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Tutti i divieti folli dei nostri Comuni

L'ordinanza proibizionista voluta da Bitonci a Padova si inserisce nella lunga tradizione italica di regolamentazione compulsiva. Dal divieto di "sostare in piazza con atteggiamenti di sfida" a quello di "usare zoccoli di legno", galleria degli orrori dirigisti

vietoHa già suscitato vivaci reazioni, prima ancora di essere approvato, il nuovo regolamento di polizia urbana del comune di Padova che contiene una lunga serie di bizzarre proibizioni al fine di «assicurare la serena e civile convivenza» e «tutelare la tranquillità sociale, il decoro ambientale, la fruibilità e il corretto uso del luogo pubblico e dei beni comuni». L’elenco è lungo: vietato agganciare le bici ai pali che sorreggono i cartelli stradali, così come stendere i panni sulle finestre del centro; guai a sedersi sull’asfalto o a sdraiarsi sulle panchine (la sanzione, per entrambe le violazioni, è pari a 100 €!) o a cogliere un fiore da un’aiuola; stop al disturbo generato al vicinato dalle attività domestiche e ai papiri di laurea per i neodottori. Il comune di Padova e il suo sindaco, tuttavia, non sono i primi né gli unici (né certamente gli ultimi) a cercare di regolare la vita dei propri cittadini con misure, in teoria, dirette a salvaguardare l’ordine pubblico, ma che alla prova dei fatti risultano paternalistiche e dannose.

Qualche mese fa, Lucia Quaglino aveva pubblicato un eBook dall’inequivocabile titolo D’amore, di morte e di altri divieti (IBL Libri, 2014), raccogliendo centinaia di ordinanze comunali al limite della beffa e traendo qualche conclusione ben più seria sulla loro inefficacia. Diffusissime, per esempio, sono le ordinanze che regolano la vendita e il consumo di alcolici in spazi pubblici, col pretesto della sicurezza urbana. Se la finalità di dette ordinanze fosse l’ordine pubblico, tuttavia, perché sono limitate a determinate zone delle città, col risultato che chi intende “disturbare la pubblica quiete” potrà farlo in altri luoghi (normalmente più periferici)? Si tratta, quindi, di interventi che tendono a spostare il problema, senza risolverlo.

Un caso molto recente è quello di Piazza Sant’Agostino a Milano, dove un bar, applicando prezzi molto concorrenziali rispetto alla zona e grazie a un ampio parcheggio antistante, è divenuto talmente famoso da spingere alcuni mini-market vicini ad ampliare i propri orari di apertura, per vendere alcolici a prezzi ancora più bassi. Ebbene, un’ordinanza di agosto ha proibito la vendita di alcolici dopo le 21 a tutti i locali interessati, di fatto punendo esercizi commerciali a causa del loro stesso successo. Il che, anche se in questo paese costituisce pratica consolidata, rimane del tutto illogico. Altrettanto comuni sono le ordinanze volte a contrastare la prostituzione. Un intervento che, a maggior ragione, potrebbe essere considerato benefico, a prima vista: in fondo, tutti sappiamo che la prostituzione di strada è quasi sempre connessa a spregevoli fenomeni di racket e malaffare. La domanda da porsi, tuttavia, è un’altra: togliere le prostitute dalle strade risolve il problema? No: come nel caso dell’alcool, probabilmente lo peggiora, perché lo sposta verso ambienti chiusi e meno visibili, dove la dipendenza dalla rete di sfruttamento aumenta, mentre diminuiscono le possibilità di contatto con operatori sociali e forze dell’ordine. Vi è poi un’estesa aneddotica di ordinanze quantomeno fantasiose, come i divieti di «sostare prolungatamente in gruppo superiore a cinque persone, con atteggiamento di sfida, presidio o di vedetta, o comunque in modo tale da impedire la piena fruibilità della piazza agli altri cittadini ed ai turisti» (Bari), «tuffarsi dalle scogliere» (Sanremo, ex multis), «usare zoccoli di legno» (Capri) o addirittura «lanciare riso durante le cerimonie nuziali» (Saluggia).

Al di là del lato inevitabilmente ironico, le ordinanze risultano spesso uno strumento distorsivo, discriminatorio e intriso di moralismo, utile a soddisfare la sete di regolamentazione di sindaci-supereroi in mancanza di potere legislativo, non certo a raggiungere gli obiettivi dichiarati di ordine e sicurezza pubblica.

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di on 22 settembre 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Tutti i divieti folli dei nostri Comuni

  1. gl Lombardi-Cerri Rispondi

    22 settembre 2014 at 07:02

    Se Lei fosse Sindaco che farebbe di bello al posto di quei provvedimenti auspicati dalla maggior parte dei cittadini ?
    Corsi pubblici di filosofia o di letteratura ?

  2. Giulio Rispondi

    22 settembre 2014 at 10:04

    Vietare e’ più facile che proporre e coinvolgere.Il sindaco severo e’ severo….azz.Produrre politica e distribuirne convincimento non è’ affare di questi improvvisati.La mamma della stupidità illiberale e ‘ sempre incinta….ma chi la mette incinta questa?

  3. G. Campanella Rispondi

    23 settembre 2014 at 04:51

    I divieti folli di cui parla l’articolo paiono i discendenti diretti delle gride manzoniane, che più restavano inascoltate e più diventavano esagerate… Nihil novi sub sole italico.

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