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L’ipocrisia (radical) chic di chi chiede più cultura, ma poi…

Sedie vuoteC’è un grande paradosso nei discorsi da salotto (o da bar o da facebook) sugli eventi culturali. A parole sono tutti, o quasi tutti, amanti dei simposi e delle presentazioni di libri, è un continuo tessere le lodi di librerie e biblioteche che organizzano incontri con l’autore, cene con lo scrittore, aperitivi letterari, dopocena filosofici. E mentre ci si complimenta con i librai e i bibliotecari che provano a “diffondere la cultura sul territorio”, è tutto un dolersi sulla “carenza di spazi culturali sulle tv generaliste”, gemendo per la “mediocrità dell’offerta televisiva” e scandalizzandosi per la “mancanza di coraggio di chi firma i palinsensti”.

La realtà è un tantino diversa. Chi organizza eventi nelle librerie sa bene che è difficilissimo avere pubblico. Puoi chiamare uno scrittore che pubblica per Feltrinelli, o per Mondadori, ma fai comunque fatica ad andare oltre le trenta/quaranta persone. Quando va bene. Quando va male, le persone sono meno di dieci. Nel frattempo, nella stessa serata, i cinema sono semivuoti, mentre i bar traboccano di ubriachi.

Forse perché gli italiani sono un po’ intimiditi dall’incontro faccia a faccia con lo scrittore, e preferirebbero vederlo in televisione seduti comodamente in poltrona? Non direi. Quando la Rai e il gruppo Rizzoli hanno deciso di lanciare Masterpiece, il primo talent show letterario al mondo, in onda la domenica sera su Raitre, con ampio battage pubblicitario iniziato quasi un anno prima, e con la promessa per il vincitore del talent di avere il proprio romanzo pubblicato da Bompiani in 100.000 copie (nel mercato editoriale di oggi una cifra enorme), certo si aspettavano ben altri numeri rispetto al 5% di share iniziale, crollato poi nelle ultime puntate intorno al 2%. Il programma ospita nomi importanti (da Pennacchi a Walter Siti, Andrea Vitali, Avallone, Agnello Hornby, …), i giudici sono di livello (De Cataldo, De Carlo, Selasi), si parla di libri, di scrittura, di letteratura.

Molto semplicemente: a parte una nicchia di veri appassionati, al pubblico tutto questo non interessa. Non interessano gli incontri con gli scrittori nelle librerie e nelle biblioteche, e non interessa guardare programmi televisivi in cui si parla di letteratura. Il che – per carità – va benissimo, non ho nulla da dire, ognuno fa quello che crede, e guarda quello che gli interessa. Ok, ma allora perché dici che ti interessa, se poi in realtà non ti interessa? Non ti piace leggere libri e non leggi mai? Basta dirlo, mi dispiace per te perché non sai cosa ti perdi, e per certi versi la cosa è anche preoccupante perché non avrai gli strumenti critici per leggere la realtà psicologica, sociale e politica, ma tutto sommato ho visto di peggio nella vita. Ti piace leggere, ma per esempio leggi solo saggi e non ti interessano i romanzi? Ci può stare, niente da dire. Ti piace leggere, leggi di tutto, sei un grande appassionato di libri, ma non ti interessano gli incontri (reali o virtuali) con gli scrittori? Diciamocelo, e amici come prima. A me per esempio non piace sciare e non mi piace guardare le gare di sci. Ma non vado in giro a dire “ah, straordinario questo antichissimo sport, bisognerebbe parlarne di più…”. Se una cosa mi piace dico che mi piace, se non mi piace dico che non mi piace.

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di on 7 marzo 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a L’ipocrisia (radical) chic di chi chiede più cultura, ma poi…

  1. mirko Rispondi

    7 marzo 2014 at 13:20

    Oggi viviamo in regime di telecrazia e lei ha ragione Torriani gentile, la pantofola è più forte del muovere ,avere incontri, parlarsi, vivere per un attimo intelligenze diverse. Forse cominciamo a credere che di arricchimento intellettuale non si ha bisogno ,facciano gli altri, pensino gli altri…godano gli….no la lussuria teniamola per noi.

  2. Filippo83 Rispondi

    7 marzo 2014 at 16:30

    Ha ragione…ma anche no. Mi spiego con una domanda: dov’e’ lo Stephen King italiano? Ma si potrebbe ripetere tale domanda per un qualunque scrittore anglosassone – diciamo che vanno per la maggiore, su temi “popolari” quali thriller, horror, fantapolitica, avventura, fantasy, romanzo storico, anche se in realta’ non parlo solo di scrittori in lingua inglese.
    Forse non sono scrittori da premio nobel, forse non verranno studiati a scuola o nelle universita’, nemmeno tutti i loro romanzi diventano film di successo (e non sempre da premio oscar): ma il lettore viene attirato, preso e rapito nelle loro trame; e non sono nemmeno libri brevi, ne’ adatti ad un pubblico troppo ignorante (che magari legge qualche pennivendolo italiano da talk show).

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