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Telecom-Alitalia: così muore il capitalismo di Stato

Laddove il Pubblico prova a mettere mano nelle aziende per salvarle, fa solo danni. Dove compie finte privatizzazioni, agevolando gli amici, compie un errore strategico. L'apparato ha devastato due gioielli italiani, ora non resta che lasciarli agli stranieri. E al (vero) mercato

Telecom-Alitalia faccioniSe ora, alzando la cornetta del telefono, sentiremo parlare in spagnolo e se, prenotando un aereo, scriveremo Alitalia ma leggeremo Alifrancia, la colpa è soprattutto della politica. La cessione del gruppo Telecom agli spagnoli di Telefonica e l’opzione avanzata da Air France per l’acquisizione del 51% delle quote Alitalia è la dimostrazione del fallimento, negli anni, del nostro capitalismo di Stato, fatto di imprenditori mediocri e politici incapaci.

Nel 2008 si sono fatte carte false per salvare la nostra compagnia di bandiera e non cedere il passo allo straniero. Berlusconi – che, in quel caso, di liberale ebbe ben poco – invocò l’intervento di Stato, travestito dall’acquisto da parte di una cordata di imprenditori, alcuni dei quali suoi amici diretti. Non solo i conti dell’azienda erano in rosso, il buco impossibile da risanare e la concorrenza di altre compagnie – sia low cost che non – spietata per poter far pensare a una resurrezione di Alitalia, ma quel moto di orgoglio patriottico costò al nostro Paese, cioè alle nostre tasche di cittadini, circa 5 miliardi di euro, in pratica 1 per ogni anno di dilazione alla vendita. All’evidenza dei fatti, ritardare la cessione agli stranieri fu una follia.

Ancora peggiore è la situazione di Telecom, che nel 1997 l’allora premier Prodi decise di privatizzare, con la pessima idea tuttavia di svenderla al primo offerente. Nelle casse statali, per la cessione della compagnia, entrò così la miseria di 26mila miliardi di lire. Ci pensarono poi i sodali di D’Alema a sfasciare del tutto l’azienda un tempo virtuosa. Nel 1999 gli imprenditori Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti lanciarono infatti un’Opa su Telecom, se ne impadronirono e la mandarono allo sfacelo, creando un indebitamento impressionante. Da quel momento, chiunque abbia provato poi a risanarla, da Tronchetti Provera a Franco Bernabè, ha fallito, perché ormai la voragine lasciata dai precedenti gestori era insanabile.

telecom alitaliaI due casi sono emblematici. Laddove lo Stato prova a mettere mano nelle aziende al fine di salvarle, ci rimette soltanto. Laddove compie finte privatizzazioni, agevolando gli amici degli amici, compie un errore strategico enorme. Verrebbe da concludere che, ogni volta che la politica, intesa come apparato statale ma anche come singoli partiti, prova a dirigere il processo di crescita imprenditoriale delle nostre aziende, è una disfatta. Compito dello Stato e dei partiti dovrebbe essere piuttosto quello di rendersi invisibili, di lasciar mano libera agli imprenditori virtuosi, compiendo una vera rivoluzione liberale. Più imprese e meno Stato, dovrebbe essere il motto.

È giunta l’ora, per questo, di sciogliere l’intreccio malato tra Stato e politica da una parte e imprese dall’altro. Di uomini come Enrico Mattei, ahinoi, lungimiranti e capaci capitalisti di Stato, in grado di assicurare il bene sia della propria azienda che del Paese intero, non se ne vedono più all’orizzonte. Allora meglio lasciar perdere i «volenterosi» o i «capitani coraggiosi» che si accollano imprese ormai cadenti; meglio evitare sussulti di orgoglio nazionale, con i quali si crede di avere salvato il Paese e affidato le aziende al meglio dell’imprenditoria italiana. Lo Stato e i partiti dovrebbero farsi da parte, laddove c’è il privato e la libera concorrenza. Altrimenti che ben vengano gli stranieri, a guidare i nostri voli e le nostre conversazioni telefoniche.

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di on 24 settembre 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

6 commenti a Telecom-Alitalia: così muore il capitalismo di Stato

  1. Francesco_P Rispondi

    25 settembre 2013 at 00:56

    La vicenda Alitalia è nota e stranota. Prodi la voleva vendere ai francesi che si ritirarono per via delle resistenze alla ristrutturazione da parte dei sindacati e di buona parte della sua stessa maggioranza. Non rimanevano che due opzioni: il fallimento oppure una cordata italiana di cui si fece promotore Berlusconi con alcuni riflessi elettorali. Io l’avrei lasciata fallire e poi, casomai, avrei pensato ad altre soluzioni. Per fortuna non devo ragionare da politico che deve navigare contro la corrente della demagogia del salvataggio dei lavoratori meno capaci e privilegiati.

    Anche Telecom è un bel “carrozzone”. E’ rimasto tale dopo la cessione agli “amici” ed ora i nodi dell’indebitamente e della redditività sono venuti al pettine.

    Sento aria di ristrutturazione per entrambi i gruppi, con tanti licenziati che saranno amorevolmente protetti da sinistra, sindacati, e compagni vari.

    C’è un ulteriore fatto da considerare: l’incapacità del sistema bancario italiano di finanziare gli investimenti industriali, tanto i grandi quanto i piccoli. Gli stranieri che comprano in Italia, compreso Thohir che compra il 70% dell’Inter, lo fanno con soldi di banche straniere, mentre le banche italiane si liberano di “pesanti partite incagliate”. Se non esistono capitali, gli imprenditori non possono fare nulla, indipendentemente dal fatto che siano capaci o solo ben inseriti nei “salotti bene”. Certo, gli imprenditori ben integrati nel mondo finanziario provinciale e con alleati in politica hanno fino a qualche tempo fa beneficiato di credito senza limitazioni, mentre quelle capaci hanno dovuto contare sulle proprie forze ottenendo meno credito di quanto avrebbero meritato e pagandolo di più che non all’estero.

    Adesso il danaro è finito per tutti perché le banche si sono riempite di titoli di Stato e perdono sui derivati come dei polli come il Monte dei Paschi. Scusate se l’espressione “come dei polli” non è tecnica, ma le idiozie commesse dimostrano una grande impreparazione finanziaria.

    Una delle primissime privatizzazioni da fare è quella di sciogliere le fondazioni bancarie e collocare i titoli sul mercato. Con il ricavato gli enti locali potrebbero avviare progetti di opere pubbliche, risanare i bilanci, ridurre significativamente la parte di debito pubblico dovuta proprio ai loro disavanzi.

  2. Francesco_P Rispondi

    25 settembre 2013 at 01:34

    Per rincarare la dose sulle Fondazioni bancarie, sono andato a cercare un documento che avevo visto qualche mese fa. Si tratta di un comunicato stampa del Fondo Monetario Internazionale che, pur con un linguaggio molto “diplomatico”, critica severamente l’inefficienza dell’intero settore bancario italiano ( http://www.imf.org/external/np/sec/pr/2013/pr1394.htm ).

    Per i più pigri (categoria di cui faccio parte), traduco rapidamente un passo del comunicato che tratta delle Fondazioni.

    Le Fondazioni hanno svolto un ruolo importante in quanto azionisti bancari stabili a lungo termine, ma la loro presenza sistemica e la peculiare struttura di governo giustificano un più stretto controllo. Ciò può essere ottenuto in parte restringendo la normativa bancaria in alcune aree. Ma l’attuale quadro giuridico dovrebbe essere rivisto per esigere una maggiore trasparenza, una migliore corporate governance, la sana gestione finanziaria, e incoraggiare ulteriormente la diversificazione”.

    Il mondo sa benissimo come andiamo e come il nostro sistema bancario nazionale non sia in grado di svolgere correttamente la sua funzione proprio perché condizionato dalle relazioni spurie con i partiti e dal corporativismo del “salotti buoni”. Non meravigliamoci che un sistema bancario “carrozzone” abbia finanziato tanti “carrozzoni” pubblici e/o privati che la crisi ha messo fuori mercato. E non meravigliamoci che poi mancano i soldi per finanziare le imprese sane!

  3. Francesco Rispondi

    25 settembre 2013 at 08:48

    Alla fine luoghi altamente sindacalizzati,il pagare l’energia ed il lavoro molto più d’altri. Quando la compiacenza della politica verso i ” capitani coraggiosi”,quando le banche sono strumento per distruggere valori di risparmiatori forse va accettato che altri arrivino a comprare le nostre” cosette” ed il ripetere sempre vanno salvaguardati i posti di lavoro e’ cretinismo puro.l’Italia non sta i piedi perché le sue strutture pubblico-amministrative son inefficenti e un dramma per tutti gli imprenditori. I contribuenti continuano a pagare le inefficenze e le incapacità gestionali amicali.Ma quale bandiera o italianità da difendere ..stiamo per essere colonizzati ed i nostri lavoratori sappiano di dovera andare d’altre parti per vivere…la storia ritorna…tranne per i sindacalisti che sono li a difendere le proprie posizioni personali e null’altro ed ovviamente per i capitani coraggiosi.

  4. Riccardo Pozzi Rispondi

    25 settembre 2013 at 13:35

    A proposito di capitani e del loro coraggio, come mai il PD non si informa meglio sull’origine della ricchezza del gruppo di Colaninno? Hanno anche la comodità del figlio Matteo sempre a disposizione, e i giudici con i muscoli ancora caldi. Non avranno mica finito i fascicoli…?

  5. adriano Rispondi

    25 settembre 2013 at 17:46

    Resta il fatto che questo paese è senza una politica nei trasporti,nelle telecomunicazioni e non ha le capacità imprenditoriali per surrogarne la mancanza.In questo modo alla fine si chiude bottega e si torna all’antico.Franza o Spagna,purchè se magna.

  6. peter46 Rispondi

    25 settembre 2013 at 21:49

    Sicuro che è giusto lasciare Telecom agli stranieri?E a ‘questi’ stranieri indebitati più di Telecom?E che finora hanno usufruito dei nostri euro dati alla Spagna per non fallire?E solo per farli rimanere gli unici gestori delle linee telefoniche,con annessi e connessi,di Brasile ed altre zone dell’America Latina che ,finora avevano retto Telecom col loro mercato in espansione?E’ questo il (vero)mercato…svendendo le linee di un pur sempre settore strategico della Nazione?E pensare che recentemente a Cernobbio politica e soprattutto Impresa ci hanno voluto insegnare come si fa impresa(e Telecom è l’ennesima dimostrazione,vero?)ed anche,per non farci mancare niente,come “non” si può fare impresa in Italia(ma gli spagnoli se ne fregano e comprano ,o speriamo che non ci riescano da quel che finalmente tutti stanno affermando,come pure se ne fregano i Francesi con la trattativa su Alitalia)…e al diavolo la proprietà:siamo tutti Europei e,signora mia vuol mettere il liberismo?Vero,certamente…ma chi andrà,quanto prima,a spiegarlo ai lavoratori,di quelle aziende(e delle già tante che hanno preceduto)che…devono cercarsi un altro lavoro che non c’è,solo perchè le aziende Tedesche ,Francesi ed Europee in genere,per salvaguardare i “loro” lavoratori a rischio in patria, chiudono, delocalizzando,le loro aziende che operavano in Italia,fregandosene dei nostri lavoratori?Perchè loro,tedeschi,francesi e spagnoli,hanno un senso della “priorità Nazionale”.Noi,al contrario,tuteliamo solo gli stranieri…e mentre tutto questo succede Letta è in America.E fino a ieri era uno dei fiduciari,per tutti i commentatori del club Bindelberg e simili…oggi con le svendite a sua insaputa ,non lo è più fiduciario,vero?

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