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Apologia dell’imprenditore, (anti)eroe incompreso dal luogocomunismo

impresaAnche se l’autore non mi è particolarmente simpatico, soprattutto per la sua vicinanza al gruppo di potere prodiano, devo dire che l’articolo pubblicato dal Corriere della sera nella pagina delle opinioni a firma di Riccardo Franco Levi ha generato in me una serie di riflessioni che ritengo opportuno sottoporvi. L’autore parlava di tre storie imprenditoriali italiane di successo: Armani, Luxottica e Esselunga. Ma soprattutto di tre individui che, partendo praticamente dal nulla, avendo in dotazione solo la loro mente e il loro coraggio (l’intraprendenza che è nel titolo di questa testata), hanno messo su in pochi anni, nei loro rispettivi ambiti o settori di produzione, multinazionali il cui nome risuona dappertutto nel mondo. Ora, a parte la questione che Levi nello specifico si poneva, cioè quale sarà il futuro di queste aziende, le domande che secondo me bisognerebbe più radicalmente porsi sono di questo tipo: perché queste storie, che sono veramente tante, e che in concreto hanno fatto la nostra fortuna e la nostra ricchezza nei decenni passati, vengono raramente raccontate sui giornali nazionali? Perché, sempre alla ricerca di eroi più o meno falsi, nessuno pensa a costruire una sorta di laica e moderna epopea nazionale su di esse? Perché, ancora, nei libri di storia contemporanea italiani questi capitani d’industria generalmente non vengono nemmeno citati? Perché quando si devono nominare dei nuovi senatori a vita, cioè si devono scegliere delle personalità che con il loro ingegno e la loro attività hanno portato lustro al paese nel mondo, si pensa a uomini di cultura ma mai a imprenditori di tal fatta?

In breve: perché la cultura d’impresa è considerata di serie B e comunque non adatta a proporre “storie edificanti” soprattutto ai giovani (ai quali non oso nemmeno immaginare quale insegnamento venga per lo più impartito nelle nostre scuole). Anche se qualcuno vi dirà che la colpa è di una presunta cultura idealistica e antiscientifica che avrebbe avuto l’egemonia in Italia (da ultimo Elio Cadelo e Luciano Pellicani in Contro la modernità, appena uscito da Rubbettino), io credo che la responsabilità vera sia invece di un’altra egemonia, ancora forte e pervasiva, che è quella delle forze variamente anticapitaliste che sono riuscite ad avere il sopravvento persino nel nostro immaginario collettivo. E che ci hanno imposto, per così dire, odio per il profitto e per il denaro, che consideriamo ancora come nel medioevo “sterco del demonio”. Il guadagno eccedente il necessario, soprattutto se esso è frutto di travaglio e assunzione di responsabilità personali, viene così stigmatizzato. E la ricchezza genera per lo più un’invidia livellatrice piuttosto che un’emulazione competitiva. Qui non vorrei ripetermi, ma come non ricordare, faccio solo degli esempi, l’affidamento che viene riposto in tutto ciò che è pubblico e statale, le geremiadi su una presunta mancanza di “senso dello Stato” (non è che ce ne è da noi fin troppo?); la fortuna che da ultimo hanno avuto le pasticciate teorie dei “beni comuni” (come se, dico a caso, non fosse proprio la mancanza di investimenti privati ad aver ridotto i nostri acquedotti a colabrodo)….

impresa

Luigi Einaudi

In questo contesto culturale, sa persino di miracolo l’emergere e il rafforzamento di imprenditori del tipo di quelli citati. Quando sento perciò parlare di un sistema di “liberismo sfrenato” che dominerebbe le nostre vite, non so se indignarmi, se ridere o piangere. Ecco, noi intellettuali anticonformisti e liberali dovremmo avere la forza non di impegolarci in astratte discussioni sul quanto Stato e quanto mercato, ma di cominciare a gridare la sacrosanta verità che il liberismo non è in prima istanza un ordinamento economico, ma è più radicalmente una concezione generale del mondo e della vita, cioè una filosofia e un’etica. In questo senso, credo che sia quanto mai opportuno far conoscere, facilitati dalla bellezza e efficacia della sua pagina scritta, l’insegnamento attualissimo di Luigi Einaudi (tanto più che oggi la sua vasta opera è integralmente disponibile online). In effetti, come notava uno studioso liberale dimenticato, Carlo Antoni, Luigi Einaudi “nel metodo liberistico vedeva la moralità della libera intrapresa, della responsabilità e del rischio, mentre nell’intervento diretto dello Stato avvertiva il pericolo dell’arbitrio, del predominio dei politicanti ed il vantaggio degli inetti e degli infingardi”. E come non ricordare la bella pagina che il nostro primo effettivo Presidente della Repubblica scrisse nel 1960, giusto un anno di prima di morire: “Ogni giorno migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”.

Ecco, questa è l’etica che ci piace. Non quella parolaia dei tanti moralisti a senso unico che popolano la nostra scena nazionale.

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di on 10 settembre 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Apologia dell’imprenditore, (anti)eroe incompreso dal luogocomunismo

  1. Lino Rispondi

    10 settembre 2013 at 17:05

    Siamo meschini,invidiosi,rancorosi,delatori.
    Preferiamo sparlare di qualcuno,che non ammetterne la superiore capacitá.
    Il denaro è sempre e solo ottenuto con furbizie ed illegalitá.
    Questo è ciò che il retaggio del delirio sessantottino ci ha lasciato,speronsolo che le prossime generazioni possano vantare personaggi come Enaudi,ma se crescono con il mito dell’arricchinento veloce in alternativa all’aiuto dello stato,penso che personaggi come i tre imprenditori citati nell’articolonsaranno tra gli ultimi ad eccellere nel nostro Paese. Purtroppo.

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