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Oltre la maturità: vogliamo le “free school” pure in Italia

A parte questi giorni in cui si parla di maturità, il dibattito sulla scuola è sempre incentrato sulla dicotomia fra scuola pubblica e privata, fra i suoi PrivateVsPublic-School1(pochi)sostenitori e i (molti) detrattori. Quello che non si tiene in debita considerazione è che fra i due modelli può esserci benissimo una “terza via”: la scuola libera, finanziata dallo Stato che ne garantisce la fruizione a tutti, ma gestita da privati.

Un’esperienza che, in Inghilterra (dove l’ha introdotta il governo thatcheriano di David Cameron), funziona benissimo. A raccontarlo, in occasione del Breakfast meeting dell’Istituto Bruno Leoni di oggi a Milano, Matteo Rossetti, italo-inglese fondatore della Thomson House una primary free school (scuola elementare libera) a Richmond, pochi chilometri da Londra. Cosa cambia rispetto a una scuola tradizionale? Anzitutto il programma e gli orari, gestito più liberamente. «Abbiamo deciso di introdurre tre ore di sport, due di musica e corsi di public speaking, tutti curriculari e senza oneri aggiuntivi per i genitori. Siamo aperti dalle sette e mezza alle 18, per garantire il massimo della flessibilità ai genitori che lavorano. E abbiamo deciso che le classi non dovranno superare i 26 alunni». Poi c’è un maggior coinvolgimento della società civile, dei genitori, delle imprese che comporta un risparmio per lo Stato. «Non chiediamo soldi alle famiglie, ma il 70% ci dà donazioni spontanee per migliorare i servizi; così come concediamo spazi pubblicitari ad aziende che ci sovvenzionano. Tutto questo spinge David Cameronalla massima efficienza: portare la scuola a regime, con 364 studenti suddivisi in 14 classi, ci costerà circa 4 milioni e mezzo di sterline. Lo Stato ne avrebbe spesi almeno sei».

Ma come si apre una “free school”? «Serve avere un progetto dettagliatissimo, trovare un board che la gestisca e poi presentarsi all’ente pubblico che – dopo una serie di esami più che scrupolosi – dà o meno l’autorizzazione: se il progetto passa si ricevono 220mila sterline per ingaggiare preside e professori più un contributo variabile per l’acquisto della struttura. Poi, quando si inizia, c’è un contributo annuo di 4mila sterline ad alunno, lo stesso che lo Stato dà ad una scuola pubblica di pari livello». Un sistema che incentiva la competizione fra istituti, visto che ognuno ha bisogno di attrarne di nuovi per sopravvivere, quindi la qualità. «Anche perché in Inghilterra c’è un sistema di valutazione delle scuole che informa i genitori su pregi e difetti prima dell’iscrizione». Lì funziona tutto benissimo.

Matteo Rossetti

Matteo Rossetti

La vera domanda è però un’altra: potrebbe un sistema del genere essere adottato con successo anche in Italia? Purtroppo crediamo di no. A parte tutte le resistenze corporative e le grida di allarme per voler “svendere la scuola pubblica” c’è un altro problema quasi insormontabile: «finché non si cambia il mercato del lavoro il modello inglese non si potrà mai applicare». Il sistema delle free school prevede contratti flessibili che vanno da pochi mesi a un anno e la piena licenziabilità («noi stessi abbiam dovuto mandare a casa la nostra preside, una scelta dolorosa che andava fatta»). Lo stesso avviene, del resto, nelle scuole pubbliche che han pieni poteri, anche contrattuali come ha stabilito la Thatcher nel White paper del 1988. Ve li immaginate i sindacati unitari di base del pubblico impiego, che si lamentano pur per l’Invalsi, di fronte a una proposta del genere? E che dire dei sindaci che fanno guerra alle paritarie?

No, dobbiamo dirlo con amarezza: le free school, in Italia, non le vedremo mai.

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di on 17 giugno 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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