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Altro che spending, qui ci tassano ancora

tasseFinalmente forse arriva. La spending review del governo Renzi è una di quelle cose annunciate talmente tante volte che, alla fine, pensi non possa mai concretizzarsi.

Eppure, per una volta, parrebbe proprio che siamo arrivati al dunque. Circa undici miliardi e mezzo che arriveranno da un taglio selettivo della spesa pubblica: si tratta nello specifico di una riduzione che dovrebbe arrivare in buona parte (5 miliardi) dagli acquisti nella pubblica amministrazione, con riferimento ai prezzi standard Consip e dai tagli a Comuni, Regioni e Province (altri cinque). Ora, posto che non sappiamo se questi tagli si vedranno davvero, dobbiamo precisare che – in ogni caso – costituiranno una parte della nuova manovra finanziaria che, a breve, ci troveremo a pagare.

La restante parte dei 23 miliardi complessivi arriverà da un aumento del deficit. Che, in questo modo, verrebbe portato verosimilmente alla soglia del 3%, al posto del 2,6% dello scorso anno. Una scelta che farà sicuramente sprizzare di gioia i sostenitori della spesa ma che deve al contrario preoccupare chi, da liberale, pensa che la giusta via da seguire sia quella di ridurre lo Stato, in favore dell’economia reale privata. Già perché, come diceva Reagan, quando un governo si indebita il conto lo fa pagare ai cittadini con tasse più alte e inflazione.

Per capirlo, in realtà, non serve neppure scomodare il quarantesimo presidente americano. Basta dare un’occhiata ai conti pubblici e vedere, chiaramente, che su un debito di 2.170 miliardi si pagano circa 90 miliardi di interessi. Facendo le debite proporzioni si può dire che l’aumento di 11,5 miliardi di debito porterà l’esigenza di pagare altri 500 milioni l’anno per finanziarlo. Il che significa altri 500 milioni di imposte, che in parte stanno già infatti arrivando.

TasseE la domanda è sotto gli occhi di tutti. A cosa serve tagliare per poi indebitarsi ancora? Da una parte Renzi sceglie di dare una piccola sforbiciata, ma all’altra sfora il deficit per garantire gli 80 euro (7,3 miliardi di euro l’anno) e la riduzione dei contributi sociali per 2 miliardi sul cuneo fiscale. Nove miliardi in meno di tasse che vengono finanziati con altro debito invece che con una stabile riduzione di spesa. È come se un genitore accendesse un mutuo in banca per dare la paghetta al figliolo.

Non solo. La follia più grande è che si arriva a fare debiti per “curare” il deficit. Come spiega Affaitaliani la manovra è stata portata dai 20 miliardi preventivati a settembre fino a 23 miliardi, in modo da avere fondi per correggere il deficit pubblico nel 2015. In pratica si chiedono in prestito dei soldi da accantonare per evitare di sorpassare i rigidi (ma in buona sostanza giusti) parametri di Maastricht. Se questa è la soluzione ai problemi italici c’è da mettersi le mani nei capelli…

Ps: in tutte queste scelte, un paio di elementi positivi ci sono. Pare infatti che Renzi darà avvio a una riduzione fiscale per le imprese pari a circa 7,5 miliardi (un miliardo per chi assume a tempo indeterminato e 6,5 per tagliare una parte dell’Irap). Così come pare (finché non vediamo non crediamo) che Renzi darà agli enti locali la possibilità di spendere fino all’ultimo euro, senza far debito o deficit. Una scelta che premierebbe gli enti virtuosi, che darebbero la spallata definitiva al Patto di stabilità. Staremo a vedere se sarà solo un annuncio o se alle parole seguiranno i fatti…

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di on 14 ottobre 2014. Filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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