo liberal-conservatore – Apollonio invitava Vespasiano a «garantire le proprietà dei ricchi, usare con moderazione il potere assoluto, onorare gli dèi ed esercitare l’autorità sui figli» – non venne del tutto ascoltato dall’imperatore, che adottò al contrario alcune misure illiberali. Scelta che interruppe definitivamente il legame del saggio col potente.

miskaQuesta sua libertà intellettuale emerse in particolare sotto Domiziano. L’imperatore lo rendeva oggetto di accuse e delazioni, ma Apollonio non perdeva occasioni per parlarne male in pubblico, senza timori per la propria incolumità. Portato infine in tribunale per aver tramato contro l’imperatore, egli ascoltò placido i capi d’accusa, rifiutandosi di guardare negli occhi Domiziano e preferendo rivolgere lo sguardo al cielo, un po’ come aveva già fatto Diogene il Cinico, chiedendo ad Alessandro Magno di spostarsi, visto che con la sua presenza gli occultava il sole. Con la stessa tranquillità dell’uomo saggio e giusto, Apollonio si difese dagli addebiti a suo carico e infine scomparve dal tribunale. «Non mi ucciderai, perché io non sono mortale», disse a Domiziano, prima di smaterializzarsi. Lo stesso giorno, a poche ore di distanza, sarebbe ricomparso a Dicearchia (l’attuale Pozzuoli), ancora vivo e soprattutto libero.

Il grande fascino di Apollonio non ha potuto non conquistare estimatori nell’Otto e Novecento. Tanti sono stati gli scrittori che gli hanno tributato romanzi e sonetti, identificandolo come l’emblema della libertà del saggio e come il simbolo dell’uomo che provò a portare la filosofia al potere, anziché metterla alla sua mercé. Dal Flaubert della Tentazione di Sant’Antonio all’Ezra Pound dei Cantos, non è mancato chi ne cantò le lodi e celebrò la memoria. Ma l’omaggio più grande resta quello del poeta greco Costantino Kavafis che, nella stupenda poesia Se pure è morto, scrive: «Forse non è venuto il tempo/ d’una sua nuova comparsa nel mondo,/ o forse, ignoto, in una strana metamorfosi,/ fra noi s’aggira. – Un giorno apparirà/ com’era, in atto di insegnare il vero».

E chissà che il suo destino e la sua eredità – di scapigliato pagano, amante degli dèi e insofferente ai dogmi – non rivivano nella storia di chi, a duemila anni di distanza, ha ancora il coraggio di ricordarne la figura. Come, ad esempio, Miska Ruggeri.

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di on 29 ottobre 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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