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Uber era solo l’inizio. La lotta alla concorrenza si fa ad Airbnb

AirbnbIl caso Uber ha fatto saltare il tappo, è proprio il caso di dirlo. E adesso, il partito (trasversale) retrogrado e conservatore del “no” alla tecnologia, forte dell’appoggio della classe politica, si lancia all’attacco di tutto ciò che è “sharing economy”, economia di condivisione. È notizia di poco fa, infatti, che la Catalogna ha multato Airbnb, l’azienda statunitense che attraverso il suo portale on-line mette in contatto persone che vogliono affittare case o stanze per un breve periodo di tempo con i proprietari degli immobili. Un’ammenda di 40mila euro e la minaccia (poco credibile) di bloccare l’accesso al sito in tutta la regione, manco fossimo in Cina. Le motivazioni sono molto simili a quelle addotte dai tassisti relativamente alla faccenda di Uber: concorrenza sleale agli albergatori, l’obbligo (non rispettato) di registrarsi presso l’ente del turismo catalano che dipende direttamente dal ministero, l’aggiramento della legge che vieta di affittare singole stanze di un appartamento e chi più ne ha più ne metta. Presto, c’è da scommetterci, stessa sorte potrebbe toccare all’Italia. Già, perché il nostro paese è il terzo in classifica per quanto riguarda gli annunci pubblicati su questa piattaforma e le associazioni di categoria stimano una perdita degli incassi nell’ordine del 10-15%.

La politica prima o poi dovrà farsi carico del problema e sappiamo già, purtroppo, in quale direzione tirerà il vento. Chi sarà il prossimo, viene da chiedersi? Dopo l’offensiva dei tassisti ai danni di Uber, potrebbe essere per l’appunto la volta di Airbnb preso di mira dagli albergatori, oppure che ne so, di Blabla car affossato magari dalle Ferrovie dello Stato. Ovviamente, manco a dirlo, chi ne fa le spese è il cittadino comune, il consumatore. Quella maggioranza di italiani che non ha voce e che nessuno tutela. C’è crisi, hanno bisogno di risparmiare, trovano grazie al mercato qualcosa che soddisfa bene le loro esigenze. Niente da fare, signori. Arriva lo Stato. “Sei impazzito – chiede al cittadino suddito – vuoi forse fare qualcosa per cui tu ci guadagni mentre io, oltre a rimanere con in mano un pugno di mosche, mi becco pure le proteste di lavoratori e associazioni di categoria? Tu sei matto!” E così inizia a complicare la vita delle persone, a mettere loro i bastoni fra le ruote. A salvaguardare l’interesse di 50mla tassisti e non quello di 60 milioni di persone, ad esempio. Regole? Leggi? Tutte scuse dietro cui si celano mere ragioni di convenienza per la classe politica e i suoi protetti. E pensare che l’Italia sarebbe il paese perfetto per la diffusione della “sharing economy”. Un paese in crisi, che deve sperimentare l’innovazione per provare a uscirne, per tagliare le spese inutili a partire proprio dalla quotidianità dell’individuo. Un paese che ha bisogno di fiducia. E quale strumento migliore del web che ti spinge a salire sull’auto di uno sconosciuto o a condividere l’appartamento con una persona mai vista prima. Al limite qualche feedback di altri utenti, niente di più. Eppure no. Tutto ciò che può rappresentare un’occasione in questa Europa e in questa Italia, diventa un fallimento, una frustrazione. Continuiamo pure a pensare che “si stava meglio quando si stava peggio”, che la tecnologia ci ruba il lavoro, che la sindrome nimby sia un approccio efficace alla vita. Ma poi non lamentiamoci se questo paese rispecchia la realtà di ciò che siamo.

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di on 10 luglio 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Uber era solo l’inizio. La lotta alla concorrenza si fa ad Airbnb

  1. riccardo Rispondi

    13 luglio 2014 at 10:11

    Tutto giustissimo.
    Mi chiedo che ne pensino il direttore responsabile e tutti quelli che hanno votato i partiti che si dichiaravano liberali o liberisti senza esserlo.
    La verità, forse, è che gli italiani che vogliono davvero concorrenza libera non sono più dell’un per cento, e probabilmente non votano nessuno alle elezioni.

  2. Margherita Rispondi

    20 agosto 2014 at 21:33

    E’ solo il serpente che si morde la coda:
    se girassero più soldi non avremmo bisogno ne di Bla Bla car , nè di Uber, ne di Airbnb; potremmo pagarci gli alberghi e i B&B, viaggiare in taxi ( solo Dio sa quanto é piacevole), prendere i treni per andare dove si deve con la gioia di favorire la nostra l’economia nonché il gettito di tasse che ,non dimentichiamolo, servono a tutti anche se ai vertici hanno rubato
    anche quelle gettandoci sul lastrico…
    Queste forme di condivisione
    diciamocelo francamente , servono si a guadagnarsi qualcosa ma fatte di frequente sono anche una rottura di scatole ( bisogna sempre attivarsi per dare il meglio e questo costa fatica ed anche manutenzione, cioé tempo), sono praticamente un lavoro in nero e allora i taxisti, gli albergatori ecc.( mancano solo le Ferrovie, che la concorrenza se la meritano visto il costo esagerato dei biglietti) che si vedono in pericolo con quel che costa un’attività in regola ne hanno ben donde di preoccuparsi e lamentarsi.
    Il vero problema non sono i migliaia di sfigati che riescono ad arrotondare affittando saltuariamente una stanzuccia o l’unica macchina che hanno ma i furbacchioni che approfittano dell’onda ed avendo a disposizione
    beni mobili e immobili che sonnecchiano ne fanno un business schiacciando ancora una volta i poveri sfigati di sempre senza pagare un euro di tasse.
    Come risolvere la contraddizione? io , un’idea ce l’ho : i siti di cosharing dovrebbero porre dei limiti al numero di viaggi, di stanze, di letti ecc., in questo modo le organizzazioni di categoria potrebbero non darsi pena . Se avete altre idee sfoderatele … a beneficio di tutti.Ciao!

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