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L’Italia da rottamare era tutta al Salone del libro

Interviste "sdraiate", gli intellettuali di destra ghettizzati e Gad Lerner... Torino ha ospitato la tradizionale carrellata di vizi del ceto intellettuale illiberale, che si ritiene depositario di verità e ambisce a "educare"

Salone del libro 2014Torino è una città che ha dato molto all’Italia, a cominciare dall’unità politica nazionale. Ma è stata anche lo specchio fedele del nostro Paese, con i suoi pregi e soprattutto i suoi tanti difetti. A cominciare dalla FIAT, un’industria che ha accompagnato la modernizzazione dell’Italia, contribuendo non poco a farla entrare nel novero delle grandi potenze industriali, ma facendolo appunto all’italiana: cioè sulla base di un grande compromesso politico fra industria privata e Stato, assumendosi compiti di integrazione territoriale e coesione nazionale che altrove non pertengono al mondo industriale.

Torino è stato poi anche il luogo ove si è forgiata l’ideologia nazionale, quella grammatica culturale molto ben definita che si è assunta il compito di delimitare il perimetro di ciò che è intellettualmente ammissibile, sulla base di una politicizzazione della cultura che ha finito per tradire quelli che sono i due principali caratteri connotativi di essa: l’autonomia e la totale apertura. In questo orizzonte, non è forse un caso che il Salone del libro sia nato e si svolga da quasi trent’anni a Torino. Dico questo perché chiunque ci è stato, come a me è capitato sia per lavoro sia per diletto, anche quest’anno, sa che non si tratta di una semplice espozione-mercato di libri, di una fiera come ce ne sono tante: del mobile, dell’auto o di quant’altro. Col tempo, essa si è trasformata in una vera e propria cerimonia o rito laico di celebrazione da una parte della “grande bellezza” di una Repubblica nata dalla Resistenza e della sua Costituzione “più bella del mondo”; dall’altra del Libro, della Cultura, della Lettura, come fonte perenne di arricchimento interiore e spirituale. Una doppia retorica che ha avuto ovviamente i propri cerimonieri, gli scrittori e intellettuali accreditati perché perfettamente rientranti nel perimetro suddetto (ove anche l’eresia doveva seguire percorsi predeterminati e ben definiti). E ha creato i propri santini da venerare pedissequamente, senza possibilità di critica (pena appunto l’esclusione dal”cerchio magico”). Ora, ognuno di questi elementi meriterebbe una decostruzione radicale, come si dice in linguaggio filosofico. Che è un po’ ciò che, da liberali, da queste colonne, cerchiamo di fare. Ciò che tuttavia si può osservare, da un punto di vista più concreto e empirico, è che, dopo gli eccessi “politicamente corretti” della scorsa edizione, che sembrava una vera e propria “festa dell’Unità”, quest’anno, pur nell’ottica di un sostanziale provincialismo (un’amica ha detto a ragione che il Salone è lo specchio di un’Italietta provinciale che parla e si compiace di se stessa), qualche timidissimo segnale di cambiamento si è intravisto. Anche se basato su molti equivoci e assolutamente impercettibile ai non addetti ai lavori.

Salone TorinoAd esempio, dopo gli eccessi dell’anno scorso, sono stati affidati a Luigi Mascheroni due appuntamenti, dedicati rispettivamente, alla politica e alla cultura della Destra. Ad essi hanno partecipato come relatori alcuni fra i migliori intellettuali che si sono opposti negli ultimi anni al “pensiero unico” della sinistra. Tuttavia, a mio avviso, essi sono serviti a poco, per alcuni “difetti di origine” che, da persona del tutto esterna, credo di avere intravisto. In prima istanza, è risultato evidente come, oltre alla comune appartenenza a un pensiero non conformista, gli intellettuali chiamati a rendere testimonianza da Mascheroni non avessero molti altri elementi in comune. Dal che se ne deve dedurre che la Destra, come soggetto identitario, semplicemente non esiste oggi in Italia da un punto di vista culturale. Il che in sé non sarebbe un male se non fosse che, negli anni passati, un collante identitario forte la Sinistra, anche culturale, lo ha trovato, pur essendo al proprio interno altrettanto e forse più divisa: l’antiberlusconismo becero e acritico. Ma, ecco i due equivoci che hanno reso debole il messaggio lanciato da questi due incontri torinesi. Il primo è che i non sinistri non possono farsi rinchiudere in un recinto, farsi riconoscere ma anche ghettizzare: mettere in un’isola a parte secondo una vecchia tattica che ha sempre funzionato a sinistra. Da oggi gli organizzatori diranno che hanno dato spazio alla Destra, ma così non è stato. Sarebbe stato più efficace che si fosse chiesto agli organizzatori non di farsi affidare in autogestione due incontri fra i tantissimi organizzati ma di mettere come relatori nei convegni centrali, accanto ai soliti noti, anche intellettuali non allineati.

Da qui, il secondo equivoco: quella che solo per comodità chiamiamo la Destra dovrebbe fare una battaglia non per una “cultura di Destra”, da opporre a quella egemone “di Sinistra”, ma per la cultura tout court. Che non è ovviamente quella ideologica, oltre che di poca sostanza, che il Salone per lo più ci fa passare come tale. In Italia c’è bisogno non di una nuova cultura egemone ma di un’apertura a 360 gradi, di un pluralismo effettivo, di una capacità di ragionare senza precategorie o schemi mentali sui fatti stessi. Perché è questo in primo luogo la cultura. Che è anche la capacità di trovare nuove vie e paradigmi, ove la parola “originalità” abbia un valore positivo, o semplicemente connotativo, e non negativo (come è accaduto, mi diceva un amico a Torino, in un giudizio di idoneità di un concorso indetto per ricoprire un ruolo accademico).

E qui veniamo a un altro aspetto: il paragone che prima ho fatto con le fiere di oggetti a torto ritenuti meno nobili di un libro quali possono essere un mobile o un automobile, non solo non deve suonare irriverente ma deve anche farci capire un punto fondamentale in merito alla geremiade che tanto si sente sugli italiani che leggono poco e sui libri che non si vendono. Se un prodotto non va, l’industriale ne immagina e realizza uno migliore. In soldoni, mi chiedo: non è che i libri non si vendano perché l’offerta è scadente, perché si pubblica tanta paccottiglia preconfezionata e di poca qualità? Non è sul miglioramento qualitativo del prodotto che dovrebbe lavorare l’industriale-editore? Questo presupporrebbe però che la nostra cultura sí laicizzasse integralmente, che non si affidassero ad essa, e quindi ai libri e agli editori, compiti educativi e di “miglioramento” personale e sociale che, se ci sono, sono solo derivati. Come ha detto al Salone Pierluigi Battista il libro può essere pericoloso non solo per il potere ma anche per ognuno di noi: i più grandi esponenti del totalitarismo novecento, da Hitler a Lenin, a Pol Pot, erano intellettuali che proprio sui libri si erano formati. Per il resto, Torino è stata anche quest’anno la solita solfa: lo specchio della povertà culturale del Paese, almeno stando alla narrazione ufficiale che da qui passa. E anche lo specchio dei vizi della nostra cosiddetta “cultura”.

Salone del libro di TorinoFaccio solo due esempi, relativi a due incontri che ho seguito e che avevano entrambi come tema i destini dell‘Europa e dell’euro. Nel primo D’Alema presentava il libro che ha pubblicato con un editore liberale (anche in questa scelta) quale Rubbettino. Lo intervistava Bianca Berlinguer. Mi chiedo: che senso ha? Non sarebbe stato opportuno che l’intervistatore fosse stato più distante dalle idee di D’Alema? A che servono interviste compiacenti e in ginocchio? Serve alla “cultura” questo? Nel mondo anglosassone sarebbe inconcepibile. Ancora più significativo è ciò che è successo alla presentazione di un volume de Il Mulino ove i due autori, che erano anche i protagonisti dell’appuntamento torinese, erano su posizioni opposte: Giuliano Amato, fautore del classico europeismo delle vecchie classi dirigenti italiane, e Ernesto Galli Della Loggia, fortemente critico invece del modo in cui l’Unione e l’euro sono stati costruiti. C’erano i presupposti per un dibattito vero, e invece….che fanno gli organizzatori? Chiamano un moderatore, Gad Lerner, che in sostanza non fa il moderatore (altro vizio italiano) ma si schiera, in modo più radicale dello stesso Amato, contro le tesi di Galli Della Loggia. Il quale, in verità, grazie alla sua capacità dialettica e alla forza dei suoi argomenti, ha saputo difendersi da entrambi.

Ecco, sono questi alcuni dei vizi, duri a morire, di un ceto intellettuale illiberale che non vuole ricercare insieme ad altri la verità relativa e umana dei fatti ma che si ritiene depositario di essa a priori, che si ritiene pertanto depositaria anche del bene e che ad esso vuole “educare“. Vizi che sono non dei dettagli, ma l’immagine perfettamente riflessa di un piccolo mondo sedicente “culturale” e di una piccola Italia che andrebbe finalmente rottamata.

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di on 13 maggio 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

5 commenti a L’Italia da rottamare era tutta al Salone del libro

  1. sergio Rispondi

    13 maggio 2014 at 08:58

    Cogito … Ego sum !

  2. ultima spiaggia Rispondi

    13 maggio 2014 at 09:45

    D’Alema scrive libri? Li scrive pure Amato? …azzo! E che raccontano? Che dicono?

  3. E.G. Rispondi

    13 maggio 2014 at 14:09

    Il conformismo, la compiacenza… tutto vero. Quello che vi sfugge è che non siete affatto diversi.

    Avete tracciato una linea molto discutibile tra liberali e illiberali, fuori tempo ormai di un secolo, e vi trincerate dietro quest’ultima: fustigatori del perbenismo, flagellatori dei luoghi comuni, demolitori del politicamente corretto. Ma siete più ideologici e più manieristi di quelli che criticate, e addirittura più arroganti e presuntuosi, se possibile. Non vi rendete conto che, a guardarvi da fuori, tutto quello che dite sembra fatto con lo stampino. Siete prevedibili, anche perché non tirate fuori un argomento sostantivo che sia uno, riducento tutto a un “mi si nota di più se faccio il bastian contrario o se non lo faccio”.

    Snobismo vuoto, assai più degli avversari grazie a quali vi date l’unica identità possibile, quella per negazione, che vi rassicura e vi fa sentire controcorrente. Vi crogiolate, siete autocompiaciuti fino alla nausea. Siete i conformisti dell’anticonformismo, come ragazzini del liceo. Scendete dal piedistallo.

    • ultima spiaggia Rispondi

      13 maggio 2014 at 16:54

      Scendere dal piedistallo? E chi lo dice? Lei che ci si è arrampicato senza titolo?

    • Cesare Rispondi

      13 maggio 2014 at 19:33

      Signor E.G. il suo modo di scrivere e il suo tono è proprio da maleducato, per non dire altro. Il classico komunista che si crede superiore a tutti, crede di essere un padreterno che pensa di poter dare lezioni a tutti. Signor (si fa per dire) sia un po più umile e scriva cose che si potrebbero anche condividerle mentre così si fa vedere solo un impertinente di prima grandezza. Noti che mi sto trattenendo dal dirle quello che proprio si meritava, ma dopo il moderatore mi cestinava il mio post.

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