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No Invalsi, no meritocrazia. Lo slogan reazionario dei sindacati

invalsiLa scuola elementare Morosini di Milano è stata uno degli epicentri della protesta contro il test Invalsi. Per chi non lo sapesse si tratta di un test di valutazione “oggettiva”, con una prova di italiano e una di matematica, sottoposto agli scolari di seconda e quinta elementare, a quelli di terza media e agli studenti di seconda superiore. Lo scopo del gioco è quello di verificare se gli allievi abbiano effettivamente acquisito il livello di comprensione ed elaborazione all’altezza dell’istruzione ricevuta. A chi serve? Alla scuola per verificare la qualità degli insegnanti, al governo per misurare la qualità delle scuole, alle famiglie per capire se il figlio è in buone o cattive mani. Insomma, introduce un po’ di meritocrazia. E allora i sindacati autonomi, i Cobas, lanciano la protesta, con scioperi di insegnanti, appelli ai genitori per non mandare a scuola i figli nel giorno del test e manifestazione di fronte alla sede del ministero dell’Istruzione.Fra gli insegnanti, alcune delle proteste contro questo test sono sacrosante. Come tutte le cose preparate da burocrati e insegnanti alle loro dipendenze, è un po’ fuori dalla realtà. Ci sono domande difficili anche per un insegnante o un giornalista, figuriamoci per dei poveri scolari di sette anni. Se in quinta elementare (10 anni) ti avessero chiesto di individuare, in un brano, un “falso alterato” tu cosa avresti fatto?

Un altro motivo di protesta dovrebbe essere l’arbitrarietà del giudizio. Per prepararsi a un test occorrono alcune settimane di studio intensivo. O molta fortuna sulle domande. La formazione di uno scolaro delle elementari, o di uno studente del liceo, richiede anni di studio e di motivazione trasmessa dall’insegnante. C’è un’infinità di complessità umane e imprevisti che possono rovinare la prova anche del migliore studente. Anche questo tipo di test, poi, non colma la distanza che c’è e resta fra il mondo della scuola e quello del lavoro. Una distanza inevitabile che in Italia è ancora più accentuata dal tipo di insegnamento, che privilegia ancora, a 80 anni dalla riforma Gentile, studi umanistici non richiesti dal grosso delle aziende. Più che l’introduzione di un test calato dall’alto, a creare maggiore competizione ed efficienza fra scuole, dovrebbe essere l’abolizione del valore legale del titolo di studio e l’introduzione dei buoni scuola per tutti. In questo modo i genitori sceglierebbero liberamente fra pubblico o privato. E solo sul posto di lavoro, uno studente farebbe vedere se vale o meno, indipendentemente dal pezzo di carta che ha in mano.

Ma sono questi i motivi della protesta dei sindacati autonomi? No. Non si tratta solo di una protesta sul come il test viene effettuato, tantomeno si chiede una maggior libertà di scelta degli studenti per avere più competizione. Anzi. Lo sciopero rivela qualcos’altro: il rifiuto della valutazione, in sé. Questi insegnanti non vogliono essere giudicati. Non vogliono avere un manager che valuta il loro grado di competenza. Non hanno mai voluto essere giudicati dai genitori. E, soprattutto, non vogliono giudicare gli scolari e gli studenti a loro affidati. È una mentalità egualitarista che non passa e non vuole passare. Non serve andare molto indietro nel tempo per ritrovare il 6 politico a scuola e il 18 politico all’università. Era la geniale idea dei contestatori degli anni ’70: basta dare voti. I voti creano classismo e diseguaglianza, quindi aboliamoli. Tutti uscivano con lo stesso voto.

Senza arrivare a questi estremi di 40 anni fa, la mentalità egualitarista è rimasta come un virus anche ai giorni nostri. D’accordo che non si scrive per fatti personali, ma un episodio lo devo proprio ricordare in prima persona per far toccare con mano cosa sia questa mentalità. Quando ero alle medie, a scuola si aggirava un individuo malvagio. Era additato come tale da tutti gli insegnanti. Ce lo portavano come esempio negativo. A dire il vero non ci voleva molto ad identificarlo come “cattivo”, perché era abbastanza scostante di carattere. Ma gli insegnanti ci insegnavano ancora di più a non fare come lui, perché “viene dalla scuola americana e devono averlo educato male”. Perché “vuole sempre essere il primo”. Perché dei suoi compagni dice addirittura che “tizio o caio gli danno filo da torcere”, perché è addirittura “competitivo”! Gli insegnanti si lamentavano fra loro e lo dicevano pure a noi perché, con quel brutto figuro competitivo dovevano dedicare molto tempo a “rimetterlo al suo posto”, fargli capire che “è uguale a tutti gli altri”. Fra i miei ex insegnanti, uno solo era dichiaratamente comunista e, tra l’altro, era pure il più simpatico. La mentalità egualitaria è dunque trasversale, duratura e contagiosa. Distruggendo le élite, abbassando la cresta ai più bravi, è riuscita nell’intento di abbassare la cresta al Paese intero.

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di on 9 maggio 2014. Filed under Attualità. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a No Invalsi, no meritocrazia. Lo slogan reazionario dei sindacati

  1. Francesco Rispondi

    9 maggio 2014 at 20:09

    Non prendetevela quando mai un sindacato ha cercato o chiesto meritocrazia.Tutti uguali i loro iscritti.Tutto a pioggia su tutto.Forse oggi impotenti ed inutili capiscono che il loro tempo e’ finito e continuano a difendere l’indifendibile.D’altra parte ormai possono solo difendere statali e pensionati e nella scuola mi pare siano un’infinità di statali.Fosse mai passato per la mente “qualche professore in meno ma molto qualificato e pagato molto meglio?”

  2. Barbara Bertani Rispondi

    11 maggio 2014 at 16:53

    Che lettura approfondita e “ragionata” sullo sciopero Invalsi e sulle critiche! Complimenti per i soliti disinformatori del giornalismo italiano. I cobas, come tutti i genitori e le maestre che protestano in questi giorni, sono per una scuola rispettosa dei tempi dell’apprendimento, che dà sì giudizi ai ragazzi ma non li classifica attraverso quiz a cronometro. Le maestre che fanno bene il loro lavoro non temono la valutazione, ma questo non è valutare, è dare un’etichetta fittizia a pochissimi apprendimenti misurati a crocette…per quanto riguarda l’abolizione del valore legale del titolo di studio, nulla di nuovo: c’era già nel programma della P2 e solo un tragattino ignorante può pensare di riproporlo.
    Che orrore di articolo!

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