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Ode al liberismo. Il mercato è giusto

Non esistono gli Stati Uniti, dicevo la settimana scorsa. «Non esiste la società», esclamò con la consueta lucidità e coraggio Lady Thatcher. «Non esiste il mercato come ente con una volontà propria», ha argomentato Alberto Mingardi nel suo ultimo libro, L’intelligenza del denaro. E di per sé non esiste neppure lo Stato in quanto organismo unitario, come ci hanno spiegato gli elitisti e la scuola delle scelte pubbliche, ma piuttosto una serie di persone ben precise che agiscono con obiettivi individuali ben precisi, anche se per farlo si nascondono dietro un’uniforme o un timbro.

tatcher reaganPer quanto sia piuttosto usuale, considerare queste astrazioni mentali come oggetti realmente esistenti rimane un errore logico. In termine tecnico, si definisce ipostatizzazione, o reificazione, o antropomorfizzazione.

Fin qui tutto normale, o quasi. Nel senso che l’errore è appunto molto frequente, ma è simmetrico: è sbagliato antropomorfizzare tanto il mercato quanto lo Stato. Ma qui iniziano le differenze: infatti, non per questo i cosiddetti fallimenti dello Stato e della regolazione sono eguali e contrari ai cosiddetti fallimenti del mercato. E di conseguenza, quando lo Stato compie qualche misfatto (purtroppo, ogni secondo che Dio manda in terra), gli statalisti ne portano la responsabilità, come mandanti morali e ideologici, anche se lo Stato di per sé non esiste. Viceversa, quando è il mercato a sbagliare, i liberisti non ne hanno alcuna responsabilità, anzi quei supposti errori rafforzano perfino la bontà del liberismo, e questo proprio perché il mercato non esiste. Come si spiega questo apparente paradosso?

Si spiega perché quando i guai li combina lo Stato, ovvero i singoli individui dietro una divisa o un sigillo, ciò discende direttamente dall’esistenza stessa di un potere coercitivo in capo a quelle persone. In effetti, più che lo Stato in sé (la species oggi più comune), il problema sta nella coercizione (il genus), tema su cui ha scritto pagine illuminanti Hayek in The Constitution of Liberty.

Che assuma la forma di Stato o di Unione di Stati o di soviet o altro, il problema sorge quando alcune persone investite del potere politico, siano esse elette o nominate in altro modo, possono esercitare la coercizione sui propri sottoposti, senza che questi abbiano mai espresso il proprio consenso preventivo e senza che abbiano autentiche possibilità di sottrarvisi.

Quando abusano dolosamente di questo loro potere, o quando fanno disastri in buona fede, ciò accade perché è sbagliato a monte il modello che attribuisce loro tale potere. Quando fallisce lo Stato, quindi, è perché è sbagliato lo Stato.

Ma perché invece quando sbaglia il mercato è perché il mercato è giusto? Qui occorre intendersi, partendo da qualche esempio di fatti che vengono in genere etichettati, dai detrattori del mercato, come suoi fallimenti: se BP provoca un disastro ambientale colossale nel Golfo del Messico, e per giunta se ne esce pagando risarcimenti contenuti, è colpa del mercato, ci dicono. Se una multinazionale dei tessuti fa crollare un capannone in Bangladesh sotto il quale muoiono più di mille operai, è colpa della ricerca del profitto. Se sempre le multinazionali disboscano l’Amazzonia o cacciano i contadini africani dalle loro terre per estrarci il petrolio, è colpa della fame di oro, esecrabile fin dai tempi di Virgilio e Seneca. Se l’economia procede per bolle inspiegabili che poi scoppiano con grande dolore del mondo intero, è perché il mercato non si sa autoregolare.

Statua della libertàIntanto, in ciascuno di questi casi, come nella stragrande maggioranza dei pretesi fallimenti del mercato, la verità è che il fallimento non è affatto del mercato, ma è sempre dello Stato: a monte di comportamenti dannosi da parte dei singoli, vi è infatti un ben preciso incentivo perverso creato dallo Stato, nella fattispecie rispettivamente la legislazione americana che limitava il risarcimento per danno ambientale; Stati che producono miseria e disoccupazione e costringono le aziende a delocalizzare e i lavoratori ad accettare condizioni di lavoro orrende per assenza di alternative; mancata chiarezza sull’attribuzione e mancato rispetto dei diritti di proprietà da parte di Stati che pur si arrogano il monopolio di definire e proteggere la proprietà; banche centrali che stampano moneta priva di alcun valore intrinseco, alterando completamente il meccanismo dei prezzi, più tutta una serie di altre pesantissime interferenze con il tranquillo svolgimento dell’ordine spontaneo.

Già di per sé identificare il vero colpevole, cioè queste ed altre interferenze statali, basterebbe a scagionare il mercato: i supposti fallimenti del mercato tali non sono semplicemente perché il mercato non c’era. Ma anche in questi casi, resta pur vero che il potere politico ha sì creato gli incentivi perversi – la tentazione – ma poi qualcuno quegli incentivi li ha colti, cadendo in quella tentazione. Costoro lo hanno fatto nell’esercizio della loro libertà, quindi si potrebbe sostenere che, almeno finché non togliamo di mezzo quegli incentivi, occorrono altre norme che bilancino l’effetto perverso delle prime, cioè occorre un freno che renda impossibile cadere in tentazione.

Questa strada, però, è la strada che porta alla servitù, nel senso che, col rimuovere la libertà di scelta e quindi la libertà di errore, rimuove la libertà tout court.

Anche in assenza di interferenze statali, e quindi con molti meno incentivi a farlo, esisterà pur sempre la possibilità di fare del male al prossimo, attentando alla sua vita, alla sua libertà o alla sua proprietà. Esisteranno per sempre gli omicidi, le truffe, i furti. È questo che gli statalisti non capiscono: una società libera o di mercato, quale è quella che noi “liberisti” auspichiamo e difendiamo (in teoria, perché nella pratica non esiste), non è una società perfetta, non è il paradiso in terra, come invece è quello che loro, da bravi materialisti, promettono. Ed è questo che ha provato a spiegare Mingardi con il sottotitolo del suo libro, in cui ammette che il mercato, cioè la libertà, talvolta «ha torto», cioè produce effetti indesiderabili, ma ciononostante ha ragione: infatti una società alternativa, che impedisse l’errore e ci consentisse così di avere un briciolo di sicurezza in più, ci farebbe sacrificare la nostra libertà, cosa che ci renderebbe indegni e della sicurezza e della libertà, ci ha ammoniti giustamente Jefferson.

Ebbene, il mercato, cioè la società libera, produce talvolta effetti indesiderabili. Ma forse possiamo perfino fare un piccolo passo ancora oltre e dire che, anche ammettendo questo, non ha comunque torto. Infatti, se autentico, il mercato non prescinde mai dal principio di responsabilità, per cui chi sbaglia paga, come lo stesso Mingardi mette sempre in evidenza. Negli esempi di cui sopra, il mercato prevede di punire senza limitazioni gli inquinatori così come quanti costruiscono una fabbrica che provoca morte, nonché di assegnare in modo chiaro i diritti di proprietà e difenderli sempre, anche se si tratta di un piccolo contadino contro una grande multinazionale, e di sicuro il mercato non si sogna minimamente di stabilire un monopolio sulla creazione di moneta e tanto meno di inflazionarla senza che questo faccia scappare tutti verso una moneta più seria.

Preso seriamente e integralmente, il mercato è giusto, e prevede sanzioni pesanti per chi sgarra. È chi sgarra ad avere torto: ma il mercato, come modello, resta giusto, perché giusta è la libertà su cui si fonda.

Cose inaudite.

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di on 8 settembre 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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