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Follia statalista: per salvare un’azienda son pronti a sfasciarne due

L'intervento di Poste italiane in soccorso di Alitalia è un nuovo capitolo della saga horror nota come "capitalismo di Stato". Ancora una volta l'apparato scende in campo per ripianare debiti altrui. I soldi arrivano dalle nostre tasche, il rischio è far collassare anche l'azienda sana

impresaSe davvero, come pare sempre più, fosse confermato l’intervento di Poste Italiane per salvare Alitalia, sarebbe il terzo capitolo della saga horror, non bestseller (perché qua nessuno vuole vendere) intitolata «Il fallimento del capitalismo di Stato».

Il primo capitolo è stata la pessima gestione che ha portato alla prima crisi, quella del 2008, dopo anni passati a trascurare gli investimenti tecnologici, le strategie di marketing e a sottovalutare la concorrenza con altre compagnie europee, anche low cost. Quel primo contraccolpo determinò l’intervento dei cosiddetti «capitani coraggiosi» (e siamo già al secondo capitolo), imprenditori e amministratori delegati di alcune banche e aziende italiane, da Corrado Passera a Emma Marcegaglia, chiamati last minute – è il caso di dire – con il compito gravoso di salvare l’italianità della nostra compagnia, in nome di un patriottismo troppo a lungo dimenticato. Fatta l’Italia, bisognava salvare Alitalia, si disse. Peccato che quel manipolo di uomini e donne pur volenterosi, sistemati lì dallo Stato stesso, fossero i rappresentanti di un finto intervento privato e fossero per di più incapaci – per ragioni oggettive – di risanare ciò che era irrisanabile. L’Alitalia vantava un buco miliardario e le altre compagnie intanto si erano fatte furbe, abbassando i costi e monopolizzando alcune tratte. Non bastò, per Alitalia, neppure la concessione di un’esclusiva sulla linea Roma-Milano, perché nel frattempo un altro mezzo – il treno Frecciarossa prima e Italo poi – la stava soppiantando in termini di costi e di tempo impiegato. La frittata era fatta.

Il terzo capitolo si apriva così all’insegna dei peggiori auspici. A settembre 2013 c’era stata di nuovo l’opportunità di vendere allo straniero, a quella benedetta compagnia Air France-KLM, più volte rifiutata, che tuttavia avrebbe provato a ripianare il debito, evitando agli italiani di scucire altri soldoni, dopo i 5 miliardi già dati con il nobile scopo di salvare compagnia e tricolore. I francesi erano disposti ad aumentare il capitale, a impresaprendersi il 50 più 1 del carrozzone Alitalia. Si poteva fare e forse conveniva pure. Ma niente, vietato. Ancora una volta è sceso in campo lo Stato – è questo il primo colpo di scena del terzo capitolo, che poi tanto colpo di scena non è – e ha detto: «Cari miei, qui stiamo di nuovo regalando la compagnia allo straniero. Dobbiamo intervenire, e subito. Meglio metterci i soldi nostri, cioè i vostri, di tutti gli italiani, che vendere». Detto fatto. E dal cilindro, con somma maestria – questo sì che è un vero colpo di teatro – è stato tirato fuori il nome di Poste Italiane. Sì, l’azienda di proprietà del Tesoro, tutta rigorosamente pubblica, che ora non si incaricherà più solo di spedire lettere e raccomandate, ma – versando 75 milioncini – anche di rimettere in piedi, cioè in aria, la nostra compagnia di volo. Da dove attingerà i soldi Poste Italiane, per ripianare i debiti altrui? Ma naturalmente dalle tasche nostre. Siamo noi italiani che dobbiamo sacrificarci, per questa grande e alta missione. Subito è partita la sindrome in molti correntisti che, terrorizzati all’idea, stanno pensando di ritirare i loro conti corrente e libretti dalle Poste. E che, stai a vedere che ora ci dobbiamo rimettere noi?, hanno pensato in tanti. Ha provato a rassicurarli il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi che, sfoderando una supercazzola degna di Vendola, ha sostenuto: «Poste Italiane certamente può essere non un aiuto da parte del pubblico, ma piuttosto l’individuazione di un’azienda sana che possa fare da partner industriale». Ci vuole davvero coraggio…

La verità è che l’intervento per salvare un’azienda colabrodo rischia in un solo colpo di sfasciarne due. Come ci dice il direttore di una filiale a Milano, «Poste Italiane è una delle poche aziende di Stato virtuose. Ha saputo rinnovarsi e tagliare personale senza licenziare nessuno. Ora non si capisce perché debba accollarsi quest’altro onere, perdendoci soldi». Ma il capitalismo di Stato all’italiana ragiona così. Nessuna logica di profitto. Piuttosto: mal comune mezzo gaudio.

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di on 14 ottobre 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Follia statalista: per salvare un’azienda son pronti a sfasciarne due

  1. Francesco_P Rispondi

    11 ottobre 2013 at 23:49

    Alitalia era un carrozzone, è un carrozzone, continuerà ad essere un carrozzone finché non fallirà.
    Non si vuole salvare un’azienda, bensì salvare posti di lavoro privilegiati e sindacalizzati. E’ una situazione estremamente simile a quella verificatasi ai tempi di Prodi, quando la cessione all’Air France non andò in porto per i veti sindacali.
    <b<Questo è il significato della parola italianità.

  2. GeertWilders4president Rispondi

    13 ottobre 2013 at 16:41

    Ma Alitalia fa schifo. Un italo-giapponese in viaggio per l’itali ha scritto nel suo blog che gli aerei a lunga percorrenza non hanno seggiole per bambini piccoli e cadono in pezzi (il figlio di 1 anno ha sfasciato un sedile con un calcio).

    Invece perchè air france dovrebbe acquistare alitalia? non se ne farebbe nulla.

    due soluzioni, lasciare che l’italia diventi un paese del quarto mondo (è del terzo) o fare la secessione e che ognuno se la cavi con le proprie forze (ergo niente asistenzialismo al sud – ma a parte questo l’italia è un EU in miniatura, stessa storia)

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