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Perché il diritto all’oblio è libertà. Pure su internet

La sentenza della Corte Ue n. 131/12, resa nota qualche giorno fa, dà ragione a un cittadino spagnolo che aveva chiesto la rimozione da Google di link che lo riguardavano e che rimandavano a contenuti considerati lesivi della sua privacy e della sua reputazione, e stabilisce in generale che non sono solo i gestori delle pagine web a dover rispondere di quanto scrivono o pubblicano: anche i gestori di Google e degli altri motori di ricerca sono responsabili della visibilità data ai link che rimandano a quelle pagine. Una persona può quindi chiedere a Google di cancellare dei risultati che la riguardano, ed eventualmente può rivolgersi a un tribunale del proprio Paese (nell’Unione Europea) per chiedere di imporre la cancellazione di questi risultati.

diritto-all-oblioSoprattutto negli Stati Uniti ci sono state da subito delle polemiche veementi su questa sentenza, che è stata definita dal New York Times «sbagliata e pericolosa per la libertà d’informazione», mentre il giurista di Harvard Jonathan Zittrain ha parlato di «una forma di censura» che «come tale sarebbe considerata incostituzionale qui negli Stati Uniti». C’è chi ha parlato di una sentenza «potenzialmente rivoluzionaria» che «apre le porte a una censura privata su vasta scala», agitando lo spettro di un web privo di informazioni e continuamente in balìa dei capricci degli utenti. La realtà è esattamente opposta, e ad essere inquietante non è la sentenza di Bruxelles (timido tentativo di riportare un po’ di buon senso a questo mondo) ma la battaglia «in difesa della libertà d’informazione». Naturalmente la sentenza Ue, che si può leggere sul sito dell’Unione Europea, non dice che chiunque può far rimuovere qualsiasi contenuto. L’ultima parola spetta ai tribunali nazionali, che devono cercare caso per caso un «giusto equilibrio» tra i diritti della persona (tra cui il diritto alla protezione dei dati personali) e il diritto di scrivere e di leggere informazioni e opinioni. È ben difficile per esempio (qualcuno l’ha risibilmente ipotizzato…) che uno scrittore possa ottenere la «cancellazione dei link che rinviano alle recensioni negative sui suoi libri».

Ma il punto è un altro ed è che ogni volta che si cerca in qualche modo di porre dei paletti e di mettere delle regole sul web i paladini della libertà digitale insorgono. La musica, i film e i libri (in digitale) devono girare liberamente e gratuitamente, e chiunque faccia sommessamente riferimento a nozioni come il copyright e il diritto d’autore è già un reazionario liberticida. I giganti del web come Amazon devono avere la possibilità di vendere i loro prodotti senza pagare le tasse che pagano i gestori dei negozi (fisici), ma ovviamente in questo caso non si pone alcun problema di concorrenza sleale. Chiunque può commentare un articolo o un video insultando e diffamando e non si deve censurare, e chiunque deve essere libero di pubblicare foto e video di ogni genere, su qualunque altra persona. Se una donna ha subito uno stupro ogni volta che qualcuno cerca il suo nome su Google troverà la notizia, in eterno, come una condanna irredimibile, e va bene così. Qualunque cosa tu abbia fatto o subito nella tua vita ti seguirà per sempre come una macchia incancellabile, eternamente tenuta sotto i riflettori e alla vista gli altri, in quella che qualcuno ha definito una sorta di nuova «coscienza collettiva dell’umanità» (Google).

Questo è il mondo del «web libero da censure», un mondo nel quale siamo talmente liberi che non abbiamo più la libertà di essere dimenticati. Una libertà – quella dell’oblio – che Domenico Dara raccontava magistralmente nel suo “Breve trattato sulle coincidenze” in questi termini: «E pensò che ci sono alcuni uomini che lasciano le tracce del proprio passaggio e altri no, e che esistono modi diversi di lasciare segni per il mondo: qualcuno sceglie di fare figli, qualcun altro di scrivere libri, e a dispetto dei molti che affondano il contatto affinché l’impronta sia più durevole, altri, come lui, scelgono di non lasciarla, come l’animale astuto che cancella le orme sul terreno dopo il suo passaggio, non per paura di essere seguiti, ma solo per avere la sensazione, e forse anche l’illusione, di non appartenere a questa terra».

 

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di on 21 maggio 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Perché il diritto all’oblio è libertà. Pure su internet

  1. Hermes Rispondi

    28 maggio 2014 at 12:42

    Ormai si usano le parole libertà e diritto per descrivere quelli che sono soprusi palesi. Il diritto all’oblio o libertà di essere dimenticati non è altro che un divieto per gli altri di parlare di me e di avere informazioni che mi riguardano, entrambe azioni pacifiche. Il giurista americano ha ragione, si tratta di censura bella e buona, ed affidarsi ai tribunali nazionali per raggiungere l’equilibrio suona come una barzelletta. L’intera retorica dei diritti d’immagine ed autore è quanto di più illiberale ci sia.

  2. directory Rispondi

    21 luglio 2014 at 08:06

    How an advertiser can put their ads in my blogger?

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