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Eutanasia sì/ Ché sulla propria vita ha diritto solo il singolo

EutanasiaIl buon senso liberale suggerisce di legiferare il meno possibile, e in modo sempre prudente e garantista, sugli argomenti etici. Su di essi la scelta di buon senso fa però spesso a pugni con l’evoluzione rapida delle tecniche mediche, che hanno finito per allungare sempre più la vita umana. Non solo: sono aumentate a dismisura anche le situazioni limite in cui essa si approssima all’esito fatale molto lentamente, in modo ragionevolmente irreversibile ma mai del tutto compiuto. Che fare in questi casi? Continuare a far vivere la vita, seppure in uno stato abbastanza simile a quello vegetativo? Oppure accelerare il fatidico evento sospendendo le cure intensive (il cosiddetto “accanìmento terapeutico”) o addirittura favorendo attivamente il processo (in una sorta di “suicidio assistito” come in quest’ultimo caso avvenuto in Svizzera). Sono questi, al nocciolo, i problemi che pone in questione la cosiddetta “eutanasia“, che letteralmente significa “morte buona” o “dolce”.

La decisione, per il liberale, spetta solo e unicamente a ogni singolo individuo. Di fronte alla scelta, ogni altro essere umano, per quanto vicino o intimo a chi è entrato nella spirale, deve avere la sensibilità di arretrare. A maggior ragione dovrebbe perciò farlo lo Stato, che, seppur entità impersonale o astratta, ha l’immenso potere, che gli deriva dalla sua stessa genesi, di poter entrare, volendo, nelle vite e nelle scelte dei singoli e determinarle. Lo Stato, prodotto tipico dell’età moderna, nasce però soprattutto col compito di preservare e garantire, quasi con delega, la vita stessa, e la libertà che la definisce, rispetto a ogni possibile minaccia esterna. Laddove ogni percepita “minaccia” interna, non rientrando per principio nell’habeas corpus, deve essere di pertinenza esclusiva di ognuno, muoversi nella dimensione del cosiddetto “foro interiore”. In linea di massima, lo Stato non dovrebbe in teoria mai andare oltre questo compito “negativo” di protezione e da guardiano. Detto altrimenti, non dovrebbe mai arrivare a proporre un modello “eticamente accettabile” di comportamento secondo un ideale specifico di perfezione morale e in una linea di paternalismo pedagogico.

Se accettiamo questa impostazione critica per quel che concerne le idee e i comportamenti impostici, ad esempio, da quella che è oggi la dittatura del “politicamente corretto” facendolo in nome della libertà e autonomia morale dei singoli, a maggior ragione non possiamo non accettarla anche per casi estremi ma non rari come quelli impostici alla riflessione dall’eutanasia. Ne deriva pertanto che nessuna concezione etica particolare, in nome di un qualsiasi ideale, fosse puro il più bene intenzionato, può essere imposta al singolo. Ognuno, in ottica liberale, dovrebbe avere persino il diritto di errare e peccare, se questo non porta danno ad altri. La Chiesa cattolica, partendo dal concetto che la vita “non è disponibile”, che è proprietà di Dio e non degli uomini, fa propria una concezione etica diversa e per molti aspetti opposta a quella liberale (anche se più ampio e complesso sarebbe il discorso da fare sul cristianesimo). Essa ha tutto il diritto di far conoscere, argomentare, promuovere le sue idee. Non quello, tuttavia, di imporle mediante la legge dello Stato. Allo Stato, ripeto, spetta il solo compito di garantire la manifestazione e la coesistenza delle opinioni e dei convincimenti individuali. Il liberale crede che il diritto a progettare e padroneggiare in piena libertà la propria vada, esso si, garantito o persino imposto mediante lo Stato e gli strumenti della politica.

È questa una contraddizione? Non credo. La politica liberale è infatti, in ultima istanza, sorretta anch’essa da un’etica, la quale, con qualche ragione, può sentirsi e viversi “superiore” alle altre. Consistendo la sua superiorità semplicemente in questo: essa garantisce all’etica opposta, che possiamo chiamare autoritaria, libero corso, laddove questa seconda non vuole o non può offrire ai suoi nemici la stessa garanzia. Il liberalismo, lungi dall’essere relativistico o “neutro”, è perciò portatore di un sistema di valori che, seppur senza dubbio più raffinati di quello propri delle concezioni autoritarie, non può nondimeno considerarsi meno forte e categorico. Quando l’etica liberale viene messa in discussione da chi vuole servirsene per distruggerla (tipico esempio è quello dei fondamentalisti islamici), essa a buon burocraziadiritto può e anzi deve difendersi. Il principio liberale, da questo punto di vista, può venire facilmente in contrasto con quello democratico: il consenso attorno a un’idea non è affatto garanzia della sua bontà liberale. Fatte queste distinzioni ideali, che pur vanno calate con sagacia nelle concrete situazioni di fatto, va tuttavia pure ammesso che il caso dell’eutanasia medica genera molti problemi ad esso in vario modo connessi. Fra questi, in primo luogo il fatto che necessita dell’intervento di un terzo, il medico appunto, sia nella fase di accertamento della irreversibilità del percorso di una malattia sia in quella della materiale esecuzione dell’intervento stesso (si parla di “eutanasia volontaria attiva“). Ulteriori problemi li crea poi soprattutto il fatto che la volontà del paziente non è spesso in grado di esprimersi, né amici e parenti possono assumersene, come pur spesso sono tentati a fare, la responsabilità. Donde la necessità della scelta preventiva che ognuno dovrebbe fare, effettuata nel contesto del cosiddetto “testamento biologico”.

Il legislatore, in definitiva, deve perciò offrire un quadro normativo minimo entro cui la scelta possa effettuarsi in libertà e individualmente, ma deve anche stare molto attento a non trasmettere modelli etici e ad avere rispetto della personalità dei singoli non varcando mai certi limiti o soglie. I contenuti etici non si promuovono per legge e, interessando non in modo olistico la Grande Società di hayekiana memoria ma in modo concreto i rapporti interindividuali fra gli uomini, essa deve essere affidata quanto più possibile al buon senso e al pragmatismo. Le buone ragioni della “buona morte” andrebbero pertanto non affermate con arroganza, ma con l’umiltà di chi è consapevole della complessità e spesso tragicità (nel senso etimologico di “inconciliabilità”) della condizione umana. Pur apprezzando la passione che muove associazioni come la Luca Coscioni, preferirei che certe conquiste di civiltà emergessero dal basso piuttosto che attraverso il dispiegamento di bandiere al vento o fragori di trombe. O anche mediante la simulazione di eroiche crociate in nome di diritti che, se decontestualizzati e non calati nello specifico delle situazioni storiche e umane, sono pericolosamente astratti.

Leggi anche: Eutanasia no/ Perché la “buona morte” incarna lo spirito nazista, di Marco Respinti

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di on 16 settembre 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Eutanasia sì/ Ché sulla propria vita ha diritto solo il singolo

  1. step Rispondi

    17 settembre 2014 at 15:00

    Nessuna idea è liberale, neanche quella liberale, proprio per l’intrusione materiale nella vita altrui, intrusione inevitabile nei fatti (un seguace di filosofie orientali può ritenere l’individualità illusoria, e conseguentemente può considerarsi “toccato” da un suicidio, dato che olisticamente siamo tutti una cosa sola). Almeno a livello teorico non esiste un approccio per definizione tollerante, potrebbe addirittura dirsi che un approccio che affermi di essere più tollerante sia, proprio per questo, più arrogante e pretenzioso degli altri…

    Precisato questo, trovo molto opportuna la distinzione che si fa nell’articolo tra una sorta di fondamentalismo laico e libertà concreta. Anche se nel pezzo si parla di liberalismo (considero queste categorie troppo astratte), credo sia giusto distinguere i casi concreti da una certa “chiesa laica” che si vorrebbe appropriare di certe tematiche, assolutizzandole, sia ideologicamente che fattualmente. L’articolo è quindi molto interessante da questo punto di vista, ed è anche metodologicamente corretto.

    Sulla questione dell’eutanasia in sé dico che in generale concordo con l’autore del pezzo, anche se distinguerei tra sanità pubblica e sanità privata. Nel secondo caso no problem: io sono perché uno faccia della propria vita quel che vuole. Nel primo caso si pone questo problema: è giusto che con i miei soldi (tasse) io paghi un medico che anziché “sanare” uccide una persona? Non dimentichiamo che la funzione precipua della sanità è appunto quella di sanare, cioè di guarire.

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