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La Genova rovinata dalla cultura anti-privatizzazioni

Genova è una città nel caos. Anche oggi nonostante la precettazione prosegue lo sciopero selvaggio dei dipendenti dell’Amt, l’azienda dei trasporti, contro l’ipotesi di privatizzazione. Ieri nessun autobus ha circolato e gran Sciopero Amtparte dei 2.300 dipendenti ha invaso il Consiglio comunale interrompendo la seduta con slogan, striscioni, insulti e minacce verso il sindaco Marco Doria, che se l’è cavata solo grazie all’intervento dei vigili. Un atteggiamento squadrista che ha paralizzato la città con blocchi stradali e dei caselli autostradali, chilometri di coda e traffico in tilt, operazione che però ha raggiunto il suo obiettivo. Il sindaco Doria inizialmente ha definito «inaccettabile» lo sciopero selvaggio e poi ha giudicato «gravissimo» quanto è accaduto: «Non sono preoccupato per quanto successo a me per la democrazia in questa città». Il giorno dopo Doria ha capitolato di fronte allo squadrismo rosso dichiarando l’intenzione di «portare Amt interamente pubblica» all’appuntamento della gara regionale per il servizio di trasporto integrato del 2014.

Naturalmente la resa del sindaco non risolve nessuno dei problemi di un’azienda ormai fallita, che per il solo 2013 ha debiti per 10 milioni di euro su un capitale sociale di 8 milioni, nel complesso dall’83 ad oggi ha perso circa 600 milioni di euro: tecnicamente è già un’azienda fallita che il Comune tiene in piedi con più di 65 milioni l’anno. Perché la questione attorno alla privatizzazione non è ideologica, ma economica, non si tratta di una scelta strategica, ma di una decisione inevitabile. Da troppo tempo gli amministratori locali, per ovvi motivi politico-clientelari, hanno evitato di privatizzare le aziende partecipate o di gestirle in maniera efficiente o economicamente sostenibile e ora l’amministrazione non si trova a percorrere la via della privatizzazione perché folgorata sulla via del “neoliberismo selvaggio” ma perché i soldi da sprecare sono finiti: la pressione fiscale è insostenibile, non c’è possibilità si salvataggi da parte dello Stato e il comune non ha soldi per ricapitalizzare. Per quanto l’ideologia possa avere la testa dura, alla fine i fatti tendono ad aver ragione.

Ciò che più sconcerta però è la reazione dei genovesi allo sciopero selvaggio. Da un video del Secolo XIX si vedono gli automobilisti bloccati nel traffico solidarizzare con i manifestanti con argomenti del tipo «se scioperano avranno delle ragioni che noi in questo momento non capiamo, ma siamo dalla loro parte», oppure «sono solidale coni lavoratori, mi dispiace solo che dovevo andare in ospedale a fare una medicazione e non posso». Se i cittadini, che sono penalizzati dalla gestione politico-clientelare delle aziende pubbliche per tre volte, attraverso tariffe alte, pressione fiscale elevata e scioperi selvaggi (senza tener conto dell’efficienza del servizio), difendono questo stato di cose, vuol dire che il problema del libero mercato, della concorrenza e delle privatizzazioni in Italia è prima una questione culturale che una difficoltà nel riuscire a smantellare strutture di potere e diritti acquisiti. Ciò vuol dire che non basta aspettare che l’inefficienza distrugga da sola i carrozzoni pubblici, attendere che i fatti si prendano la briga di dimostrare l’insostenibilità delle gestioni improduttive e che quindi le privatizzazioni e l’apertura alla concorrenza diventino “inevitabili”. Perché, anche a costo di grandi perdite economiche, una larga parte dei cittadini può continuare preferire la gestione e la proprietà pubblica.

Ci sono diverse ragioni per cui è in generale preferibile e in molti casi necessario privatizzare: per portare maggiore concorrenza, per rendere la gestione delle aziende trasparente e per ridurre tasse e debito pubblico. Ma evidentemente non basta. Chi è favore di libertà, concorrenza e trasparenza non può parlare solo alla ragione e al portafogli perché, parafrasando Pascal, “Il cuore ha le sue ragioni, che il portafogli non conosce”.

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di on 21 novembre 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a La Genova rovinata dalla cultura anti-privatizzazioni

  1. Filippo83 Rispondi

    21 novembre 2013 at 10:00

    Avendo abitato a Padova, Bologna e Genova, posso confermare le differenze – profonde – di mentalita’. A Padova e’ sicuramente piu’ facile parlare di bilanci in ordine, tasse da ridurre, privati e libera impresa; a Bologna nettamente di meno, ma forse e’ ancora piu’ di sinistra Genova (pur non avendo una storia “total-PCI” come sindaci della prima repubblica). A Bologna, sicuramente, si puo’ quantomeno parlare di efficienza del servizio: a Genova, posso assicurarlo, anche quella passa in secondo piano rispetto alla “proprieta’ pubblica”, vero ed intoccabile totem. Non e’ un caso nemmeno se, a Padova, sono piu’ rare le adesioni agli scioperi, dagli autoferrotranvieri agli studenti: venerdi’ scorso, manifestazioni e scontri a Bologna e Genova, ed il nulla a Padova.

  2. francesco Rispondi

    21 novembre 2013 at 22:48

    Non tutti i genovesi sono delle beline comuniste masochiste
    Personalmente sono stato contento delle dichiarazioni del prefetto che parlava di sanzionare gli autisti uno per uno
    (chi infrange la legge credendosi impunibile deve essere punito due volte) e lo aspetto alla prova dei fatti sicuro che lecca lecca o chi per esso (alfetta) lo lisceranno
    sic transit …

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