Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Per Bonanni l’Italia muore di spesa e burocrazia. Dunque, di sindacato

«Io concordo con un commentatore come Panebianco quando dice che c’è un sistema di potere che difende uno status quobonanni_congresso basato sullo spreco e sulla spesa pubblica. Un sistema che ha incamerato, nonostante tutte le promesse, i recuperi di gettito dall’evasione fiscale. Una spesa pubblica che non è fatta di stipendi o di ‘fannulloni’, ma di prebende per i politici, di appalti, convenzioni e concessioni manovrate da gruppi politico-economici. È un grumo che non si giustifica. Finché questa storia non cambia saremo schiacciati dalle tasse. E finché le tasse saranno così alte non usciremo dalla crisi».

Chi lo ha detto? Un commentatore liberista? Sbagliato. Un leader del Tea Party Italia? Acqua. Un ex uomo di sinistra pentito? Fuochino. Va bene, so che non lo immaginerete mai. E allora ve lo dico io: lo ha detto Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, dunque del secondo sindacato dei lavoratori più potente d’Italia. Ha dichiarato la sua visione dei problemi del Bel Paese nella sua ultima intervista rilasciata al quotidiano La Stampa. A quanto pare viviamo un momento di conversioni a Damasco. Prima Fassina (sinistra Pd) che giustifica i contribuenti che evadono il fisco “per sopravvivenza”, poi il sindacalista che vuole affamare la bestia (statale e fiscale) rapace. Bonanni si è già distinto da anni per le sue posizioni non ortodosse, riformiste e non rivoluzionarie. Nel 2010 si era spinto abbastanza “oltre” da beccarsi una contestazione violenta, con tanto di lancio di fumogeno. Il fatto, però, di sentir parlare un grande sindacalista di “sistema di potere” fa almeno alzare un sopracciglio. Il sistema di potere italiano è, prima di tutto, costituito dai sindacati, oltre che dalla burocrazia (che ormai è un potere a sé), dalla magistratura e dalla grande industria statale e para-statale. Questi, non altri, sono i “poteri forti” italiani e si sono sempre gettati a corpo morto, di traverso, ad ogni serio tentativo riformatore. Siamo sicuri che Bonanni sia sincero. Allora: per tagliare la spesa pubblica si deve prima di tutto metter mano alla burocrazia. Il grosso della spesa per mantenere la burocrazia va nelle buste paga dei dipendenti pubblici. Che sono, guarda caso, le principali clientele politiche: voti in cambio di stipendi. Bonanni, da sindacalista quale è, sarebbe disposto a tagliare gli stipendi? Se fosse necessario, sarebbe disposto a tagliare 2,5 milioni di posti di lavoro nel servizio pubblico, come suggeriva il movimento libertario Forza Evasori, di Leonardo Facco? La sua non era una provocazione tanto casuale, era un concreto suggerimento di risanamento, conti alla mano.

diritti estendonoEppure è una misura che può essere adottata solo dopo aver violato un dogma: il lavoro non è un diritto, è uno scambio libero. Dò lavoro in cambio di soldi, come avviene in qualsiasi altro mercato. Quando un servizio non serve più, o non è più economicamente sostenibile, il compratore non dà più soldi e, dall’altra parte, il fornitore cessa la sua prestazione. Solo nel mercato del lavoro si pensa che il servizio debba essere sempre fornito e pagato, anche quando non serve più o non può più essere sostenuto. Ma è solo accettando il lavoro per quello che è (uno scambio di servizi contro denaro) che si può metter mano a riforme vere. Finita l’era delle grandi fabbriche e dei grandi “padroni”, nel Nord (nel Nord-Est, in particolare) questo concetto è già molto chiaro. Dove prevale (o almeno prevaleva, prima della crisi) un tessuto di piccole imprese, in cui gli operai lavorano fianco a fianco col loro “padrone”, risulta più comprensibile a tutti che, quando finiscono i soldi, non si può più pagare un salario. Ed è anche evidente che le tasse pesano su tutti, sul “padrone” così come sui suoi dipendenti. Nelle regioni in cui si lavora veramente, è già chiaro a tutti, insomma, che il lavoro non è un diritto. È nelle regioni centrali e meridionali, semmai, dove il primo datore di lavoro è lo Stato, che si può ancora sostenere il dogma costituzionale del “lavoro per diritto” . Tanto gli stipendi sono pagati dai contribuenti. Purtroppo, i lavoratori di Centro e Sud Italia sono maggioranza, nei sindacati e fuori.

Caro Bonanni, vuole dir loro di buttar giù questo dogma? Lo vogliamo dire che il lavoro non è un diritto?

 

Condividi questo articolo!

[wpca_cookie_allow_code level="4"]
[/wpca_cookie_allow_code]
di on 30 luglio 2013. Filed under Economia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

3 commenti a Per Bonanni l’Italia muore di spesa e burocrazia. Dunque, di sindacato

  1. Laura Rispondi

    30 luglio 2013 at 10:29

    Va riconosciuto a Bonanni una maggiore serietà nel rappresentare fotografie sociali e soluzioni, vedi lo shoc fiscale urlato, ma anche lui fa uno strano mestiere di tutela a quello che non c’è più ed a quello di tutela del lavoro che ha bisogno di idee forti di governi che vivacchiano invece per la loro poltroncina.Ma poi dove sono i padroni?Ad averne ,li troveremo in altre parti del mondo .Quel termine,padrone, posto con disprezzo vuol dire anche impresa,rischio e creazione di posti di lavoro che il sindacato dovrebbe organizzare e difendere ma quando il lavoro non c’è’ più il sindacato dove va?Restano sempre e solo i poveri pensionati e poco altro.Buona fortuna Bonanni e se la vede ci saluti tanto la moderata Camusso.

  2. bruno Rispondi

    30 luglio 2013 at 10:41

    Nulla cambierà mai fino a che non si ridurrà il ptere lelle magistrature. Eliminazione immediata della legge Bassanini. Gli eletti dal popolo si riappropino dei poteri.Ovviamente dovranno essere eletti e non nominati. La superiorità del sistema americano. Nello stesso giorno si elegge Sindaco, capo della Polizia (sceriffo) e giudice di contea (giudice di pace) in cordata tra di loro.

  3. MARINA Rispondi

    17 settembre 2013 at 16:00

    Penso che ora come ora i sindacati dovrebbero marciare UNITI più che mai,per difendere quei pochi diritti e quei pochi lavoratori rimasti.
    Invece si continua spesso a farsi la guerra – dei poveri – .
    Ma anche i lavoratori dovrebbero rendersi conto che solo l’unione fa la forza.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *