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L’ultima bufala statalista si chiama Stato imprenditore

Non avevamo finito di sentire e condividere le idee di Arthur C. Brooks, il presidente dell’American Enterprise Institute ospite nei Stato imprenditoregiorni scorsi in Italia, il quale sottolineava come al libero mercato mancasse un’adeguata retorica, che ora un’economista italiana trapiantata all’estero ci fa sapere che, al contrario, la “narrativa” (la chiama proprio così) dell’ imprenditore che con la sua azione innovativa crea ricchezza e lavoro è ingiustamente sopravvalutata perché non trova riscontro nella realtà.

Ove, Mariana Mazzucato, autrice per Laterza di Lo Stato innovatore (pagine 378, euro 18), si sia fatto questa idea dell’ampia diffusione di quello che definisce il mito dell’imprenditore, di cui ormai io sento parlare solo in qualche sempre più raro convegno dedicato alla “cultura d’impresa”, veramente non saprei. Forse sui classici della sua disciplina, che come studiosa dovrà continuamente compulsare. Perché il fatto è che, a livello di opinione pubblica, in Italia, anche oggi in tempi di crisi, è ancora invece ben radicata e forte, persino fra i giovani, la speranza di conquistare come sinecura a vita un “posto fisso” nei ruoli dello Stato. Ma tant’ è! Gli studiosi perdono facilmente il contatto con la realtà, a volta per troppa dedizione all’oggetto dei loro studi. Il che non sarebbe un problema se non corressero il rischio di incontrare sulla loro strada qualche politico che li prende sul serio senza fare la dovuta tara alle loro idee, rinunciando così ad esercitare la sintesi e responsabilità politiche. Ciò può accadere soprattutto in Italia, ove l’idea gramsciana di una funzione di guida, se non salvifica, degli intellettuali nei confronti del popolo (che spesso viene sprezzantemente considerato popolino) è così ancora ben salda e forte, anche a livello inconscio, che le coscienze ne sono come ammaliate. Spesso, a fare da mediatori, in questo passaggio dalla “teoria” alla “prassi”, sono case editrici e mezzi di informazione.

È il caso appunto dello storico editore Laterza che, avendo abbandonato da un bel po’ la strada maestra liberale e crociana indicatagli dal suo fondatore, ultimamente è diventato una sorta di costola editoriale de La Repubblica scalfariana: il catalogo dei classici, su cui tanti italiani si sono formati, è sempre più trascurato (molti volumi fondamentali non sono stati più ristampati; e, al posto di essi, vengono pubblicati in continuazione pamphlet di rapido e veloce uso, tutti rigorosamente orientati in modo politicamente unidirezionale. Un editore-partito che si è pertanto affiancato al giornale- partito.

Stato imprenditore 2Ora, questo mio discorso non sembri eccentrico rispetto a quello centrale di questo articolo, che concerne il libro di Mazzucato. Non lo è perché è proprio del quotidiano di piazza Fochetti, e ora di Laterza, lanciare ogni tanto nel firmamento culturale nostrano nuovi personaggi, creare dal nulla o quasi star del piccolo universo intellettuale di comprovata fede radical chic che ben conosciamo. Ora, tocca alla professoressa dell’Università del Sussex, come testimoniano le intense presenze mediatiche di questi giorni: è l’ultima di una lunga serie, che, partita con le Urbinati e le Spinelli, è giunta da poco a quello psicologo “figo” e alquanto banale che risponde al nome di Massimo Recalcati. Ora, la prima cosa da notare è che l’aria con cui le tesi dell’autrice vengono presentate dal suo editore è quella della novità e originalità. Le sue idee sarebbero spiazzanti e contrastanti il senso comune. Nulla di più falso!. L’idea che muove il libro è che lo Stato sia l’imprenditore più “audace” e “prolifico”, il “motore più dinamico” di ampi settori dell’economia, non è affatto nuova: basti leggere, per rendersene conto, la vasta e varia letteratura sulla “pianificazione economica” sovietica e parasovietica del secolo scorso; oppure, in un orizzonte a noi più spazio-temporalmente vicino, quella meridionalistica dei tempi d’oro (si fa per dire) dell’ “intervento straordinario” e della Cassa per il Mezzogiorno. Su come sia poi andata a finire, nei due casi e in tutti gli altri, è meglio stendere un velo pietoso.

Ma ovviamente su quegli interventi massicci di uno Stato fattosi imprenditore, raramente andati a buon fine, in molti hanno lucrato e si sono arricchiti; e quasi mai si è trattato dei più meritevoli e intraprendenti, ma semplicemente dei più furbi e interni ai gruppi di potere dominanti. Non si è quasi mai realizzato un fine di giustizia, né ci si è mostrati particolarmente efficienti. E anche la scelte degli interventi da fare si è dimostrata il più delle volte errata o irrazionale (si pensi alle tante “cattedrali nel deserto” rimaste lì a deturpare molto territorio del nostro Sud). Ciò è successo non per errori eliminabili, ma per motivi direi strutturali: chi meglio della società civile, cioè degli individui interagenti in un mercato, sa cosa serve a loro stessi e come realizzarlo nel modo migliore? Perché il punto è proprio questo: lo Stato come entità pubblica, razionale, onnisciente, semplicemente non esiste, è un mero artificio linguistico, un paravento dietro cui operano nomenklature o gruppi di potere ben determinati, volti a perseguire prima di tutto il proprio utile e ad autoconservarsi (come, esempio fra i tanti, Vilfredo Pareto ci ha mostrato e insegnato).Mazzuccato

È per questo motivo che, da una parte, il cosiddetto Stato deve essere quanto più snello e limitato possibile, circoscritto possibilmente a sole funzioni di controllo; e, dall’altra, i gruppi di potere che operano in suo nome, la cosiddetta burocrazia, devono essere anche essi limitati in numero e nel tempo della propria azione, con una forte mobilità o ricambio interno. Certo, come dice Mazzucato, lo Stato ha risorse enormi da investire che spesso un singolo imprenditore privato non ha. La nostra professoressa si dimentica però di aggiungere un particolare non irrilevante: quei soldi non cascano dal cielo ma sono il frutto delle tasse che paghiamo. E che in buona sostanza dovremmo, nella sua ottica, tutti pagare in modo sempre più esagerato per permettere a pochi (coloro che hanno le leve della spesa pubblica) di spenderli a nome di un inesistente (contraddizione che nol consente) “interesse generale”.

È vero che ci sono imprenditori privati che rischiano in proprio e che incassano i profitti, se il rischio va buon fine, ma fanno pagare allo Stato, se ci sono perdite o fallimenti. Ma qui stiamo nell’altra faccia della patologia statalistica: ad uno Stato che fa quello che non tocca a esso fare, l’imprenditore, corrispondono cosiddetti “imprenditori” che non sono tali ma fanno parte della vasta genia degli approfittatori pubblici. Su di loro, da sempre ampiamente presenti nel nostro sciagurato Paese, pagine indimenticabili ha scritto Luigi Einaudi. Non se ne abbia a male Mariana Mazzucato se dico che quelle pagine le trovo molto più istruttive e attuali, e improntate ad una diversa e alta moralità, di queste sue vintage nostalgie veterostatalistiche.

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di on 18 giugno 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a L’ultima bufala statalista si chiama Stato imprenditore

  1. sergio Rispondi

    18 giugno 2014 at 09:38

    Contrordine compagni cittadini! La frase pubblicata : ” Più Stato Prenditore “, contiene un errore di stampa e pertanto va letta : ” Più Stato Imprenditore “

  2. Albert Nextein Rispondi

    18 giugno 2014 at 18:09

    Tutto quanto tocca lo stato diventa merda.
    E’ provato in tutto il mondo.

  3. peter46 Rispondi

    18 giugno 2014 at 20:33

    Egr.Ocone,ogni tanto ci si ‘rivede’…e sempre se le fa piacere essere ‘commentato’;ma se non ci ‘commentiamo’ fra noi ‘mezzogiorni’….vogliamo ri-aprirla la solita questione?
    Spero di non sbagliarmi ed eventualmente,mi piacerebbe essere ‘corretto'(non ‘bolscevicamente’,intendo),ma…il bilancio statale prevede entrate (approssimativamente,s’intende)per circa,annualmente,1200 miliardi di euro:800(sempre circa,dato che ultimamente molto meno)vengono ‘introitate’ dalle tasse…gli altri 400(escludendo l’intervento dello ‘spirito santo)chi li porta?Dicono che arrivino da ciò che le ‘nostre’,ricercate,richieste,anelate…specificità in campo tecnologico e non,di alcune nostre,ricercate,richieste,competitive ,uniche…aziende ‘statali’ che progettano,producono,vendono…nel mondo.Aziende Statali,egr.Ocone…malgrado “in molti hanno lucrato e si sono arricchiti” …dunque il “problema” è l’entità stato che crea o i gruppi di potere che si sono arricchiti alle spalle dello stato e dunque dei cittadini?E’ lo stato da cambiare o la ‘degenerazione’ dello stato che permette quelle ‘degenerazioni’?Se io ho un’azienda e Einaudi(liberismo) mi ‘impone’ di venderla poniamo a 45 miliardi di lire,ma la stessa ha già in cassa 60 miliardi di lire ed ogni anno ne genera più o meno altrettanti,che Einaudi…qualora la vendo per essere ‘conforme’,vada a quel paese…il cittadino italiano,proprietario di quel bene prende sì in un colpo i 45 miliardi,ma regala ai ‘gruppi di potere’ non solo l’azienda,ma anche l’introito annuale(e per sempre negli anni)che genera quei 400 miliardi delle entrate,extra tasse,del Paese,o no?E senza quelle entrate…altro che abbassamento di tasse:suicidi collettivi.E soprattutto senza quelle ‘degenerazioni’ e le altre ‘degenerazioni’ e le altre ancora si potrebbero avere…tasse zero.E l’Ilva(una fra centinaia di altre fra cui un’azienda ceduta a De Benedetti))ne è stato un esempio…il non ‘statalismo’ ai Riva e i cocci(e che cocci fra inquinamento e morti per tumori)sono rimasti a noi.Ci sono ‘attività’ strategiche che non possono non rimanere allo stato…eliminiamo le ‘degenerazioni’ non le aziende statali o diamole in gestione imponendo le ‘nostre’ condizioni.E che tutto ciò che rimane allo stato non sia rifugio di ‘incompetenti’ trombati della politica,ma premio per competenti remunerati senza ‘degenerazioni’ come attualmente.E questo non è ‘comunismo’….
    Ricorda il mio commento sul suo articolo “Finchè il sud vive di stato muore”?Anche allora parlava di Cassa del Mezzogiorno.Ed anche allora le dicevo che avremmo dovuto parlarne più avanti:dobbiamo farlo…più avanti.

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