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Ultime da L’Unità: al cronista piace copiare

L’Unità sta vivendo uno dei periodi più bui della sua storia: è a un passo dalla chiusura, ha dovuto chiedere aiuto all’ex avversario Matteo Renzi con un video cheL'unità ricorre a mani basse al logoro repertorio strappalacrime delle mamme incinta e dei padri di famiglia e l’unico investitore che per adesso si è fatto avanti è l’odiata Daniela Santanchè. Come se non bastasse il giornale è stato beccato ad autocopiarsi. In un articolo dell’11 luglio che racconta le sofferenze dei bambini coinvolti nel conflitto israelo-palestinese Umberto De Giovannangeli scrive:

«Quando Tahal Pfeffer, 4 anni, torna a casa dall’asilo, si accuccia sotto il tavolo della cucina e lì rimane. Quando Tahal ha cominciato a comportarsi così, circa sei mesi fa, sua madre Ofra ha pensato che si trattasse di un gioco. Tuttavia dopo averla incoraggiata a parlarne, Ofra si è resa conto che questo era il modo escogitato dalla figlia per controllare lo stress causato dall’allarme sicurezza all’ombra del quale la bambina ha vissuto gran parte della sua giovane vita: i razzi Qassam che cadono su Sderot, il rumore dell’artiglieria israeliana che fa fuoco su Gaza e i boom supersonici provocati dagli aerei dell’aviazione militare dello Stato ebraico».

La storia è molto toccante e rende tutti partecipi del dolore di questa bambina, soprattutto perché pare che non cresca e faccia le stesse cose da sette anni. Il giornale comunista Contropiano.org ha infatti scoperto che De Giovannangeli ha copiato questo passaggio, parola per parola, da un suo articolo del 2007. «Povero Gramsci, che fogna hanno fatto del tuo giornale!». ha commentato Contropiano. Il giorno stesso sono arrivate le scuse dell’Unità:

«Davo conto di una disperazione che si ripete, tragicamente eguale a quella di altre operazioni militari. Nulla cambia. Questa è l’essenza del dramma – scrive De Giovannangeli – Qui riconosco un errore…ho riportato un pezzo di un mio reportage scritto nei giorni dell’operazione devastante di sette anni fa. Ho ripreso un passaggio che riguardava la condizione di una bambina, Tahal Pfeffer, 4 anni…con le stesse parole perché la ritenevo emblematica di una condizione immutata. A Sderot son centinaia “Tahal”. Avrei dovuto ricordarlo. Non l’ho fatto, e di questo mi scuso».

Le scuse sono poco credibili per una serie di motivi, il più banale dei quali è che c’è un evidente manipolazione, il tentativo di far sembrare attuali fatti accaduti sette anni fa. Il problema però è che De Giovannangeli non si è limitato a copiare sé stesso, tutto il suo articolo sembra un collage di frasi e virgolettati già usciti su altri siti, ripresi senza mai citare la fonte. Qualche esempio. Scrive De Givannangeli:

I bambini di Gaza, nel racconto di Anne, giovane cooperante americana: «I bambini nei loro racconti, spesso fanno riferimento alla guerra. Dopo che abbiamo fatto il gioco delle sagome, abbiamo notato che i bambini riconoscono i loro occhi e le loro orecchie come punti di debolezza nel loro corpo, spiegando che con gli occhi vedono le distruzioni e con le orecchie sentono il bombardamento. Invece per quanto riguarda i punti di forza, i bambini rispondono, le gambe perché ci aiutano a fuggire e le mani perché ci aiutano a nascondere la faccia».

Questo virgolettato è apparso due mesi prima nell’articolo Gaza: la vita dei bambini sul giornale Site.it, e non si tratta di una frase della fantomatica “giovane cooperante americana Anne”, ma delle parole di un’animatrice della Ong italiana CISS. Dallo stesso articolo il giornalista dell’Unità, senza mai citare la fonte, riprende anche questa frase:

«Ogni volta che sento i rumori degli aerei, ho paura perché penso che gli israeliani ci attaccheranno di nuovo», dice Mohammed, 8 anni, di Beit Lahya. «I miei figli quando sentono qualsiasi rumore, per esempio una porta che sbatte, pensano che sia ricominciato l’attacco», spiega Ahmad, il padre del piccolo.

hamasNell’articolo originale il bambino è indicato solo con l’iniziale M. e la frase successiva non è del padre Ahmed (probabilmente frutto della fantasia del giornalista), ma è del “Padre di un bambino di Beit Lahya” che probabilmente non ha nulla a che fare con M. (o Mohammed come lo chiama l’Unità). Ma non finisce qui. C’è anche una dichiarazione presa dal sito Frontierenews.it

«La prima volta che sono tornato a Gaza dopo la guerra sono rimasto impressionato da quanto madri e bambini soffrissero per la portata dei bombardamenti – rimarca Akihiro Seita, il direttore dei programmi di salute dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi -. Tutte le mamme che ho incontrato nei centri di salute dell’Unrwa hanno messo in evidenza come i loro figli si comportassero in maniera diversa durante e dopo il conflitto: alcuni non dormivano più, altri non mangiavano, altri ancora non riuscivano più a parlare. È straziante ascoltare questi racconti, ancora di più esserne testimone».

E la frase successiva, che non è un virgolettato, è copiata pari pari da un articolo di Marco Di Donato su Osservatorioiraq.it.

Secondo Aida Kassab, del Gaza Community Mental Health Program, moltissimi bambini soffrono del post traumatic stress disorder, esattamente lo stesso disturbo di cui soffrono i militari americani tornati dall’Iraq o dall’Afghanistan.

L’Unità è in una situazione difficilissima e non ci va di fare la morale sulla deontologia, la correttezza e l’onestà nei confronti di chi paga il giornale. Vedremo come proverà a giustificarsi De Giovannangeli e cosa avrà da dire il giornale. Ma probabilmente ha ragione chi dice che ciò che di interessante l’Unità aveva da dire, l’ha già scritto. Sette anni fa, o forse più.

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di on 16 luglio 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Ultime da L’Unità: al cronista piace copiare

  1. ultima spiaggia Rispondi

    16 luglio 2014 at 09:53

    “L’Unità sta vivendo uno dei periodi più bui della sua storia”
    Perché, c’è stato qualche fulgido momento nella sua storia?
    Se i sinistri, sempre così compatti è solidali con se stessi, acquistassero ciascuno il loro amato quotidiano, si salverebbero da soli.
    Il lato comico (e tragico) è che non lo leggono nemmeno loro … ma pretendono di farlo pagare agli altri.
    “E me cojoni!” dicono a Roma.

    • Macx Rispondi

      16 luglio 2014 at 13:04

      Grande!

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