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Perché il capitalismo è una benedizione. Specie per i poveri

Arthur C. Brooks

Arthur C. Brooks

«Dobbiamo combattere per la libertà economica, il capitalismo e la globalizzazione. E dobbiamo farlo per i più poveri ed emarginati».

Quella di Arthur C. Brooks è una figura interessantissima. Classe ’64, Brooks è scienziato sociale, scrittore, conferenziere, musicista (un numero di definzioni che farebbe invidia a Leonardo da Vinci) e non da ultimo presidente dell’American Enterprise Institute che, insieme al Cato Institute, è uno dei più grandi think tank per il libero mercato d’America (200 dipendenti e un budget di 50 milioni di dollari, giusto per dare le dimensioni). Ospite ieri a un convegno organizzato alla Pinacoteca Ambrosiana dall’Istituto Bruno Leoni e dal centro Tocqueville-Acton ha spiegato la sua visione, sintetizzata nel libro “La via della libertà. Come vincere la battaglia per la libera iniziativa” (Rubbettino, pp.233, 15 euro). Un nome che ti fa subito venire in mente “La via della schiavitù” di Von Hayek che, difatti, al contrario parlava dei regimi illiberali e dittatoriali.

Di fronte a un moderatore d’eccezione come Giuliano Ferrara ha detto: «Dobbiamo sostenere il profilo morale del capitalismo. Quello fatto da vera concorrenza che difende i più deboli dal monopolio governativo. E che produce la ricchezza necessaria per far stare meglio tutti». Da fervente cattolico Brooks parte da una considerazione fondamentale: la massima virtù umana è aiutare i più umili. «Bisogna capire qual è il miglior modo per farlo. Io parto da un dato di fatto: al contrario di quel che si crede, dagli anni ’70 ad oggi la povertà assoluta, quella per cui si muore di fame, è scesa dell’80%. Di chi è il merito? Di queste cinque cose: globalizzazione, libero mercato, diritti di proprietà, garanzie legislative e imprenditorialità. Come cattolico son solo contento se i miei fratelli e le mie sorelle possono godere di un tenore di vita migliore». Una posizione che, come ha fatto notare una spigliata ragazza fra il pubblico, purtroppo non proprio tutti nella Chiesa condividono.

Fede capitalismoQuando Ferrara gli ha chiesto come mai il libero mercato non sia così popolare Brooks ha risposto brillantemente: «Per gli intellettuali i fatti sono più complicati dell’ideologia. Certo è più semplicistico dire “c’è un ricco e un povero, dunque togliamo al ricco per dare al povero”. Ma alla lunga non funziona perché la ricchezza, per essere distribuita, deve essere prima creata». E ha proseguito: «Facile ma sbagliato dare la colpa a un sistema che, pur con le sue storture, contribuisce al maggior benessere per il maggior numero di persone. Diverso è il comportamento umano che prescinde dal sistema economico in cui si vive. E se si cerca il marcio posso dire che il massimo grado di immoralità lo trovo in alcuni politici e burocrati dell’ex Unione Sovietica, che passavano la loro vita a rubare dagli altri. Libero mercato significa l’esatto opposto». Del resto, come già faceva notare David Friedman ne L’Ingranaggio della libertà, non è affatto vero che i soldi che lo Stato riscuote vadano ad aiutare i più poveri: più spesso vanno a ricchi imprenditori amici, o a una classe medio-alta di burocrati e funzionari.

Finito l’incontro ha dedicato qualche minuto alle nostre domande. Ne abbiamo approfittato per chiedergli se il Leviatano statale si combatte con la politica o la cultura: «Entrambe. Soprattutto bisogna mostrare alle persone come meno Stato e più società civile, volontariato e carità si possono aiutare al massimo le persone in difficoltà». E se pensa che ci sia qualche funzione “sociale” che lo Stato deve assolvere in casi particolari? «Sì, il capitalismo deve finanziare un aiuto per persone con gravi problemi quali disturbi mentali, dipendenza dalla droga o troppo deboli e malate per lavorare. Per questi servizi ci vuole qualcuno che paghi ed è qui che entra in gioco l’aspetto morale del capitalismo».

Insomma l’esatto opposto di quella «decrescita felice», citata testualmente nell’introduzione del suo ultimo libro, che tanto ci ricorda certi comunisti de noantri.

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di on 14 giugno 2014. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Perché il capitalismo è una benedizione. Specie per i poveri

  1. Albert Nextein Rispondi

    15 giugno 2014 at 09:53

    Parole e scritti al vento.
    In europa non ci sono liberali.
    L’america è sempre meno liberale.
    Vanno di gran moda , in ogni settore della vita, il dirigismo, il centralismo, la burocrazia, la pervasività pubblica.

    Questi simpatici , forse, soloni “liberali” vendono il loro prodotto a un numero sempre minore di gente ignorante ed intossicata da stati padri-padroni-padrini.

    Rimane intatta ed insuperata la serie di monumenti liberali di Mises, Rothbard, Hoppe.
    I loro supposti epigoni non valgono una delle loro unghie.

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