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Il calvario di chi vuol fare impresa in Italia

Cento giorni all'anno persi per adempimenti burocratici, una pressione fiscale effettiva del 70%, la folle stretta del credito. Peana al "signor Brambilla", che nonostante tutto ci prova ancora

Ieri il governatore lombardo Roberto Maroni ha presentato alla stampa “La Lombardia per le imprese”. Si tratta di un giusto insieme di provvedimenti – fatto di riduzione della burocrazia, fiscalità dii want your money tasse vantaggio e accesso al credito – pensato per rilanciare la competitività delle imprese.

Ma quali sono, in concreto, gli ostacoli che una piccola e media impresa italiana deve sopportare? Descriviamolo immaginando di essere nei panni del signor Brambilla, piccolo imprenditore brianzolo, titolare dell’omonima f.lli Brambilla, azienda di confezioni di 18 operai. Nella crisi economica che sta colpendo il Nord la sua attività non sta certo prosperando. Le commesse, per carità ci sono, ma i pagamenti arrivano costantemente in ritardo. Quel che manca è soprattutto la liquidità: inutile chiederla alle banche che se proprio finanziano scelgono le grandi imprese. Nel febbraio 2013 solo il 13,2% dei finanziamenti è andato in favore di aziende con meno di 20 addetti: peccato che queste, in Lombardia, costituiscano addirittura il 97,4% delle attività economiche non agricole.

Peccato perché il signor Brambilla ha davvero bisogno di liquidità: gli serve, soprattutto, per pagare le tasse. Fra Imu sul capannone, Tares sui rifiuti, contributi previdenziali e Ires ne paga davvero tante: arriva a quasi al 70%, 68,3% secondo uno studio di Confesercenti. Non che a lui la percentuale interessi granché: lui è abituato a pensare sui grandi numeri e sa che paga ben più della metà di ciò che riesce a produrre. Per tutte le incombenze burocratiche ha dovuto assumere un commercialista che, fra stipendio e contributi previdenziali, gli costa circa 4mila euro al mese: senza il suo aiuto non riuscirebbe a sbrigare tutte le pratiche che, da sole, fanno perdere in media 100 giorni di lavoro all’anno per un costo di oltre 5mila euro a impresa (23 miliardi in totale, il 2% del pil).

tassePer ogni dipendente deve sborsare circa 2.200 euro al mese. E pensare che questi ultimi, prendendo poco più di mille euro al mese netti in busta paga, non fanno che lamentarsi del fatto di essere sfruttati: non sanno che al loro titolare, in realtà, a fine anno rimane meno di quanto guadagnano loro. Fino al 2011 aveva uno stipendio come amministratore delegato ma ora vi ha dovuto rinunciare: oggi peserebbe troppo sulla contabilità dell’azienda.

Leggendo sui giornali proposte quali la riduzione della pressione fiscale per le nuove imprese, la liberalizzazione dell’avvio di attività (che non lo avvantaggerebbero) e le novità nell’erogazione del credito (garantito da Finlombarda fino a 750mila euro per le Pmi e con una minore onerosità per la restituzione) che invece gli interessano molto, il signor Brambilla si sente rincuorato. Eppure, pensa, è ora di fare presto. Tre imprese su sette nel suo paese sono già fallite e lui potrebbe essere il prossimo.

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di on 21 settembre 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Il calvario di chi vuol fare impresa in Italia

  1. Francesco Rispondi

    21 settembre 2013 at 09:54

    Al burocrate delle difficoltà do Brambilla non gliene importa nulla,il suo pensiero e’come creargliene di altre dicendo che leggi e regolamenti lo obbligano a questo, e mai farà nulla per risolvere qualcosa a vantaggio dell’imprenditore che secondo lui è un produttore di problemi alla sua tranquilla vita del niente.Tanto piùi riesce a far soffrire,a ritardare,a confutare tanto più farà credere essere indispensabile a quell’ufficio e documenterà gran massa di lavoro( che non esiste) , il bisogno della sua esistenza e del suo stipendio ,e così il suo collega ed il suo collega.Oggi con un p.c. interattivo si possono ricollocare o sostituire 9 di questi ” fratelli all’impresa ” su 10 E non si farà…..altrimenti le imprese come si spremono e come si mandano in rovina ?

  2. Giorgio Rispondi

    26 settembre 2013 at 09:15

    Premesso che, come “dimostrato” in un saggio dal proffessor Ricossa nel suo “Maledetti Economisti”, statisticamente parlando i coglioni sono distribuiti non in maniera random, tale che si potrebbe averli anche tutti concentrati solo in un insieme, nel nostro caso nella pubblica amministrazione, e’ vero che come sistema abbiamo dei problemi immensi. Come sistema, pero’! Una prima cosa da cambiare sarebbe la logica dei controlli. Molte volte nei dibattiti mi rilanciano che “ho visto in America in pochi mesi apro azienda e capannone, qui da noi ci vuole una vita devo preparare un mucchio di documenti, di carte, andare in un sacco di uffici, etc.. Vero! Pero’ in America in sistema di controllo e’ a posteriori non a priori come da noi. Cosi’, dichiaro sotto la mia responsabilita’, apro e loro partono poi a controllare, ci mettono circa due anni, poi se scoprono che quello che ho fatto non e’ coerente con le dichiarazioni iniziali, mi impongono di correggere subito oppure addirittura, mi chiudono e non c’e’ nulla da fare. In Italia funzionerebbe! Percarita’, siamo un paese (con la p minuscola) abborracciato, nel quale la mediazione non e’ un mezzo ma un fine. Volete un esempio? In Zona Industriale a Padova anni fa hanno aperto un ipermercato. Il piano urbanistico lo vietava espressamente, la zona era destinata a insediamenti produttivi e basta. Lo hanno aperto ugualmente. A quel punto, anche coinvolgendo il sistema giudiziario, si e’ data l’intimazione di chiusura. Il sistema giudiziario da noi e’ un po’, come dire, lentino(?), tolte rarissime occasioni, cosi’ sono passati tre anni. A quel punto l’ipermercato fu condannato alla chiusura, ma oramai fatturava, aveva dipendenti, i titolari con le lacrime (di coccodrillo?) agli occhi hanno fatto presente che la chiusura avrebbe comportato… il licenziamento di tutti i dipendenti. I politici (anche sindacali) sono insorti, dobbiamo tutelare i dipendenti, poveri dipendenti, poveri dipendenti, cosi’ si e’ trovata una soluzione e l’ipermecato e’ rimasto aperto. In America lo avrebbero chiuso senza remore, condannando l’imprenditore a rifondere i danni alla collettivita’, compresi i dipendenti. Oggi sono di buon umore, dunque rompiballe fino in fondo. (Basta demagogia – Prima puntata)

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