Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Qualcuno a Repubblica salvi Scalfari da se stesso

scalfariDa un po’ di tempo a questa parte la domanda che molti si pongono è: «ma qualcuno a Repubblica controlla i pezzi di Scalfari?». Negli ultimi mesi il Fondatore ha infilato una serie di errori e strafalcioni da fare invidia al Luca Giurato dei tempi migliori. La più clamorosa è l’intervista “creativa” a Papa Francesco, smentita dal Vaticano perché contente alcune parole attribuite al Papa e mai pronunciare dal Pontefice. Per stessa ammissione di Scalfari il colloquio con Papa Francesco, che è durato ore e che verteva su temi teologici molto delicati, è stato trascritto dal giornalista novantenne “a memoria”, senza l’ausilio di registratore né di appunti: «Cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie – ha dichiarato Scalfari – Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite il Papa non le condivida». Nelle settimane successive ha continuato ad avventurarsi nel campo della teologia scrivendo che l’attuale Papa «contraddice i dogmi» e che «di fatto ha abolito il peccato». Ovviamente l’ipotesi di un “papa eretico” è stata nettamente rigettata dal Vaticano, costringendo lo stesso Scalfari a giustificarsi con un’arrampicata sugli specchi degna di Reinhold Messner: «A detta di alcuni miei critici, io avrei sostenuto che il Papa ha di fatto abolito il peccato. Io non ho detto questo». No, non lo ha detto, lo ha semplicemente scritto. Come nello stesso articolo ha scritto che Papa Francesco ha «canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola», confondendo il fondatore della Compagnia di Gesù, canonizzato nel lontano 1622, con un altro gesuita, Pietro Favre, canonizzato lo scorso 17 dicembre. Ovviamente anche in questo caso il suo super-ego gli ha impedito di ammettere lo sbaglio e si è giustificato dicendo che con «canonizzazione» non voleva intendere «santificazione» (come i soliti criticoni avevano maliziosamente insinuato) ma che «Papa Francesco ha sottolineato l’importanza del fondatore della Compagnia di Gesù rendendo in tal modo ancor più marcato il connubio tra la sua venerazione di Sant’Ignazio e la scelta di Francesco d’Assisi che rappresentò una concezione completamente diversa della Chiesa». Una lunghissima supercazzola senza senso pur di non dire: “Ho sbagliato, mi sono confuso”. Il 7 marzo invece è riuscito a scrivere per almeno un paio di volte nello stesso articolo che la maggioranza che sostiene il governo Renzi comprende anche Forza Italia e Silvio Berlusconi.

Ma il meglio di sé probabilmente il nostro lo ha dato nel suo ultimo sermone domenicale, quello del 16 marzo, dal titolo “Berlinguer, perché ti abbiamo voluto bene”, dedicato al trentennale della morte dello storico segretario del Pci. A differenza di quanto accaduto nella realtà e ricordato da chiunque conosca minimamente la vita di Berlinguer, Scalfari per ben due volte fa morire il segretario del Pci non a Padova – dove ha tenuto il suo ultimo celebre comizio prima di essere stroncato da un ictus – ma a Verona. Ma non finisce qui. Nel lungo articolo in cui, come spesso gli capita, parla più di sé stesso che di Berlinguer, Scalfari racconta anche di una telefonata ricevuta da «Ugo La Malfa il giorno in cui Enrico ruppe decisamente con Mosca rivendicando la sua autonomia rispetto all’Urss, al Pcus e al Cominform». Che i comunisti italiani abbiano fatto delle svolte molto tardive – costretti dagli eventi più che indotti da una seria riflessione autocritica – è risaputo, ma l’uscita dal Cominform negli anni’80 è quantomeno improbabile visto che l’“Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti” creato da Stalin nel 1947 venne sciolto da Krushev nel 1956, circa 25 anni prima della presunta rottura berlingueriana.

Ma a parte la confusione spazio-temporale, la memoria di Scalfari vacilla anche quando descrive le convinzioni politiche del leader sassarese: «Sullo stalinismo Berlinguer fu sempre contrario – afferma con convinzione Scalfari – e del resto la sua ascesa alla segreteria del partito era avvenuta molti anni dopo la morte di Stalin». Qui Scalfari fa davvero tanta confusione. Se la seconda parte dell’affermazione è solo un’indicazione temporale, allora è lapalissianamente vera, visto che Berlinguer divenne segretario del Pci circa 20 anni dopo la morte di Stalin. Se invece vuol significare che Berlinguer non è diventato segretario del Pci prima perché «fu sempre contrario allo stalinismo», allora l’affermazione è palesemente falsa. Berlinguer divenne segretario del Pci non in virtù del suo antistalinismo, ma proprio perché, come tutta la dirigenza del Pci, era stato convintamente stalinista e non si era mai opposto alla linea togliattiana. Diversamente da quanto scritto da Scalfari, “l’ascesa” di Berlinguer nel Pci parte proprio negli anni del furore stalinista. Il giovane Enrico viene infatti cooptato da Togliatti e nominato nel 1949 segretario della Federazione giovanile comunista italiana, carica mantenuta sino al 1956 (l’anno dell’invasione sovietica in Ungheria approvata anche da Berlinguer). Il fervore stalinista di Berlinguer è evidente proprio nei giorni della scomparsa del tiranno georgiano. Agli inizi di marzo del ’53 era in corso il XIII congresso della Fgci a Ferrara e la notizia della malattia e della morte dell’“Alfiere del socialismo e della pace” – così lo definiva l’Unità – fece cadere nella disperazione il simposio di giovani comunisti. Berlinguer in segno di lutto sospese il congresso, incontrò Togliatti diretto ai funerali dei “Capo del proletariato mondiale” e gli consegnò un messaggio di cordoglio diretto ai compagni sovietici: «A nome della gioventù italiana assumiamo solenne impegno di dare tutte le nostre energie per tenere sempre alta la bandiera di Stalin». Parole poi ribadite in chiusura del congresso di Ferrara: «Nel nome del capo amato dei lavoratori di tutto il mondo – disse “l’antistalinista” Berlinguer – i giovani italiani si sono assunti l’impegno di andare avanti sempre più decisamente sulla strada dell’indipendenza, del lavoro e della pace. Nel nome di Stalin e nel nome del nostro grande compagno Togliatti, noi adempiremo a questi impegni». Caro Berlinguer, gli italiani ti vogliono bene perché hanno la stessa memoria di Eugenio Scalfari.

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 17 marzo 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Qualcuno a Repubblica salvi Scalfari da se stesso

  1. daniele Rispondi

    30 marzo 2014 at 15:27

    Non solo non controllano,
    ma difendono anche certi errori ridicoli causati da un narcisismo che non ha confini.

    Stamane cercavo di commentare l’ultimo articolo di Scalfari sl sito di Repubblica.
    Facevo notare che era stato scritto “Do you can”, il che è un errore che suggerisce una conoscenza vicina allo zero della lingua inglese.
    Non sarebbe grave se non si sentisse il diritto di usarla la lingua che non si conosce.

    Stranamente non sono più riuscito a scrivere commenti all’articolo in questione. Il sistema bloccava le repliche…

    Saluti

  2. Andrea De Benedetti Rispondi

    8 aprile 2014 at 18:52

    Egregio Signor Luciano Capone, mi permetto di saccheggiare il suo bellissimo articolo pieno di notizie veramente interessanti.
    Io vivo negli Stati Uniti ma mi diletto a scrivere sul Blog del signor Gramellini sulla Stampa. Detto Blog e` un covo di nipotini inconsolabili di Berlinguer e Togliatti ecc.ecc.
    Naturalmente io sono in netta minoranza ma la cosa non mi disturba specie quando posso usare argomenti come quelli da Lei denunciati in questo suo articolo. Colgo l`occasione per inviare cordiali saluti nella speranza di leggere presto un altro suo articolo.
    Andrea De Benedetti
    Brighton Michigan USA

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *