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La Grande Bellezza dell’arte e la brutta ideologia dei Virzì

La grande bellezzaLa grande bellezza è un film che ha diviso critica e pubblico. Il clamore da Oscar ha scatenato la variopinta cagnara dei pareri opposti, tra facili incensamenti e perfide stroncature, polemiche pretestuose, giudizi grossolani, chiacchiere, banalità, dissertazioni erudite, strepitosi innalzamenti alle stelle a decretare la rinascita del cinema italiano e dell’orgoglio nazionale (quale, scusate? Quella retorica sull’eccellenza e il talento made in Italy che rispolveriamo solo per coprire le colpe di un paese?). Non credo sia necessaria una netta presa di posizione. Anzi, a mio avviso l’ambivalenza è insita nella struttura stessa del film, un film dal ritmo accidentato, sconnesso, articolato in sequenze non integrate in una narrazione fluida, e proprio per questo tutto picchi e cedimenti, trovate geniali e scivoloni. D’altronde se pretendi di imitare Fellini senza essere Fellini, e ricreare quella divertita svagatezza onirica senza avere la tecnica eccellente e il montaggio raffinato di un Amarcord, rischi di non tenere insieme tutti i pezzi, e di condannarti all’intermittenza.

Ma sotto la relatività del giudizio, a mio avviso, un punto rimane. La grande bellezza è l’unica opera d’arte sulla crisi italiana. Fino ad ora c’é stata la prosaicità della cronaca, i tecnicismi dell’economia, le sputacchianti strumentalizzazioni del populismo. Mancava, appunto, la sublimazione dell’arte, la capacità di elevare il dato a riflessione sull’uomo e sulla vita. Quanto, invece, riesce a fare Sorrentino. Descrivere il degradamento culturale di un popolo (quello che, al di sotto dei bund tedeschi e degli indici di borsa, ci sta corrodendo da dentro) senza scadere nella critica di costume, moralistica e prevedibile, senza mettere in vetrina la tua bella fanfara cafona e sguaiata, piena di giovani ambiziose, vecchie incipriate e nobili decaduti, satireggiando sulle oziosità radical della borghesia e sulle pacchiane passioni del popolino. Il regista non cade, insomma, nel luogo comune, nella macchietta, così come aveva fatto a suo tempo Paolo Virzì, le cui altissime pretese si erano sciolte nella caricatura piatta di un mondo ( e nello specifico di un territorio, il Nord) corrotto e senza valori. No, il tema del film è un altro: è la dialettica tra rumore e nulla, tra stordimento e assenza di senso. Il protagonista, Toni Servillo alias Jep Gambardella, scrittore da un sola opera giovanile, vive dissociato tra il sociale e il vuoto, sospeso su una doppia solitudine che è insieme collettiva e individuale, ed è in questo, nella capacità di trasformare la crisi in una categoria dell’esistenza umana, che sta tutta la liricità di Sorrentino. Jep si muove in questa Roma bellissima ed estenuata, in questo tiepido languore da fine Impero, e vi intraprende un viaggio che, parafrasando la citazione iniziale da Cèline, è un viaggio a vuoto, ossessivamente circolare, «interamente immaginario», come un trenino grottesco delle mille feste del film che, dice un sarcastico Jep, «mi piacciono perché non vanno da nessuna parte». Non c’è movimento: c’è la frenesia illogica e frustrata dell’agitazione. È così in pubblico, dove Sorrentino tira su un circo di cene galanti e danze debosciate, dimostrazioni di arte contemporanea, aperitivi, sesso occasionale e annoiato, conversazioni snob, in un accumulo convulso e disperato che pretende di coprire il vuoto. Quel vuoto che Jep sente ogni volta che rimane da solo, spenta la musica, andati via tutti, passeggiando per le strade deserte di una Roma che rinasce.

Il moto riprende all’interno della sua coscienza, ma anche qui è un moto caotico e sconclusionato. Si alternano malinconie e meditazioni, luminosi ricordi di un candido amore giovanile, desideri di evasione (il mare, quel mare ipnotico che vede tutte le mattine, sul soffitto, prima di addormentarsi) e su tutto domina il senso del tempo che passa, e il terrificante spettro della morte. Il dinamismo sembrerebbe a un tratto riattivarsi, Jep vuole ricominciare a scrivere, ma la sua rimane un’aspirazione, rimette i panni patetici dell’esteta in smoking bianco, e torna a bere, senza sete, la sua sbornia di mondanità. Un doppio itinerario a vuoto, uno esterno, nello «squallore disgraziato» di una società frivola e pacchiana, l’altro interiore, nella «miserabile solitudine» dell’uomo. Tutto, senza sconti, è trascinato nella spietatezza di un allucinato pessimismo. Ma, a ben guardare, una luce rimane, sedimentata «sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura…gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza». La vita, insomma, isterico dibattersi che va a spegnersi al termine della notte. Ma di cui Sorrentino, con l’occhio disincantato del vero artista, sa cogliere i misteriosi attimi di grande, dolcissima bellezza.

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di on 5 marzo 2014. Filed under Spettacoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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