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Se la Putin-mania contagia anche il referendum veneto

Anche i peggiori eventi storici hanno conseguenze non intenzionali positive. Ma anche le migliori intenzioni possono nascere sotto i peggiori auspici. È questa la strana, doppia e rischiosa relazione che si è creata fra due eventi apparentemente agli antipodi: l’annessione della Crimea alla Russia e il contemporaneo referendum digitale per l’indipendenza del Veneto, tuttora in corso.

Putin - VenetoPartiamo da casa nostra. Il Veneto ha una popolazione tendenzialmente secessionista che, finora, non ha mai trovato alcuna rappresentanza politica degna di nota. Lo dimostrano le elezioni del 2013, in cui sia la Lega Nord che i movimenti indipendentisti nati dalle sue varie scissioni, hanno conseguito i peggiori risultati degli ultimi 20 anni. Quasi tutto il voto di protesta è andato al Movimento 5 Stelle, che è nazionale e non ha nulla a che vedere con l’indipendenza veneta (a parte le ultime aperture, subito ritrattate, da parte di Beppe Grillo). Il comitato Plebiscito.eu ha, dunque, deciso di dare la parola direttamente ai cittadini veneti, per esprimersi pro o contro l’indipendenza, con un referendum online a cui si può votare nel sito www.plebiscito.eu. Mentre questo articolo viene scritto, sono già 700mila i voti raccolti ed è solo il secondo giorno. Si voterà fino al 21 marzo. È già un risultato notevole, considerando che il Veneto conta quasi 5 milioni di abitanti.

Sarà una coincidenza, ma il referendum veneto è iniziato il 16 marzo, lo stesso giorno in cui in Crimea si votava per l’annessione alla Russia. In questo senso si può dire che anche una tragedia ha ricadute involontariamente positive: il referendum russo avalla un’occupazione militare, è stato promosso da una potenza imperialista e si è svolto all’insegna della massima irregolarità, con i militari e i paramilitari unici controllori delle operazioni di voto. Tutto meno che democrazia. Ma, in ogni caso, è un referendum che ha rimesso in discussione dei confini. Se lo combiniamo con i referendum previsti in Catalogna e in Scozia per il 2014, si può toccare con mano quanto le frontiere d’Europa, in quest’anno, siano diventate particolarmente fluide. È, in tutti i casi, una demistificazione del dogma dello Stato nazionale che ha incoraggiato i veneti ad andare avanti con le loro iniziative indipendentiste. E in ogni caso è un evento positivo, che vada bene o che vada male: anche se dovesse andar male, il governo di Roma sarebbe comunque avvertito che esiste un forte problema di centralismo, il vero cancro dell’Italia, il problema di cui non vuol parlare più nessuno. Se dovesse andar bene, la secessione resta illegale (secondo la Costituzione italiana), ma si avvierebbe inevitabilmente una trattativa fra Venezia e Roma per rifare il contratto sociale che, fino ad ora, ha vincolato i veneti a uno Stato in cui devono pagare sempre e ricevere quasi mai.

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di on 18 marzo 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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