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L’Islam milanese sfila contro l’Isis. Ma finché sta con Hamas…

Islam moderatoNel deserto e nelle città della mezzaluna fertile batte un cuore di tenebra. Decapitazioni, crocefissioni di “traditori”, bombe nelle moschee, massacri indiscriminati di prigionieri, fosse comuni. Le immagini e le notizie del Califfato sorto in Iraq e Siria, sotto la bandiera nera dell’Isis stanno terrorizzando il mondo. Ma soprattutto stanno smuovendo la coscienza dell’Islam. “Not in my name” dicono i musulmani britannici, che diffondono i loro selfie e i loro video amatoriali su YouTube. #BurnIsisFlagChallenge è l’hashtag che invita a bruciare la bandiera dell’Isis. Sull’onda di questa campagna internazionale, anche a Milano si è mosso qualcosa, ieri sera, con una manifestazione, una Fiaccolata per la Vita con circa 200 persone in piazza Affari. A prendere l’iniziativa non sono “islamofobi”, ma Radio DirittoZero, che si è fatta aggregatrice di diversi circoli islamici di Milano e della Lombardia. Il promotore dell’evento è Luca Bauccio, lo stesso avvocato che ha presentato ricorso contro Magdi Cristiano Allam all’Ordine dei Giornalisti. E l’iniziativa è stata rilanciata da Gad Lerner, presente nel pubblico, che è sempre in prima fila quando si parla di dialogo interreligioso. (Un po’ meno quando si tratta di difendere Israele).

Ma è proprio perché ci sono “loro”, gli “altri” che si sono sempre contrapposti a “noi”, nel decennale dibattito sull’Islam in Occidente e sullo scontro di civiltà, che questo evento dichiaratamente contrario all’Isis e al suo Califfato del terrore assume connotati straordinari. Mai visti nemmeno nelle modalità: un flash mob che imita la ribellione alla cattura e la decapitazione degli ostaggi, il rogo di una bandiera nera dell’Isis, il lancio di palloncini bianchi a simboleggiare la cultura della vita.

C’è uno scontro di civiltà in corso? Ci risponde Ebla Ahmed, dell’associazione Senza Veli sulla Lingua, una delle promotrici dell’evento, arrivata assieme ai City Angels di Milano: «Quello che sta accadendo ora dimostra che non si può far di tutte le erbe un fascio. Dire che tutti i musulmani sono terroristi è un po’ come dire che tutti gli italiani sono mafiosi. Come presidente di Senza Veli sulla Lingua e come musulmana, sono in prima linea a dire ‘no al terrorismo’ e ‘no all’Isis’. Se qualcuno compie un atto criminale e usa la religione come sua giustificazione, è lui personalmente colpevole dell’atto criminale, non può essere accusata collettivamente una religione. Di solito i musulmani restano defilati, ora è il momento di far sentire la nostra voce. C’è un solo Dio per tutti noi e non incita alla violenza. Per questo dobbiamo essere tutti in prima linea, musulmani e non, contro qualunque atto di violenza commesso nel nome di una religione. È assurdo che nel 2014 si veda ancora gente decapitata nel nome dell’Islam».
«Dire ‘no’ senza ‘se’ e senza ‘ma’ a un terrorismo che approfitta di una situazione di grande confusione per autodefinirsi come rappresentante di tutto il mondo islamico, quando invece sappiamo che il mondo islamico, anche a Milano, non ha nulla a che vedere con quella cultura della morte, che si esprime con molte culture e molti linguaggi diversi» – ci spiega l’architetto Stefano Boeri già assessore di Cultura, Moda, Design ed Expo. Le città moderne europee presentano un fenomeno particolare: quello dell’auto-ghettizzazione delle comunità musulmane, dell’imposizione della sharia a interi quartieri, implementata da polizie irregolari, come a Wuppertal, Germania. L’architetto Boeri tiene a precisare che: «In Italia, a Milano così come a Torino, Firenze, Roma, non si è verificata la ghettizzazione. Non è successo fino ad oggi e non vedo perché debba accadere in futuro. Alcuni errori del relativismo assoluto del Nord Europa qui non sono stati commessi. Si è sempre cercato il dialogo, senza permettere alcuna forma di isolamento e auto-esclusione. La società milanese è abituata ad assorbire l’altro e farlo diventare un pezzo di sé: questa è una città in cui siamo tutti milanesi».

Fra i relatori, Chaimaa Fatihi, Pr del gruppo Giovani Musulmani d’Italia esorta a combattere contro chiunque promuova la violenza, l’Isis così come Assad, Netanyahu e il sionismo. Netanyahu? Il sionismo? Che c’entrano? Incuriositi, assieme all’amico (musulmano) Astrit Sukni le chiediamo spiegazioni in merito e lei ribadisce che «si deve condannare chiunque ricorra alla violenza al terrore». E dunque anche i terroristi di Hamas? « Quelli di Hamas non sono terroristi, sono resistenti, come i partigiani italiani che hanno liberato l’Italia dal cancro del fascismo». Insomma, l’Isis impressiona dal momento in cui stermina soprattutto musulmani e minoranze religiose autoctone. Ma quando un’organizzazione terrorista (Hamas è riconosciuta tale dall’Unione Europea) combatte contro Israele, scatta evidentemente il meccanismo dell’auto-identificazione nella propria civiltà contro un nemico esterno. E i terroristi diventano “resistenti”. Quanti, in questa piazza, la penseranno come la Fatihi? Quando potremo assistere anche a una manifestazione di musulmani contro la violenza di Hamas contro civili ebrei? Domande che restano in sospeso, mentre tutti assieme lanciamo in cielo i palloncini bianchi della vita e la bandiera nera dell’Isis viene data alla fiamme sotto il dito di Cattelan.

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di on 22 settembre 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

4 commenti a L’Islam milanese sfila contro l’Isis. Ma finché sta con Hamas…

  1. Lorenzo Rispondi

    22 settembre 2014 at 17:32

    Massimo INTROVIGNE
    Il grande equivoco dietro l’alibi del colonialismo
    tratto da: il Giornale, 30.11.2005.

    Tariq Ramadan – l’intellettuale neo-fondamentalista musulmano insieme controverso e influente anche in Italia – e i giudici che assolvono con dubbie motivazioni attivisti islamici accusati di terrorismo hanno un tema in comune. Entrambi giustificano l’ultra fondamentalismo islamico anche violento in quanto si opporrebbe all’«imperialismo» e al «colonialismo» con cui l’Occidente, dalle Crociate alla guerra in Irak, avrebbe da secoli aggredito l’islam, e contro i quali sarebbero lecite forme di reazione in armi e di «insorgenza». Si tratta di una retorica che nasce tra le due guerre mondiali, quando un gruppo di intellettuali islamici cercano di inserirsi nel filone anti colonialista, e che è sviluppata sia da nazionalisti arabi laici sia da fondamentalisti come Hasan al-Banna, fondatore in Egitto dei Fratelli Musulmani e nonno di Tariq Ramadan. Giocando sui complessi di colpa dell’Occidente e sull’eredità di un anticlericalismo ottocentesco che aveva demonizzato le Crociate, questa retorica islamica ha avuto un grande successo. Come si vede, lo ha ancora oggi, perfino nelle aule dei tribunali. Ma è sostanzialmente falsa.
    I teorici del pensiero anticolonialista definiscono il colonialismo come l’occupazione, da parte di Stati che si pretendono portatori di una civiltà superiore, di territori considerati culturalmente «inferiori», cui il colonialista impone – contro la volontà delle popolazioni locali – la sua direzione politica e la sua cultura. Se definiamo così il colonialismo, le più grandi potenze coloniali non sono state l’Inghilterra e la Francia ma il califfato islamico dei primi secoli e l’Impero Ottomano. L’islam dei primi secoli occupa manu militari enormi territori i cui abitanti non desiderano essere conquistati e la cui cultura è del tutto diversa: dall’Africa del Nord che è quasi tutta cristiana fin dai tempi di sant’Agostino fino alla Spagna e alla Sicilia. Più tardi, un pugno di musulmani – che rimarranno sempre minoritari – conquista l’India, distrugge il buddhismo e governa, in modo (appunto) coloniale, la maggioranza induista. L’Impero Ottomano occupa a sua volta immensi territori di antica civiltà cristiana, dall’Ungheria alla Romania e dalla Grecia al Libano. Ben prima delle Crociate, vi erano in Medio Oriente fiorenti comunità cristiane, anch’esse private dei diritti politici dall’avanzata dell’islam. Queste conquiste militari smentiscono la tesi – oggi ripetuta fino alla noia, ma sostenuta seriamente da apologisti musulmani solo a partire dal XIX secolo – secondo cui l’islam ammette solo la guerra difensiva. In che senso erano «difensive» l’occupazione della Spagna, della Sicilia, dell’India, della Grecia? La giustificazione che il pensiero islamico dà di tutte queste conquiste e occupazioni è precisamente quella classica del colonialismo: l’islam è la migliore delle civiltà (e l’unica vera religione), e conquistando gli infedeli si fa loro un favore anche se non se ne rendono conto. Si dirà che le conquiste musulmane sono acqua passata e che dall’Ottocento i musulmani sono vittima, non protagonisti del colonialismo. Ma il pensiero islamico, a differenza di quello occidentale che rilegge criticamente la sua storia coloniale, continua a esaltare le conquiste militari dell’islam senza alcun ripensamento. Anzi, i fondamentalisti dicono apertamente che l’espansione dell’islam – non solo con mezzi pacifici – dovrà riprendere non appena questo sarà militarmente possibile.

  2. Ernesto Rispondi

    22 settembre 2014 at 18:44

    Dalla Sunna: “Il Messaggero di Allah disse, ‘Chi è pronto ad uccidere Ka’b bin al-Ashraf? Ha proferito parole ingiuriose e ha danneggiato Allah e il Suo Apostolo.’ Maslamah si alzò e disse, ‘Vuoi che sia io ad ucciderlo?’ Il Profeta proclamò, ‘Si.’ Maslamah disse, ‘Quindi permettimi di mentire così che io sia in grado di ingannarlo.’ Muhammad disse, ‘Puoi farlo.’”

  3. maboba Rispondi

    24 settembre 2014 at 12:52

    A parte il fatto che continua a non piacermi l’abitudine di bruciare le bandiere, rimangono tutti i dubbi sugli cosiddetti islamici moderati. Non chiariscono mai se per loro ciò che è scritto nel Corano e sure collegate debba essere seguito alla lettera o se invece possa essere “interpretato”, contestualizzato all’epoca in cui furono scritte. Nel primo caso è indubitabile che molti dei comportamnenti dell’Isis siano corretti, visto ciò che dice lo stesso Maometto (cfr. Ernesto). Nel secondo caso devono dirci cosa pensano dell’esecuzione, in Sudan Pakistan…, di alcuni teologi islamici che appunto esortavano ad “interpretare” il testo sacro. D’altronde non prendono mai posizione sui reati di apostasia, della condanna a morte che in molti paesi musulmani esiste per chi si converte ad un’altra religione, etc. etc.. Quindi, alla faccia di Lerner e Boeri, illustri rappresentanti di quel buonismo multicultirale che tanti danni ha fatto, non ci possiamo ancora fidare.

  4. ayari mohamed karim Rispondi

    12 dicembre 2015 at 12:12

    nello islam il concetto isis e diabolico e contre il corano stesso,questi individui sono satanici emarginati delinquenti pagati dalle associazione mafiose economique per mascherare il marciume della economia e creare tenzione tramite persone,per salvare gli usurai e imassoni che sono dietro la mafia a usare l’isis e salvare loro banche

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