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La grande carestia. O quando la Russia si interessò dell’Ucraina

Putiniani d’ogni dove sostengono che l’Ucraina sia parte della Russia. Peccato che ciò sia storicamente falso e che il primo incontro fra le due realtà sia stato drammatico. Ne pubblichiamo il resoconto con la speranza che, pur con le debite differenze, l’Urss del XXI secolo non voglia ripetere l’esperimento.

Si chiama “Holodomor”, è un pianeta di morte, ma praticamente nessuno se lo ricorda. Il nome è un neologismo ucraino che deriva dall’espressione moryty Ucrainaholodom e letteralmente significa “infliggere la morte attraverso la fame”. È quello che accadde nel Paese slavo tra il 1929 e il 1933 per volontà, disegno e ostinazione del comunismo collettivista e stalinista al potere nell’allora Unione Sovietica di Josef Stalin. Qualcuno lo ricorda come “genocidio ucraino”, perché questo infatti fu.

In preda al più lucido dei deliri utopistici, Stalin aveva infatti deciso di rifare completamente l’immenso territorio che allora costituiva l’Urss, e questo sul piano sia sociale sia economico, solo per dimostrare al mondo la funzionalità di quel meccanismo perfettamente dirigistico che sognava di manovrare proprio come i proverbiali trenini sempre in onorario di Benito Mussolini. Il sud dell’Urss, segnatamente l’Ucraina, era il polmone agricolo di quell’“impero del terrore”, il suo granaio. Quindi era qui che il folle esperimento d’ingegneria sociale staliniano avrebbe dovuto fruttificare: qui i campi agricoli sarebbe stati trasformati in quelle industrie che dell’economia pianificata sovietica dovevano essere il motore trainante e il fiore all’occhiello.

Le terre furono dunque collettivizzate in cooperative agricole dette kolchoz o in aziende statali dette sovchoz, e i prezzi dei prodotti li fissò lo Stato, che da quel momento assumeva la proprietà e il controllo di tutto. Tra il dire e il fare c’erano però di mezzo i kulaki, ovvero i proprietari indipendenti da antica data delle fattorie ucraine, che appunto da antica data garantivano la ricchezza della regione proprio perché indipendenti. In realtà fu però solo un’abilissima mossa propagandistica. I proprietari terrieri davvero appartenenti al ceto dei kulaki non esistevano più dal 1918 giacché la Rivoluzione bolscevica aveva già piallato tutto sin da subito. Con quel termine kulak, reso indebitamente sinonimo di “affamatore capitalista”, si era quindi preso criminalmente a bollare l’intero gruppo umano che in quel momento storico era più inviso al regime e quindi d’intralcio alle sue mire assurde, benché appunto in quel momento storico dietro il maldestramente usato termine kulak vi fosse solo il fattore che possedeva due o tre capi di bestiame…

Ora, i kulaki d’ostacolo Stalin pensò di raderli al suolo, colpevoli di nulla. Dopo avere scatenato una vergognosa campagna denigratoria degna di quella dei nazisti a danno degli ebrei, accusando quei piccoli proprietari di ogni nefandezza e di qualsiasi orrore, dipingendoli come grassatori, avvoltoi e affamatori del popolo, varò il famoso e sciagurato “piano quinquennale” che avrebbe dovute realizzare il paradiso terrestre e che invece generò solo l’inferno più cupo. Dal 1929 migliaia di operai bolscevichi e di commissari politici vennero inviati dalle città a espropriare le terre dei piccoli e medi proprietari terrieri ucraini, e i kulaki che cercarono di resistere finirono nel mirino di uno sterminio di classe che davvero non ebbe nulla da invidiare allo sterminio di razza hitleriano. Stalin la chiamò senza la minima vergogna “dekulakizzazione”: come deratizzazione, come disinfestazione da germi nocivi, come annientamento fisico totale. In che modo la realizzò? Punendo i kulaki con la loro stessa arma, ovvero polverizzandone quella piccola ricchezza basata sulla proprietà privata che così divenne solo sterpaglia produttrice di morte.

Si cominciò con l’abbattere a migliaia equini, bovini e suini, poi toccò alle messi, ma a fagiolo caddero le prime rivolte di quei presunti kulaki, che in qualche caso mandarono all’altro mondo gli espropriatori proletari: era la scusa perfetta per la repressione più brutale. Fu quindi subito GULag, per intere famiglie, compresi vecchi, donne e bambini. I pochi che restarono creparono di fame o di piombo, soprattutto perché nel 1932 Stalin decise di voler incrementare il raccolto della regione condannando alla pena di morte tutti coloro che, nell’impossibilità oggettiva di ottenere l’obiettivo, erano accusati di furto. E così andò, visto che l’assurdo traguardo produttivo di Stalin non venne ovviamente nemmeno lontanamente sfiorato. Ma i guai erano solo agl’inizi. Alla fine del 1932 la repressione subì un’impennata incredibile. Le derrate alimentari vennero sequestrate, chi fosse stato scoperto a nascondere una buccia o qualche crosta veniva passato per le armi. Ancora oggi la memoria di quel popolo martoriato rievoca le fiumane di bimbi deportati o avvizziti prima della morte.

StalinCon Vjačeslav M. Molotov alla regia, l’Ucraina fu letteralmente sigillata ai confini dagli sgherri dell’Nkvd; nessuno usciva o entrava, e il commercio venne abolito. E la biondeggiante Ucraina di un tempo divenne l’incubo di una carestia che, affatto dovuta all’onda lunga della Prima guerra mondiale come troppo a lungo è stato detto, uccise milioni di persone per semplice calcolo politico. Su ordine di Mosca, nessuno poteva viaggiare nella regione per paura che la verità trapelasse. Le stime sono difficilissime da fare, e ciononostante mettono sempre i brividi. Gli studiosi oggi parlano di una forchetta dal divario enorme, tra i 3 e i 10 milioni di vittime, e questo a seconda degli anni presi in considerazione, della carestia in senso stretto o della repressione poliziesca che l’ha preceduta e preparata. Ovvio che ancora oggi in Ucraina quando sentano parlare di russi vedano rosso. E fa impressione vedere la logica e la tecnica attuata in quel frangente da Mosca, uguale e identica a ciò che fece il Comitato di Salute Pubblica in Vandea durante il Terrore giacobino e a quel che farà poi, per ciò che riguarda le assurde utopie sul balzo comunista, la Cina maoista spingendo la popolazione al (documentato, documentatissimo) cannibalismo.

Perché tornare a parlare di questa tragedia oggi? Perché un gruppo di storici francesi, guidati dal sovietologo Nicolas Werth ‒ cioè quello che nel famoso Il libro nero del comunismo (trad. it. Mondandori, Milano 1998) ha curato la sezione dedicata all’Urss ‒ ha tradotto dal russo al francese e dunque reso accessibili al grande pubblico alcuni documenti della polizia politica sovietica sulla mattanza perpetrata tra 1930 e il 1934, pubblicandoli sul fascicolo del dicembre 2003 del Bulletin de l’IHTP, il periodico del prestigioso Institut d’histoire du temps présent  del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Francia, cavandone poi un dossier che ha diffuso sul sito dell’Istituto . Solo che da un po’ di tempo il dossier è scomparso, sparito, rimosso. Capita. Forse. Meno male che però esiste il Centro Cattolico di Documentazione di Marina di Pisa, il quale quel dossier lo ha salvato per rimetterlo ora online a disposizione di tutti.

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di on 6 settembre 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a La grande carestia. O quando la Russia si interessò dell’Ucraina

  1. sergio Rispondi

    6 settembre 2014 at 14:31

    Anche in una ‘dittatura del proletariato’ (come nelle democrazie occidentali stesse) non è detto che al potere arrivino le persone migliori. Anzi, la lotta per il potere può alla fine favorire le persone più prepotenti (e false), col pericolo di creare élites ignoranti ed ottuse. Può darsi (ma non certo) che Lenin fosse migliore di chi lo seguì. Più semplicemente, qualsiasi ideologìa applicata alla lettera e in modo cieco ed acritico è sempre sbagliata.
    ( a proposito, la collettivizzazione forzata e deportazione in Siberia degli oppositori, la subirono pure i contadini russi )

  2. Lorenzo Rispondi

    6 settembre 2014 at 17:26

    In realtà gli episodi di cannibalismo accaderò anche in Ucraina, non solo in Cina.

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