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Lo statalismo è il nemico. A Roma, ma anche a Bruxelles

ueNon è ancora chiaro se presto ci chiederanno di votare per il rinnovo del Parlamento italiano, ma sicuramente a maggio avremo le elezioni europee. Non è ancora sicuro se lo sfascio del sistema economico e politico, causato dagli statalisti di destra e sinistra, ci condurrà sotto la “dittatura commissaria” – in senso tecnico – della Troika, ma pare comunque abbastanza chiaro che da tempo siamo in larga misura un sistema politico dimezzato. Se abbiamo rinunciato a gestire la nostra protezione quando siamo entrati nel sistema difensivo della Nato, abbiamo poi progressivamente perduto il controllo su finanze e sistema regolamentare quando abbiamo progressivamente accettato ogni intromissione di Bruxelles. Ora, però, sembra che lo scenario stia mutando abbastanza velocemente. Fino a qualche anno fa, l’Unione europea sembrava un treno lanciato verso il futuro: una locomotiva che andava a grande velocità e probabilmente verso il precipizio, ma che nessuno pareva in condizione di fermare. Oggi le cose stanno cambiando, perché lo statalismo degli eurocrati sta creando un enorme scontento. Nel Regno Unito, non a caso, il premier David Cameron si è già formalmente impegnato a portare alle urne gli elettori britannici, nel 2015, in caso di una sua nuova vittoria elettorale. Riuniti a Manchester in queste ore per una loro importante assise, i conservatori britannici stanno perfino ragionando sull’ipotesi di un accordo con l’Ukip di Nigel Farrage, feroce nemico dell’integrazione politica europea.

E da noi? Qualcosa inizia a muoversi e sono primi passi interessanti. Esattamente ieri è stata varata un’iniziativa culturale, denominata Libera Europa (liberaeuropa.it), che intende interpretare in senso liberale quel vasto rifiuto delle politiche europee che ormai attraversa l’intero spettro politico. Sorta per iniziativa di un piccolo gruppo di intellettuali e militanti di area antistatalista, questa nuova realtà intende far comprendere come il processo di accentramento del potere sia la negazione della storia europea. Come recita il loro manifesto, «il modello europeo è stato un modello policentrico di convivenza e competizione di sistemi normativi diversi. Per secoli l’Europa è stata un continente “globalizzato” di piccoli paesi e di città stato; e per secoli artisti, inventori, banchieri e mercanti hanno sperimentato il potenziale di un’area economicamente e culturalmente integrata in una cornice istituzionale decentralizzata». Credo che in queste parole vi sia racchiusa una lezione importante. Tra Ottocento e Novecento l’Europa è stata dominata da logiche giacobine, nazionaliste, socialiste e variamente fascistoidi che hanno trascinato i nostri nonni in conflitti tremendi, condannandoli a morire in trincea o nei Lager. Nel dopoguerra si è pensato di uscire una volta per tutte da quella vicenda costruendo un’Europa politica e militare che – nei fatti – non è mai nata, ma è servita a consegnare il continente a un piccolo gruppo di tecnocrati che pretende di normare tutti con le sue direttive, che ha distrutto agricoltura e siderurgia con scelte stataliste, che si propone di dar vita a un Super-Stato in cui ognuno di noi sarà un suddito senza volto.tasse

Non esiste allora un’alternativa tra Roma e Bruxelles, tra Letta e Barroso, perché bisogna battersi al tempo stesso contro gli uni e gli altro, sforzandosi di sconfiggere lo statalismo nazionale e quello continentale. Solo la rinascita di entità politiche più piccole di quelle attuali (costrette a competere, obbligate ad abbassare tasse e regolazione, stimolate a fornire servire a basso costo e di alta qualità) può davvero restituirci le libertà perdute. In poche parole, la vera alternativa allo statalismo di Bruxelles è la riproposizione delle libertà elvetiche e dell’autogoverno dei cantoni. La Svizzera non ha l’euro, non fa neppure parte dell’Unione europea ed è fuori anche dalla Nato. Eppure non se la passa certo male. Nel secondo trimestre del 2013 nella vicina Confederazione il numero degli occupati è aumentato dell’1,3% mentre nell’Unione europea è calato dello 0,4%. E nei giorni scorsi il colosso della distribuzione tedesco, Lidl, ha perfino annunciato un salario minimo di 4.000 franchi mensili (grosso modo 3.300 euro) per i propri dipendenti svizzeri. Come mai tutto questo? Perché un cantone di 300 mila abitanti si gestisce meglio di uno Stato di 60 milioni: con meno parassitismi e meno sprechi. Perché in un Paese diviso in ventisei cantoni i politici sono quasi costretti a lavorare bene, dato che imprese e capitali possono facilmente spostarsi da Lucerna a Zurigo, da Ginevra a Losanna, se lì trovano condizioni migliori. Perché le libertà locali da sempre aiutano la crescita e la civiltà, esattamente come accadeva da noi quando Siena non era Firenze, Venezia non era Genova, Milano non era Ferrara. Localizzare il potere significa indebolirlo: e questo favorisce il benessere della popolazione. Proprio nei giorni scorsi a Berna il Consiglio degli Stati – il loro Senato – ha bocciato per 31 a 14 l’iniziativa dell’Unione sindacale svizzera che chiedeva di promuovere convenzioni collettive di lavoro oppure, quanto meno, introdurre uno stipendio minimo di 22 franchi l’ora. I rappresentanti svizzeri hanno difeso il diritto delle parti a negoziare liberamente, persuasi che questa interferenza avrebbe solo danneggiato la società nel suo insieme.

Quanti amano il libero mercato e vogliono difendere la proprietà quale condizione di autonomia personale, esattamente come quanti sono gelosi delle libertà locali e rigettano l’autoritarismo invadente degli Stati nazionali, devono opporsi allo statalismo di Roma come a quello di Bruxelles, convinti che la libertà di decidere la propria esistenza può solo trarre beneficio dal superamento degli Stati nazionali e di quella loro mostruosa proiezione continentale che è l’Unione. La battaglia per la libertà dei singoli e quella per l’indipendenza delle comunità locali sono dunque convergenti. Ed entrambe meritano di essere combattute.

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di on 1 ottobre 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Lo statalismo è il nemico. A Roma, ma anche a Bruxelles

  1. Liutprando Rispondi

    2 ottobre 2013 at 19:21

    Concordo su tutto.

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