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Milano, la Città Metropolitana e l’assistenzialismo di ritorno

Governo metropolitano, cosa sei? Chi ti vuole? Chi ti comanderà? In una giornata milanese estiva, metti assieme un parterre di uomini delle istituzioni, giuristi,Milano-Metropolitana sociologi, sondaggisti, per tentare di dare una risposta a queste domande sul futuro del territorio milanese.

Fra le confuse notizie che giungono dalla convulsa politica nazionale, apprendiamo che il concetto di Città Metropolitana è già stato, di fatto, rimandato a data da destinarsi. Perché le Province non si possono eliminare fino a prossima riforma costituzionale. E dunque non si comprende cosa ne sarà dell’area urbana di Milano. Si deve, in un modo o nell’altro, iniziare a ragione in termini di “governo metropolitano” ed era questo il motivo dell’incontro a Palazzo Isimbardi, Milano, di questa mattina. «L’evoluzione della città, negli ultimi decenni, ci porta a riflettere sulle esigenze del territorio – spiega Guido Podestà, presidente della Provincia – Migliori servizi per cittadini e imprese, miglior utilizzo delle risorse. Sono fra coloro che ritengono che la riforma costituzionale non debba fermarsi alle Province, perché sarebbe fumo negli occhi, ma partire da questa dimensione per poi intervenire a riformare tutti i livelli di governo. Credo sia necessario, a più di 60 dalla scrittura della carta costituzionale, riflettere sulla necessità di rivedere l’intera struttura dello Stato»

Prima di tutto, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha sgombrato il campo dalle polemiche più immediate, affermando che: «Non ho alcun interesse a fare il sindaco della futura Città Metropolitana», dichiara subito. Già si temeva uno scontro al calor bianco fra il centro-destra e il centro-sinistra proprio sul controllo dell’ente che verrà. Se è la provincia a diventare Città Metropolitana, allora la giunta sarà di centro-destra. Se è il comune ad allargarsi fino a comprendere le città limitrofe, allora il governo sarà di centro-sinistra. «Ho sempre creduto nell’elezione diretta – dichiara Pisapia, spiegando come sia favorevole al voto per la scelta del presidente del nuovo ente – Non ritengo sia possibile arrivare alla Città Metropolitana attraverso lo smembramento della città di Milano, bisogna trovare il modo di giungere a una soluzione condivisa ».

pisapippa podestàLa domanda su “chi comanda” va molto oltre alla polemica di questi giorni, fra queste maggioranze (che, come in tutti i sistemi democratici, cambieranno molto presto). Si ripete, anche in questo piccolo contesto, il dibattito classico di ogni sistema federale: votare per testa o votare per Stato? In questo caso, contrariamente ai sistemi nazionali, al posto degli Stati, abbiamo i Comuni. Ma la sostanza non cambia. A scegliere il nuovo primo cittadino della Città Metropolitana, saranno le assemblee elette dai cittadini di Milano, Cornaredo, Melegnano, Sesto San Giovanni, Cernusco sul Naviglio, Cusago e altri, ciascuno con pari diritto di voto? O saranno, piuttosto, tutti i cittadini del territorio, indistintamente, a votare direttamente il nuovo primo cittadino, come vorrebbe Pisapia? Con il primo sistema di voto, la Città Metropolitana diverrebbe un ente federale che rappresenta gli interessi di ciascun comune. Ma sarebbe meno democratico: i cittadini non avrebbero voce in capitolo (se non molto indirettamente) nella scelta del loro presidente/sindaco/governatore della metropoli. Con il secondo, come vuole Pisapia, diverrebbe, di fatto, una Milano allargata. Perché nessun singolo comune può competere con la metropoli, per una semplice questione di numero di elettori. Sarebbero dunque i milanesi a decidere, anche per tutti gli altri.

Il sociologo Renato Mannheimer ha mostrato, con un suo sondaggio ad hoc, come i milanesi e i cittadini della provincia intendono il nuovo ente. Alla domanda fondamentale su chi comanderà, la maggioranza risponde con due volontà contraddittorie che si elidono a vicenda: una maggioranza relativa (35%) vuole che la Città Metropolitana sia guidata da una figura rappresentativa di tutto il territorio e non solo del suo comune più grande. Ma, ad una seconda domanda, la maggioranza assoluta (75%) vuole che venga eletto direttamente dai cittadini. Mannheimer fa notare come, in queste preferenze (così come nelle altre risposte date al suo sondaggio) non vi siano grandi differenze fra città e provincia. Non vi sarà alcun assedio maoista delle campagne sulla città, dunque, ma avremo piuttosto da risolvere un conflitto trasversale fra “confederati” e “unionisti”, distribuiti in modo uniforme fra Milano e i comuni limitrofi. Il risultato più desolante, però, è la risposta a un’altra domanda del sondaggio di Mannheimer: che cosa dovrà fare il nuovo ente? Inteso come: di quali servizi si dovrà occupare, prima di tutto? La maggioranza dei milanesi (di città e provincia) non risponde con “ordine pubblico” o “trasporti pubblici” o “infrastrutture”, ma con “il lavoro”. In pratica, i cittadini della Provincia più produttiva d’Italia, ora si rivolgono a un nuovo ente che verrà, comunque sia organizzato, per sperare di avere lavoro. La crisi ci ha portato fino a questo punto.

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di on 13 luglio 2013. Filed under Dibattiti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

Un commento a Milano, la Città Metropolitana e l’assistenzialismo di ritorno

  1. klement Rispondi

    10 agosto 2013 at 08:14

    Trasformare le province elettive in enti di secondo livello è lo stesso che eliminare i consigli comunali per tornare al più economico Podestà fascista.
    Come i Sindaci da moltissimo tempo oltre che capi del Comune sono pure ufficiali del Governo, si potrebbero affidare ai Presidenti delle Province la maggior parte dei compiti dei Prefetti, i quali perciò potranno esserci solo nei capoluoghi regionali

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