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Due cose liberiste alla Coldiretti (e non solo)

L’Italia pullula di retrogradi protezionisti. Tra i tanti, spicca la Coldiretti, associazione parastatale di agricoltori assistiti. La Coldiretti, che tra l’altro vende mangime ogm a tutto spiano, un giorno sì e l’altro anche si mette a difendere a sproposito il “Made in Italy”, bloccando alle frontiere i camion carichi di alimenti provenienti dall’estero, oppure – come ha fatto sabato 25 luglio scorso – andando all’arrembaggio della riviera romagnola per distribuire pesche e nettarine nostrane.

Ogni tanto, bisognerebbe prendersi la briga di ricordare a questi signori quali sono i benefici del libero scambio, soprattutto in tempi in cui partiti di stampo autarchico suggeriscono come ricetta per la crisi, la chiusura di ogni valico.
Il commercio non è un gioco a “somma-zero”, come cianciano certi economisti malthusiani, nel quale tutti i benefici vengono accumulati dai ricchi brutti e cattivi, come alcune ONG vorrebbero farci credere. Nel film A Beautiful Mind, ad esempio, è spiegato che è stato proprio un matematico ed economista ad averci dato l’equilibrio di Nash, ovvero quella situazione nella quale entrambi i partecipanti al gioco vincono. Molto prima di John Nash, David Ricardo ha dimostrato che i benefici del commercio internazionale ricadono su tutti coloro che vi sono coinvolti.

È vero, la liberalizzazione dei commerci intra-europei è un obiettivo ancora da raggiungere, ma ciò non dovrebbe avvenire sacrificando la liberalizzazione del commercio estero, innalzando una enorme barriera progettata da Bruxelles. Jagdish Bhagwati ci ha messo in guardia spiegando che uno dei pericoli più gravi in un libero mercato sono gli accordi preferenziali tesi ad escludere alcuni Paesi piuttosto che altri.

Il libero scambio è la prima forma di libero mercato, la più intuitiva e la più immediata. Molti avversari del libertarismo, ed in generale delle teorie che si fondano sulla libertà individuale, contestano uno “spirito antisociale”nelle teorie individualiste, e non si accorgono che il libero scambio è la prima forma di socialità presente in natura.

Due individui barattano le loro proprietà volontariamente. Così facendo entrambi ne traggono un vantaggio. Costoro, infatti, se si accordano sullo scambio volontariamente, lo fanno perché pensano di poter essere più felici a scambio concluso rispetto a prima, altrimenti non lo farebbero. Può sembrare una considerazione banale, ma l’essenza del libero mercato è proprio questa: lo scambio volontario di beni e servizi.

Non dobbiamo considerare lo scambio solamente come un evento di tipo commerciale. Una mamma che accudisce il figlio sta “scambiando” il proprio tempo con un bene, cioè il piacere di vedere crescere la prole. Una persona che fa l’elemosina sta scambiando il proprio denaro con la felicità che compiere questo gesto gli dà. Quello che comprendiamo è che, ovunque vi sia un libero scambio, tutti gli individui coinvolti sono “più felici” di prima. O ancora, parlando in termini economici, lo scambio risulta più efficiente.

Il libero scambio viene codificato nella forma del contratto. Il protezionismo di cui parlano i politici e i loro clienti è solo una disgrazia. Diceva Frédéric Bastiat: “Dove passano le merci, non passano i cannoni”! Qualcuno lo spieghi anche alla Coldiretti.

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di on 28 luglio 2014. Filed under Editoriale. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

7 commenti a Due cose liberiste alla Coldiretti (e non solo)

  1. Albert Nextein Rispondi

    28 luglio 2014 at 08:37

    Mi chiedo a cosa serva e a chi serva la coldiretti.

  2. Riccardo Pozzi Rispondi

    28 luglio 2014 at 12:58

    Dissento umilmente da Facco. In Italia non c’è libero mercato, i grandi operatori comprano in Cina e poi vengono a vendere qui e se qualcuno si lamenta danno del retrogrado protezionista. Se invece sei piccolo e cerchi di produrre con le regole di casa vai fuori mercato perché le merci cinesi (che a casa loro godono eccome di protezionismi) qui passano la frontiera con clamorosa facilità e ti mettono in condizioni di chiudere.
    Il tutto sotto l’occhio vigile degli organismi di controllo, ai quali sfugge il capannone di cinesi che hai davanti a casa ma non il tuo negozio semivuoto.
    Molto modestamente, sono buono anch’io a far l’imprenditore così.

    • Renzo Riva Rispondi

      29 luglio 2014 at 19:06

      Riccardo Pozzi ed io dissento da quello che tu scrivi.
      Anzi quello che scrivi conferma le cose scritte da Leonardo.
      Mandi

      • FEMINE Rispondi

        31 luglio 2014 at 12:35

        Mandi ( fantat furlan?). La foto dell'”alpin jo mame…” me lo fa pensare…
        Per restare più o meno in argomento ecco qui, tratta da un’intervista rilasciata di recente, la lucida riflessione di Fidenato, noto agricoltore friulano fuori dal coro che da anni si batte per la libertà d’intraprendere semine OGM in linea con le leggi della mitica Europa che l’arcinota Serracchiani ed altri smentiscono con i loro provvedimenti legulei prontamente resi “distruttivi” dalle nostre sollecite “forze dell’ordine”…
        (La domanda dell’intervistatore):
        Quel che emerge nell’arco degli ultimi vent’anni, come conseguenza non intenzionale del bando alle varietà transgeniche, è che abbiamo accumulato un ritardo quantificabile in una forbice che va da 1,5 a 2,6 tonnellate per ettaro, ovvero tra il 13% e il 25% della nostra resa produttiva media. gli agricoltori italiani sono in grado di proiettare queste cifre sul bilancio della propria azienda, e farsi un’idea?
        ( La risposta di Fidenato):
        Purtroppo gli agricoltori italiani è da molti decenni che non sono più imprenditori. Da molti decenni la politica agricola ha completamente sopito lo spirito imprenditoriale degli agricoltori europei. Questi ormai non capiscono più cosa significa produrre, cosa significhi mercato, ecc…. Questi imprenditori producono solo marginalmente per il mercato, ma producono soprattutto per il contributo pubblico. Penso che i produttori di seminativi se avessero a disposizione queste tecnologie potrebbero fare a meno dei contributi pubblici perché queste sementi garantiscono in linea teorica un aumento di produttività del 10-15%. Anche questo sistema agricolo è un ostacolo per la presa di coscienza di questa nuova tecnologia da parte del mondo agricolo.
        L’intervista integrale si trova sul web in: http://denaro.it/blog/2014/06/07/mais-ogm-il-jaccuse-di-giorgio-fidenato-quando-gli-ambientalisti-ignorano-un-diritto/
        Mandi.

  3. ulysse Rispondi

    28 luglio 2014 at 15:58

    La Coldiretti e’ di fatto un pezzo di stato, come lo sono i sindacati, ma il settore primario a mio modesto avviso dovrebbe avere altre regole. Il libero mercato non puo’ essere il riferimento per l’ agricoltura che e’ essenziale per la gestione del territorio; provate a pensare la Svizzera senza mucche o l’ Austria senza malghe. Quanto agli amici di Coldiretti consiglio di presidiare un supermercato coop, che vende gran parte di prodotti dall’ estero,e vedere se hanno la stessa fortuna di quando bloccano il Brennero.

  4. Liutprando Rispondi

    29 luglio 2014 at 10:04

    Il libero mercato deve avere la massima espressione possibile perché è uno strumento valutativo della qualità delle offerte e uno stimolo alla organizzazione, alla ricerca e alla innovazione positiva di ogni attività umana.
    C’è un limite: la partecipazione con regole uguali.
    Una di queste è il divieto di monopolio, che del libero mercato è l’assoluta negazione.
    Un’altra è non sottoporsi all’autarchia altrui. Le grandi nazioni industriali come gli USA o la Cina o la Germania sono, di fatto, oltre che grandi monopolisti anche grandi autarchici poiché vendono molti dei loro prodotti ma ne comprano ben pochi dagli altri.
    Sarebbe stupido evitare con cura l’autarchia locale per essere schiavi di quella altrui.
    Probabilmente l’autonomismo regionale consentirebbe il massimo del buon mercato libero senza essere ridotti a clienti-servi dei grandi potentati monopolisti autarchici che hanno nello Stato il loro Dio protettore.

    Sicché, più che il grado di autarchia che, secondo me andrebbe rivalutata nell’ambito della teoria dell’autonomismo, bisognerebbe stare attenti allo Stato egemone che fa protezionismo clientelare negando le scelte di stile economico alle popolazioni che hanno problemi contingenti importati da risolvere coi loro mezzi.

  5. Sergioserre Rispondi

    29 luglio 2014 at 20:50

    ….e’ vero giusto picchiare su Coldiretti, che dimentica di tutelare i suoi “associati”, difendendo all’inverosimile la posizione dei dirigenti e della struttura, ecc. ecc. ma…..non si deve dimenticare il fatto che l’esempio del baratto non tiene conto del fatto che il proliferare enorme di leggi barocche, regolamenti, ecc. a tutti i livelli regionale,nazionale,europee hanno ridotto l’agricoltura italiana a una specie in via di estinzione, dove fare impresa e’ un vero e proprio optional, ma dalle conseguenze catastrofiche e mortali per noi poveri agricoltori…..

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