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La vera lezione di Wojtyla è che la Chiesa non si delocalizza

«Nell’arte occidentale il sacro non c’è più. Manca nella storia, nella vita quotidiana, è una categoria scomparsa dall’utopia sociale».

giovanni paolo iiDi questa assenza è convinto Jean Clair, il più arguto e sulfureo dei critici d’arte in attività. L’accademico francese dice una verità sotto gli occhi di tutti. Basta solo guardarsi intorno per capire cosa esattamente intende dire. Ad esempio l’osservazione delle nuove chiese che si vanno costruendo ovunque è un utile esercizio. Nella stragrande maggioranza somigliano a capannoni, hangar, rimesse, magazzini. Materiali poveri. Colori poveri. Strutture povere. Cemento, metalli, vetri. Comunicano la provvisorietà. Resisteranno all’erosione tempo come il marmo? C’è da dubitare. Non parliamo poi dell’architettura. Talvolta non si capisce se è l’entrata di un luogo di culto o di un centro commerciale. Fanno orrore anche quei tentativi arditi di grandi architetti alla moda ai quali viene commissionato (chissà perché) il compito di edificare uno spazio sacro. Fanno orrore per una semplice ragione: se come dice Jean Clair l’arte sacra è uscita dalla dimensione dell’uomo (e dell’artista) contemporaneo, come può l’uomo (e l’artista) avere in mente un progetto di spazio sacro?

La sconfitta dell’arte sacra materializza la ritirata progressiva ed inarrestabile del cristianesimo in Europa. Francesco, l’ultimo dei successori di Pietro preso quasi alla fine del mondo, questo dovrebbe fare: riavvicinare il cuore degli europei, affannati da mille preoccupazioni, al messaggio cristiano. Giovanni Paolo II ci riuscì. In due direzioni. Prima ad Est. Sconfiggendo il comunismo scardinò la granitica cortina di divisione degli europei. La liberazione dalle «ideologie del male» doveva schiudere le porte ad un’Europa cristiana. Un portoghese di Lisbona, un greco di Atene e un russo di San Pietroburgo sono divisi da tutto. Una sola cosa lo unisce: le radici e la fede cristiane. Poi Giovanni Paolo II mobilitò i giovani. Migliaia, decine di migliaia, milioni di giovani. Contro di lui si scatenarono forze terribili. I sovietici armarono la mano del suo attentatore, ma l’impresa andò a vuoto. Poi le élite del Sessantotto salite al potere (soprattutto mediatico) cominciarono un lavoro martellante di denigrazione, rinfocolando una «cristofobia» che è proseguita (per certi versi accentuata) nei confronti di Benedetto XVI e che con l’arrivo di Francesco ha cambiato modalità, diventando strisciante, subdola, sotterranea. Tali ostilità si sono rinnovate nel corso della recente elevazione alla santità di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII. Il fervore religioso (tuttora intensissimo) che scatenò il Papa polacco rimane qualcosa di inconcepibile per i suoi oppositori. Come è stato possibile che un uomo così antico, venuto da un mondo davvero lontano, potesse conquistare tanti favori?

L’Europa moderna è stata ideata da politici di saldi convincimenti cattolici, e alla fine tradita da politici di blandi convincimenti cattolici. Illudersi che il futuro della Chiesa non sta più in Europa, ma in America Latina, in Asia e in Africa, è appunto una illusione. La Chiesa non è una fabbrica che si può delocalizzare per motivi di convenienza. Giovanni Paolo II lo aveva ben chiaro. Lo aveva chiaro anche Ratzinger. Lo dovrebbe avere chiaro anche Francesco. E se la decadenza europea non si arresterà, non si arresterà la caduta del cristianesimo ovunque.

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di on 12 maggio 2014. Filed under Vatican Pop. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a La vera lezione di Wojtyla è che la Chiesa non si delocalizza

  1. massimo trevia Rispondi

    13 maggio 2014 at 21:51

    10 e lode!spero,dott. siniscalchi, che lei in paradiso vada molto vicino a Dio:se lo merita!

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