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L’interminabile saga delle privatizzazioni all’italiana

privatizzazioniFatta la legge trovato l’emendamento. Ormai è un metodo, quello di annunciare e poi annullare qualunque intenzione, soprattutto i tagli alla spesa pubblica. Giancarlo Pagliarini lo aveva scritto a proposito degli affitti d’oro in Parlamento, “manovrina” annunciata, approvata e poi annullata in Senato. Adesso, vittima dello stesso sistema, è la riforma delle privatizzazioni dei beni demaniali statali. Non è stata del tutto cancellata, ma quasi. Perché l’emendamento che è passato in Senato la scorsa settimana, pone tanti e tali vincoli da rendere la privatizzazione quasi impossibile.

Il decreto Letta sulle privatizzazioni annunciato appena qualche giorno fa consentiva di vendere, in blocco, gli immobili. L’emendamento, al contrario, impone che ogni singolo caso sia valutato a sé stante, che tutti gli enti locali e persino i gruppi di pressione (gruppi di ecologisti e comitati di quartiere) possano porre il veto sulla privatizzazione. Purché segnalino che quell’immobile è «di rilevante interesse culturale o paesaggistico».

Di veramente rilevante, fra gli immobili che si vogliono vendere, non c’è praticamente niente. Come Matteo Borghi scriveva sulle colonne di questo giornale ci sono solo vecchie ville già trasformate in alberghi (dunque già con uno scopo commerciale), un ex Palazzo degli Esami, usato temporaneamente anche dai servizi segreti ed ora in disuso, con lavori di restauro mai finiti. Poi ci sono anche caserme, depositi, scuole, tutte cose mai più usate, che potrebbero essere rivalutate nelle mani di intraprendenti privati. Quindi cosa temere? L’opinione pubblica, se fosse dotata di almeno un minimo di ragionevolezza, dovrebbe accogliere a braccia aperte la loro privatizzazione, idem dicasi per le giunte comunali, provinciali e regionali, che si libererebbero di pesi morti e farebbero cassa. Il problema, però, è proprio la razionalità. Che manca.

Citando un amico che bascula dall’estrema sinistra all’estrema destra e ritorno, senza soluzione di continuità (non cito il suo nome, né qualunque altro indizio, per motivi di pudore), il demanio di Stato «non deve essere privatizzato, altrimenti finirebbe nelle mani di qualche mafioso russo, o degli arabi che lo userebbero per scopi loschi. I cittadini ci perderebbero e basta». La rivalutazione commerciale «non è un discorso valido. La politica non si fa con i soldi. La vera rivalutazione è nell’uso gratuito degli spazi pubblici da parte dei cittadini. Piuttosto che privatizzarli, doniamoli ai centri sociali: quella è l’unica vera e sostenibile valorizzazione dei beni demaniali».

Contro privatizzazioniQuesta è ormai la “filosofia” dominante nei comitati cittadini, nei gruppi organizzati, nei promotori dei referendum, negli organizzatori di scioperi e proteste locali. Tornano i sogni del ’17 e del ’68: quel che è mio è mio e quel che è tuo deve essere di tutti. E così la “cittadinanza consapevole” festeggia la vittoria del referendum che tiene l’acqua pubblica e ne impedisce la gestione privata. Fanno salti di gioia nel credere che l’acqua sia dei cittadini, senza vedere che è in realtà nelle mani di giunte e burocrazie locali, che non hanno più soldi per turare falle dalle quali un terzo dell’acqua “pubblica” viene dispersa. E quei soldi li verranno a chiedere a noi. È la stessa “cittadinanza consapevole” che ha solidarizzato con lo sciopero selvaggio di Genova, contro la presunta privatizzazione dei mezzi pubblici.

La locale società dei trasporti, l’Amt, in grave perdita di bilancio, cercava dal 2006 un partner industriale per rilanciare i propri servizi a costi contenibili. È bastato solo che sul sito della società comparisse la parola “privato” per far scattare il pogrom sindacale contro i dirigenti. E i “consapevoli”, Beppe Grillo in testa, hanno solidarizzato con loro. Adesso vedremo quante e quali eroiche battaglie combatteranno questi nuovi cittadini, per impedire la vendita di capannoni, vecchi palazzi, costruzioni desolate e tetre caserme. Loro vorrebbero che fossero “di tutti”, senza tirare fuori un soldo. Le faranno pagare a noi contribuenti, finché non cascherà l’ultima lamiera arrugginita di rilevante interesse culturale o paesaggistico.

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di on 15 gennaio 2014. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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