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Selfie o no, le vacanze iniziano quando smetti di far foto

VacanzeLa vacanza da incubo? Quella insieme all’appassionato di fotografia. Per immortalare monumenti morti e morti viventi basta e avanza lo smartphone, ma “vuoi mettere la mia Nikon Df?” Mettitela pure dove sai perché l’apparecchio non fa il fotografo e se vuoi una bella panoramica scaricatela dal web, sarà sempre più bella della tua, anzi, non partire proprio, goditi foto e documentari da casa e non scassare, ché già abbiamo difficoltà a inquadrare una realtà a occhio nudo.

Niente da fare, l’esperienza di un viaggio non riusciamo a viverla addosso, dobbiamo scaricarla in una memoria esterna perché della nostra non ci fidiamo. Il viaggio si riduce a una raccolta dati che ci aiuterà a ricostruire il vissuto una volta rientrati e ad abbioccare gli amici nella classica cena con proiezione foto. Lo scatto che fissa l’attimo già in fuga è di una nostalgia tragica, la testimonianza tangibile del non ritorno, figuriamoci poi se il soggetto siamo noi. I più masochisti ripetono il rito ogni estate in costume per confrontarsi con l’anno precedente e scoprire che “non sono poi così peggiorato”. Bella soddisfazione.

Se non si viaggia alla giapponese (l’Europa in 10 giorni visitando tutto ciò che un europeo non vede in una vita), l’assenza di stress da foto rende tutto più gradevole, puoi non visitare nulla e vedere tutto, assaporare l’atmosfera di un pomeriggio al caffè osservando il prossimo, senza affannarti per monumenti e musei con relative code e affollamenti e soprattutto gustare un prosciutto e melone a Jaipur, il tandoori lo mangi già al cinese sotto casa che fa anche un ottimo sushi e il cous cous più buono di quello di Ouarzazate.

E se documentando tutto ciò non ti capirebbe nessuno, niente di più facile che assemblare un bell’album grazie alle immagini google e photoshopparsi nella medina inserendo la foto di 10 anni fa, così, in attesa che si possa fotografare il futuro per precedere il tempo e fregare la nostalgia. E sparare il risultato su Facebook per far lievitare l’autostima coi 20 ‘mi piace’ di ordinanza.

In attesa dei google glass o della webcam nel microchip in fronte, possiamo ancora accorgerci se un estraneo ci “ruba l’anima” di frodo, e qui si apre il capitolo privacy per richiudersi subito a riccio come l’obiettivo. L’ossessione per la discrezione nasconde in realtà una paura inconfessabile: quella di non esser cagati da nessuno. Ecco perché mettiamo una mano avanti invocando la privacy mentre con l’altra smanettiamo l’iPhone per postare le foto di case, viaggi, figli, canarini, pietanze e panze che un estraneo non avrebbe il coraggio di riprendere perché ci vuole più bene dell’amico invidioso, e che ha un obiettivo più obiettivo di noi stessi che riusciamo a postarci in costume a 40 anni suonati, forse perché ci si offusca la vista e il buongusto.
Per non parlare di chi crede nella nobile missione di documentare le tristezze del mondo, e dall’aria condizionata del 5 stelle esce per immortalare i morti fame, il degrado del Terzo mondo, e magari senza nemmeno elargire l’obolo di rito perché lederebbe la loro dignità. Peggio di quanto fece Pasolini raccontando nei dettagli le miserie umane ne “L’odore dell’India”. Almeno allora non c’era Facebook. Mentre questi non solo ritornano a casa, nella civiltà, ma scaricano il caricatore fotografico dal loro bel computer nei social, una mitragliata sugli affamati terminali per finirli nel voyeurismo più truce.

Se proprio non possiamo fare a meno dello scatto, sfoghiamoci con l’autoscatto del selfie, ridurremo il danno perché l’inquadratura non arriva alla panza e la procedura è la seguente: selfie numero 1 cesso, numero 2 peggio, numero 3 terribile, numero 4 era meglio il numero 1. Ripetere per tre volte poi buttare il telefono e godersi finalmente la vacanza…

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di on 6 agosto 2014. Filed under Intraprendente on the road. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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