Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Cacciari. Il grande bluff

Per decenni è stato considerato un grande filosofo (dai politici) e un grande politico (dai filosofi). Ora, che imperversa in tutti i festival del culturalmente corretto e che viene a galla il bilancio disastroso da sindaco di Venezia, si rivela quello che è. Un narcisista da salotto molto italico

cacciari2Parafrasando una celebre battuta che a proposito di Proudhon fece quel Marx che era stato il suo idolo giovanile, nel periodo in cui distribuiva la rivista operaista “Contropiano” all’uscita della Montedison di Mestre, si può dire che Massimo Cacciari sia considerato un grande politico fra i filosofi e un grande filosofo fra i politici. Oggi che non è più sindaco di Venezia e nemmeno più professore universitario, essendo arrivata anche per lui l’età della pensione, quelle due mezze verità potrebbero ricomporsi in una: Massimo Cacciari è un grande bluff, un personaggio sovrastimato e diventato qualcuno per meriti di appartenenza più che di sostanza. La sua immagine di filosofo, in verità, aveva incontrato già nei decenni scorsi qualche opposizione, messa comunque subito a tacere dalla casta filosofica dominante. Fu persino coniato un neologismo per definire il vezzo esagerato che Cacciari aveva allora, ed ha tuttora, di spezzare ogni termine del discorso filosofico, e anche di quello comune, mettendo un trattino fra le due parti di esso che ne risultavano: “cacciarite”, una “malattia” che«non è mortale come l’aids, ma fastidiosa come la scarlattina». Era stato Massimo Baldini, un affermato professore di semiotica e filosofia del linguaggio, un cattolico liberale allievo di Dario Antiseri, a coniarlo e ad usarlo in un volume pieno di strali verso il nostro che uscì nel 1991 per un editore del calibro di Laterza, allora non ancora corifeo spinto come è ora del “culturalmente corretto”: Contro il filosofese, ovviamente mai più ristampato e oggi forse sepolto in qualche polveroso magazzino. Nell’occasione, La Repubblica, a dimostrazione di come fosse allora diverso il clima culturale nel nostro paese e quanta più libertà circolasse, pubblicò un’intervista all’autore in cui egli affermava, fra l’altro: «Ho letto l’ ultimo libro di Massimo Cacciari, e non ho capito assolutamente nulla. La sensazione è stata quella di trovarsi di fronte a un libro di settecento pagine il cui spessore è solo cartaceo, a un libro per lettori pazienti (carcerati e suore di clausura) e multilingue. In comune con lui credo di avere solo l’ alfabeto». Benedetto Croce, partendo dalla sua tesi che in tanto si intuisce in quanto si esprime, aveva dimostrato che chi ha un linguaggio oscuro non può non pensare anche in modo poco chiaro. E, in effetti, i libri di Cacciari, oltre al linguaggio ostico, e nonostante siano spesso anche pieni di dotta erudizione, non hanno un senso evidente. Non sono libri di filosofia, ma esercitazioni di alta retorica. È come se il nostro si incartasse in certi ragionamenti e imboccasse sentieri tortuosi senza cercare vie di uscita, ma anzi compiacendosi di dire e contraddirsi a casaccio. Sfido chiunque a illustrarmi, con le parole d’uso, il significato anche solo approssimativo di un qualsiasi scritto filosofico del nostro.

Ma d’altronde, la filosofia qui c’entra poco o punto, come dicevo: Cacciari è un retore dal tono ispirato. Non c’è dubbio, tuttavia, che il suo dire ieratico, deciso e persino sgarbato e supponente, generi fan adoranti, fra cui si distinguono giovani ragazze che, complice anche la vaga somiglianza del nostro con un dio greco, sembrano a volta in preda a deliri orgasmatici al solo sentir profferire da lui parole molto ben pronunciate. D’altronde, questo suo fascino di conferenziere lo rende molto richiesto nei festival del luogo comune che si svolgono, in questo periodo soprattutto, nelle piazze della penisola: al festival di filosofia di Modena, ad esempio, l’altro giorno egli ha tenuto una “lectio magistralis” davanti a un vasto pubblico, intitolandola semplicemente “Philo-sophia”, così col trattino d’ordinanza. Non soddisfatto però una settimana prima aveva organizzato in prima persona un neonato “Festival della politica” nella sua Mestre. Visto l’aria che tira, presentando l’iniziativa, aveva detto al quotidiano di Scalfari che avrebbe tenuto fuori rigorosamente i politici, salvo poi riempire il programma di quegli intellettuali di sinistra che fanno politica come è noto con altre e più pericolose armi (giusto per fare un esempio un dibattito sulla riforma della Costituzione vedeva come unici protagonisti, all’anima del pluralismo, Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky).

Venendo poi all’altro corno del nostro discorso, quello politico, in questo caso va osservato che i diciassette anni (1993-2010) in cui Cacciari ha dominato la politica cittadina sono stati per la città lagunare un vero disastro: forse il colpo finale assestato dalla malapolitica ad un “luogo dell’anima” famoso nel mondo intero, ma già da molto tempo in grave sofferenza e in preda a un turismo rapace e a speculazioni di ogni tipo. A documentare per filo e per segno gli errori giganteschi, e senza appello, compiuti da Cacciari è uscito ora un libro dello storico Raffaele Liucci, significativamente intitolato Il politico della domenica. Ascesa e declino di Massimo Cacciari. Questa volta l’autore ha trovato molta difficoltà nel farsi pubblicare, a dimostrazione di quanto detto prima sulla libertà culturale vigente oggi in Italia: alla fine è stato l’editore Stampe alternative di Viterbo a mandare in libreria un volume che a tutt’oggi, a due mesi dall’uscita, può dirsi essere stato pressoché ignorato dalla stampa (uniche eccezioni: Libero, Il Giornale, Il Fatto quotidiano e, concedetecelo, L’Intraprendente, con la firma di Luigi Mascheroni). Dal libro viene fuori l’immagine di una personalità narcisistica e innamorata all’inverosimile di sé, indifferente alle sorti della città e ai problemi della gente, attenta soprattutto al giudizio dell’opinione pubblica nazionale e in particolare dei salotti radical chic che lo hanno adottato e forse persino creato. Un personaggio che parla ad ogni pie’ sospinto di un nuovo modo di fare politica, ma che in quello vecchio sguazza ormai da quasi cinquanta anni.

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 17 settembre 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

2 commenti a Cacciari. Il grande bluff

  1. Francesco Rispondi

    18 settembre 2013 at 09:14

    È possibile che lo sia davvero.In un mondo che vive dell’informazione di un clic senza capacità di approfondimento e ragionamento chi ha capacità dialettica,sa dire ” i bei frasi e i bei paroli” rischia di avere grande attrazione e Cacciari c’è l’ha.Sa produrre buone performance televisive e sa far spettacolo.E poi vuoi mettere il senso di intellettualità .Finita la carriera di sindaco sarà certo chiamato a presentare qualcosa da qualche parte che piace magari il grande fratello.A proposito ma è di destra o sinistra?Chi lo avesse capito fischi forte.

  2. campo dei Rispondi

    23 settembre 2013 at 20:52

    C’è anche uno psicoanalista, che scrive su Repubblica, e per anni ci ha spiegato come uscire dal berlusconismo, nonchè come combattere i danni del cattivo capitalismo.
    Il suo primo sponsor fu la UNliver. Uno dei giornali sui quali fece pubblicità alla sua organizzazzione, fu Libero, di proprietà di Berlusconi

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *